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La scienza per dummies dev'essere per forza urlata?

La divulgazione scientifica è l'arte di rendere accessibile il sapere e oggi grazie a internet è più accessibile che mai. Ma i social network sembrano favorire l’uso di uno stile più provocatorio che informativo. Ne abbiamo parlato con tre divulgatori

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cicchetti@ilfoglio.it

13 Aprile 2018 alle 21:03

La scienza per dummies dev'essere per forza urlata?

Abraham Teniers "Sala da tabacco" dipinto a oli, metà XVII secolo

Come guadagnare 250mila dollari in tre minuti. Sembra lo slogan di uno di quei fastidiosi pop-up che appaiono quando si tenta di aprire un video in streaming. Invece è esattamente la cifra che ha vinto Hillary Diane Andales, diciottenne filippina che all’inizio del 2018, con un video di 2 minuti e 58 secondi sulla teoria della relatività, si è aggiudicata il Breakthrough Junior Challenge, un premio per divulgatori scientifici dai 13 ai 18 anni promosso dalla fondazione di Mark Zuckerberg. Due anni fa, su Facebook un altro giovanissimo è stato protagonista di un video diventato virale. Marco Zozaya, che da grande sogna di diventare un divulgatore, a 12 anni ha registrato col suo iPad un breve filmato: tiene in mano una cartellina nella quale ha raccolto “tutte le prove del fatto che i vaccini provocano l’autismo” – l’ha anche scritto sul dossier, con il disegnino di una bella siringa, a scanso di equivoci. La apre e si fa scuro in volto: il faldone è pieno di fogli bianchi. “Perché non esiste assolutamente nessuna prova”, annuncia Marco con voce squillante. In questi due anni il video è stato visto da 8 milioni di persone. E Marco ha avuto il tempo di pensarci su. All’inizio di aprile, il New York Times l’ha intervistato e il divulgatore in erba ha detto di essere stato “piuttosto arrogante” in quel video e di essersi reso conto che con un approccio di quel tipo “non stava convincendo nessuno, né favoriva la comprensione”. Ma ha anche notato che quando ha proposto contenuti meno aggressivi per quanto molto pop – come il video sul Chupacabra, leggendario mostro messicano – il suo pubblico è precipitato.

 

  

La comunicazione scientifica ha avuto negli ultimi anni uno sviluppo inaspettato. Al festival della Scienza di Genova, l’anno scorso, il 90 per cento degli incontri ha registrato il tutto esaurito e molti eventi hanno raccolto richieste superiori al numero di posti disponibili. Nel 2014, “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli, è stato un bestseller: la prima tiratura del saggio contava 3mila copie, senza promozione. A fine dicembre 2015 ne aveva già vendute 300mila in Italia e 100mila nel Regno Unito. E poi se la divulgazione scientifica è l'arte di rendere accessibile la scienza, oggi grazie a internet è più accessibile che mai, con nuove generazioni di divulgatori che hanno trovato un vasto pubblico sui social media. Ma le stesse piattaforme che aiutano a far girare i loro messaggi, sembrano favorire l’uso di uno stile più provocatorio che informativo, come emerge nel caso di Zozaya. Lo conferma al Nyt anche Guillaume Chaslot, un ex ingegnere di YouTube: “L'algoritmo sta cercando di far reagire le persone, di coinvolgerle. Questi video molto provocatori, sono più efficaci”. Ne abbiamo parlato con tre scienziati e divulgatori. Per cercare di capire come funziona, e come può evolvere, la comunicazione scientifica ai tempi dei social network.

 

“Un messaggio funziona in base al contesto, al pubblico e al periodo storico. Oggi un messaggio come quello di Marco avrebbe meno presa di 2 anni fa, quando la guerra no vax era meno accesa”, ha spiegato al Foglio Armando De Vincentiis, psicologo e divulgatore che si occupa di debunking contrastando la false informazioni legate alle pseudoterapie e alla distorta comunicazione mediatica. “Dobbiamo anche considerare – aggiunge – che Marco è un ragazzino: è una formula diversa rispetto al classico intervento di un esperto. A molti interessava la forma, più che il contenuto”.

 

E se ciò che il vasto pubblico digitale vuole davvero fosse il dramma? “Sono convinto che c’è sete di scienza. E che questo desiderio sia diffuso in tutti gli strati culturali”, dice al Foglio Salvo Di Grazia, chirurgo e “divulgatore scientifico fuori orario”, come scrive sul suo popolare sito di debunking “Medbunker”. “Il rischio è banalizzare, raccontare la scienza come una partita di calcio”. Secondo Di Grazia “i social network favoriscono la polarizzazione, si tende a estremizzare e si creano fazioni. La polemica è più ad alto volume della pacata divulgazione”.

  

“In generale, oggi ci sono diversi studi sulle dinamiche nei social”, aggiunge Roberta Villa, medico e giornalista scientifico che si occupa di divulgazione sul suo canale YouTube. “Uno studio pubblicato di recente su Science mostra come sui social le notizie false viaggiano più velocemente rispetto a quelle vere. Le fake news tendono ad avere contenuti emotivamente più forti, ad essere più nuove, originali, fresche. Un’altra nuovissima indagine, ‘Debunking in a world of tribes’, ha analizzato come si formano le ‘tribù’ nei social media, cioè come ci si aggrega rispetto ai toni delle notizie. Una comunicazione più gridata, più emotiva colpisce la pancia e ottiene molte interazioni. Insomma, se una lite di Sgarbi funziona in tv, lo stesso meccanismo si rivede anche sul web. Ma, il punto è se lo scopo della divulgazione sia questo: è importante ottenere tanti like? In questi ultimi anni è andato molto di moda un hashtag che sostiene che la scienza non è democratica. A me piace dire che #lascienzaèsimpatica. È a favore della società”.

