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Gli scienziartisti

Si può fare divulgazione utilizzando l’arte, il gioco e la musica? Dischi, mostre, eventi contro la bullizzazione dell’ignoranza

13 Maggio 2019 alle 11:04

Gli scienziartisti

Una visitatrice della mostra “Singapore Eye” all'ArtScience Museum di Singapore nel 2015 (foto LaPresse)

Chissà cosa sarebbe successo se ce lo avessero detto prima. Quando annaspavamo tra equazioni differenziali, princìpi della termodinamica, geometria analitica, fisica atomica, formule chimiche e nozioni di biologia. Quando nella nostra memoria si affastellavano i nomi di Robert Boyle, Max Plank, Eulero, Isaac Newton, Albert Einstein, Camillo Golgi. Quando studiavamo e proprio no, quella mole di numeri, parentesi graffe e parole, non ci entrava nella testa. Non ne capivamo il senso, l’utilità pratica. Certo, non capitava a tutti. Alcuni si appassionavano, anche grazie a docenti in grado di far scattare in loro la molla dell’interesse. Erano quelli che i professori, con una frase che riempiva d’orgoglio qualsiasi genitore, descrivevano come “proprio portati”. “Suo figlio è proprio portato per le materie scientifiche”. E giù di sorrisi compiaciuti e strette di mano. Ma gli altri? Gli altri faticavano, sopravvivevano copiando, in gran parte si rassegnavano alla loro condizione di “non portati”, di debitori del sapere costretti alla riparazione di settembre, nella speranza di terminare prima possibile quel calvario.

 

Lo scorso aprile è uscito “Dna”, ultimo disco dei Deproducers, un progetto nato per “fare musica per conferenze scientifiche”

Chissà cosa sarebbe successo se allora qualcuno ci avesse detto che la fisica poteva convivere e dialogare con l’arte, la biologia con la musica, la matematica con il gioco. Che la scienza altro non è che una forma di cultura e che è solo un problema di sguardo e linguaggio. Vedere e raccontare. Saper raccontare. Forse non sarebbe cambiato comunque nulla. O forse ci saremmo sentiti un po’ meno smarriti in quest’epoca in cui la scienza è diventata terreno di scontro per vaccinisti, antivaccinisti, terrapiattisti, complottisti, troll, negazionisti, scientisti e antiscientisti. In cui alla fine, l’ignoranza (nel suo significato di ignorare le cose) è diventata un marchio d’infamia, difetto da deridere, bullizzare. E a vincere, soprattutto sui social, è spesso l’arroganza di chi sa urlare più forte le proprie ragioni.

 

Eppure, per fortuna, c’è chi da anni prova, con ottimi risultati, a percorrere un’altra strada. Lo scorso 5 aprile è uscito Dna, che detta così suona abbastanza incomprensibile. Dna è un disco, ma anche qualcosa di più di un disco. Tutto è iniziato nel 2012 quando Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo, Max Casacci e Riccardo Sinigallia hanno dato vita ai Deproducers. Quattro musicisti che in modi assolutamente diversi hanno contribuito a comporre lo spartito della storia della musica italiana (Pfm, Subsonica, Litfiba, Csi, Elio e le Storie Tese, Tiromancino solo per citare alcuni dei gruppi che li hanno avuti nelle loro file). Quattro produttori musicali che a un certo punto hanno deciso di dar vita a quello che loro stessi definiscono “un progetto di ricerca articolato in capitoli: fare musica per conferenze scientifiche, concepire la scienza come poesia”.

  

  

In principio fu Planetario, quindi Botanica e, ora, ecco arrivare Dna. Un tema indagato, approfondito e raccontato attraverso il linguaggio della musica. E della scienza. Perché trattandosi di “conferenze scientifiche”, ogni disco si arricchisce della collaborazione di un esperto che è allo stesso tempo voce narrante e Cicerone. Maestro e guida. In Planetario, dove i protagonisti erano il cosmo e gli astri, fu Fabio Peri, un diploma in pianoforte, una laurea in Fisica, una vita dedicata all’Astronomia extragalattica e alla Cosmologia, dal 1999 conservatore del Civico Planetario “U. Hoepli” di Milano. In Botanica, il racconto della “vita segreta delle piante e il loro comportamento”, fu affidato a Stefano Mancuso, fondatore della neurobiologia vegetale, professore presso l’università di Firenze e accademico ordinario dell’Accademia dei Georgofili, oltre che direttore del laboratorio internazionale di Neurobiologia Vegetale. In Dna, invece, ad affiancare i Deproducers è stato Telmo Pievani, ordinario presso il dipartimento di Biologia dell’università degli studi di Padova, dove insegna Filosofia delle Scienze Biologiche, Bioetica e Divulgazione naturalistica (senza contare che il progetto è stato realizzato con la collaborazione di Airc e la consulenza scientifica del professore e ricercatore Pier Paolo Di Fiore).

 

Il Cern ha un suo programma dedicato agli artisti che possono trascorrere un periodo in laboratorio con fisici e ingegneri

“Per me – racconta al Foglio Pievani – Dna è l’evoluzione di un percorso personale. Mi sono sempre occupato di comunicare la scienza e all’inizio lo facevo attraverso le modalità tradizionali: saggi, conferenze, un sito specializzato. Mi accorgevo, però, che le persone a cui mi rivolgevo erano un pubblico ‘già motivato’, che aveva in sé una curiosità per le cose di cui parlavo. Da lì è nata l’idea di allargare l’orizzonte, di sorprendere il pubblico e di colpirlo con qualcosa che non si aspettava. Così ho iniziato a collaborare con la Banda Osiris e a mescolare, ad esempio, il cabaret con il racconto scientifico. La reazione, nei primi dieci minuti, era soprattutto di disorientamento. Chi veniva a teatro, ovviamente, non si aspettava di assistere a uno spettacolo del genere. Poi, col passare del tempo, arrivava lo stupore”. In effetti vedere dal vivo Pievani che si esibisce sul palco con i Deproducers fa un certo effetto. Perché in fondo quello del supergruppo che sta girando l’Italia per presentare il disco (il 18 maggio saranno a Mantova) è il classico tour che attira gli appassionati di musica, ma i concerti sono molto di più che semplici concerti. “Quello che proponiamo – prosegue Pievani – è un viaggio, un’esperienza multisensoriale. Mescoliamo linguaggi diversi e, soprattutto, nel corso dello spettacolo succede sempre qualcosa”. Non quindi la classica e noiosa conferenza scientifica dove il pubblico, in silenzio, ascolta il luminare di turno. “Io non credo che chi viene ai nostri spettacoli, quando esce, abbia imparato delle nozioni scientifiche. Ma di certo sa qualcosa di più, si pone domande su argomenti che magari, prima, non lo interessavano affatto. Insomma il nostro obiettivo è quello di rompere lo schema, di superare gli steccati disciplinari, di fornire un’immagine della scienza non paternalistica. Io non sono il mediatore che traduce per te delle informazioni che altrimenti non capiresti. Io faccio insieme a te un percorso, utilizzando linguaggi diversi che, però, sono universali. Anche la location dove tutto questo si svolge, il teatro, è un messaggio implicito: stiamo parlando di scienza, ma soprattutto stiamo facendo cultura”.

 

Sembra di essere davanti a una scoperta straordinaria, un’innovazione unica, ma in realtà siamo davanti al segreto più antico del mondo. Leonardo da Vinci, di cui proprio in questi giorni abbiamo celebrato i 500 anni dalla morte, era esattamente questo: uno scienziato, un artista, un uomo capace di divulgare, attraverso l’arte, le proprie scoperte. “Sì, non è affatto una novità, ma è un modo bellissimo di fare divulgazione” ci dice Roberta Villa, medico, giornalista, affiliata all’università Ca’ Foscari di Venezia per il progetto Quest che punta a migliorare la comunicazione della scienza in Europa. “Dobbiamo cercare ogni modo – prosegue – per avvicinare le persone e migliorare il rapporto tra società e mondo della ricerca. Io sono da sempre contraria all’approccio muscolare, alla scienza che vuole imporsi. Leonardo è sicuramente un esempio di questo dialogo tra arte e scienza. Ma potremmo citarne tantissimi altri. E sono sempre di più anche le mostre d’arte che indagano temi scientifici. Penso alla XXII Esposizione internazionale della Triennale di Milano intitolata Broken Nature: Design Takes on Human Survival, ma pure all’esperienza della Science Gallery nata a Venezia in collaborazione con Ca’ Foscari”.