 

Villa, che in questi giorni è stata al festival del giornalismo di Perugia con un evento dal titolo evocativo: Perché la scienza non si comunica a suon di schiaffi, spiega che, ad esempio, “sul caso dei vaccini, secondo l’Istituto superiore di Sanità, solo lo 0,7 per cento dei genitori è fermamente contrario, mentre c’è un 15 per cento di dubbiosi. È molto facile sbertucciare estremisti come i no vax o i terrapiattisti. Ma se vogliamo parlare a quel 15 per cento che ha dei dubbi, una comunicazione gridata non è efficace, aumenta solo la polarizzazione e non permette lo scambio di informazioni tra le ‘bolle’, le ‘tribù’ nelle quali viviamo”.

 

 

Una posizione sposata anche da De Vincentiis, che nota però come sotto certi aspetti, questo approccio non funzioni. “In generale, la comunicazione scientifica funziona con chi è dubbioso o ignaro e vuole capire. Non con chi è isolato all’interno di un sistema ideologico, per chi ha un’idea prestabilita. La gente va a caccia di soluzioni ai suoi problemi. Un divulgatore deve fare capire che la scienza li risolve. Come nel marketing, deve illustrare i vantaggi di un prodotto”. Ma chi fa comunicazione scientifica affronta un ostacolo in più di chi vende un aspirapolvere: “Per definizione, dovrà evidenziare anche il limite insito nella scienza stessa. Le cure per il cancro hanno dei limiti. Chi fa pseudoscienza, invece, nella sua comunicazione non pone nessun limite. Per questo in molti ci cascano”.

 

Come dimostra il caso del libro di Rovelli, tuttavia, c’è una forte domanda di scienza. E allora, forse, ciò che manca è un sistema capace di recepirla e farla diventare dibattito culturale nei mezzi di informazione. È indispensabile che la “società sia partner di questo processo, che ci sia una condivisioni di valori”, risponde Roberta Villa. “I miei figli mi prendono in giro perché amo quei ‘poveri sfigati’ dei ricercatori. Bisogna far passare il messaggio che la scienza invece è una cosa bellissima. Ed è difficile farlo se nei grossi quotidiani non c’è competenza scientifica specifica. Inoltre, in un mondo in cui ci si rende sempre più conto dell’importanza del legame tra scienza e società, è fondamentale che la scienza sia ‘finanziata’, sostenuta dalla politica per poter applicare i suoi risultati. Se per la comunità scientifica gli ogm sono sicuri ma la politica, per paura, ti impedisce di usarli, allora c’è un problema”.

 

 

Poi c’è anche una tendenza a rendere la scienza “glamour”: a leggere certi titoli o ad ascoltare certe news sembra che si facciano continuamente scoperte rivoluzionarie e stupefacenti. “Anche lì si cerca lo scoop, la notizia”, incalza Di Grazia. “Anni fa lessi di una ricerca giapponese secondo la quale lo zucchero estratto dalla mela ‘cura i tumori’. Peccato che poi, verificando lo studio, questo dicesse che ‘uccideva le cellule tumorali in provetta’. Ed è ben diverso. Si tende a scambiare per scienza la fantascienza. Perché tira. È uno dei modi per acchiappare lettori ma questo non va d’accordo con la corretta divulgazione”. Per Roberta Villa, questo è “uno dei fenomeni delle fake news. Ricordo di aver letto di recente su molti giornali il titolo ‘Scoperta la proteina che fa crescere il cancro’. Ma sono state scoperte da anni, moltissime proteine cancerogene. A volte basta un articolo determinativo invece che indeterminativo a fare diventare una notizia seria una fake news”.

 

Negli ultimi anni, soprattutto in televisione, la buona divulgazione ha ceduto il passo a programmi complottisti o dedicati al culto delle scienza alternative, che tentano di affascinare con il mito e il mistero. “La tv dà sensazione di autorevolezza”, spiega De Vincentiis: “lo schermo scatena un ragionamento ingenuo per cui se qualcuno ci ha messo la faccia deve essere vero. Il problema insomma è anche nell’ambiente di chi percepisce il messaggio. Senza essere classisti, ci sono alcuni gruppi culturali in cui non c’è capacità di distinguere informazioni, vengono tutte immagazzinate allo stesso modo. Sia che provengano da Piero Angela sia che provengano da Giacobbo o dalle Iene”.

 

“Ci sono alcuni studi psicologici – aggiunge De Vincentiis – che evidenziano come all’interno di famiglie in cui linguaggio è contraddittorio, in cui papà e mamma dicono cose opposte, nei figli scattano meccanismi paranoici persecutori, anche se non per forza patologici. Se accade in una micro realtà come quella famigliare, possiamo immaginare che accada anche su scala macroscopica. Se il blog di un divulgatore e quello di uno pseudoscienziato dicono cose contrarie, un pubblico che non è in grado di capire le fonti non può che sviluppare atteggiamenti paranoici. È il meccanismo che sta alla basa di un certo complottismo”. Che per essere sconfitto, deve confrontarsi con divulgatori “che non si stanchino mai. La comunicazione è una parte fondamentale del proprio lavoro di scienziati. I complottisti non mollano, neanche noi dobbiamo gettare la spugna”.

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