Difficile non citare poi Arts at Cern, il programma artistico sviluppato dal Cern che, dal 2011, permette ad artisti provenienti da tutto il mondo di trascorrere del tempo presso il laboratorio lavorando al fianco di fisici e ingegneri per favorire “nuovi approcci alla ricerca, alla sperimentazione e alla produzione artistica”. “Dopotutto – riprende Villa – sono tantissime le caratteristiche che artisti e scienziati condividono: la visione, la creatività che deve fare i conti con determinate regole, la continua ricerca della conoscenza”.

  

  

Telmo Pievani: “Non credo che chi viene ai nostri spettacoli impari nozioni scientifiche. Ma di sicuro esce ponendosi delle domande”

Ne sa qualcosa Luca Pozzi, classe 1983, artista che ha collaborato, tra gli altri, proprio con il Cern (ma anche con la Nasa e l’Istituto di Fisica Nucleare). Lo scorso 4 maggio, sul palco del TEDx di Roma, ha raccontato così la sua “conversione”: “Per predisposizione naturale ho iniziato a guardare la realtà attraverso il filtro dell’arte, poi un giorno, ho scoperto una frase di Paul Dirac, Premio Nobel per la Fisica nel 1933 nonché uno dei fondatori della meccanica quantistica, che rispondendo a una domanda su come facesse a scoprire nuove leggi naturali affermava: ‘Bisogna giocare con le equazioni, modi diversi di scrivere la stessa equazione possono suggerire cose diverse sebbene logicamente equivalenti’. L’informazione è sempre la stessa è come la veicoli e la traghetti che fa la differenza. Dirac, ci suggerisce di combattere il dogmatismo con la creatività”.

 

E’ quello che prova a fare il “gruppo di formazione e innovazione didattica” Tokalon Matematica, nato all’interno dell’Associazione TokalOn, con l’obiettivo di “restituire la matematica alla cultura”: “Non solo ‘far di conto’, ma anche e soprattutto una matematica che sia per tutti occasione di osservare e ragionare, scoprire ed entusiasmarsi, mettersi alla prova, domandare e dialogare, sbagliare ed imparare dagli errori, affrontare problemi e trovare diverse strategie per risolverli”. Da questo presupposto è nato il con-corso nazionale Matematica per tutti: 200 classi, 5.000 studenti, 1.200 squadre che si sono sfidate “facendo matematica” e giocando insieme (la fase conclusiva si è tenuta lo scorso 5-6 aprile per il parco di Cinecittà World). “L’adesione dei gruppi-classe ha costituito una opportunità di gioco e di contatto tra gli studenti, ma anche un’occasione di aggiornamento per i docenti, che hanno potuto interagire con altri colleghi – spiegano gli organizzatori –. Il progetto è nato, infatti, dalla convinzione che ciascuno, insegnante o alunno che sia, possa dare il meglio di sé lavorando in squadra”.

 

 

“Restituire la matematica alla cultura”, è l’obiettivo del gruppo di formazione e innovazione didattica Tokalon Matematica

Insomma non solo la divulgazione, ma anche la didattica può e deve essere più “creativa”. “Il disco e lo spettacolo – spiega Pievani – sono anche un’occasione didattica. Perché si sperimentano linguaggi che possono attirare un pubblico più vasto. Ma anche per gli scienziati. In questi anni, infatti, la comunità scientifica è diventata iperspecializzata, ognuno conosce benissimo il proprio particolare, ma difficilmente si occupa di altro. Non era così, ad esempio, ai tempi di Leonardo da Vinci o di Charles Darwin o, ancora, di quelli che chiamiamo filosofi della natura, quando non esistevano steccati disciplinari. Per questo servono divulgazione e buona comunicazione anche all’interno della comunità scientifica. E comunque, l’aspetto più interessante per me, è che la creazione di Dna è stata essa stessa ricerca, studio. I brani sono nati con me presente in studio, dall’interazione tra ciò che io raccontavo e ciò che questo produceva nei Deproducers. Insomma sono a tutti gli effetti brani musicali nati da concetti scientifici. Come L.U.C.A. (acronimo di Last Universal Common Ancestor, la teoria dell’Ultimo antenato comune universale) una base che fa da sfondo a tutto il brano e che via via si arricchisce di variazioni. Una perfetta esemplificazione musicale della teoria scientifica”. Insomma tutto si gioca in questo incrocio di linguaggi, esperienze, racconti, sguardi diversi. Dopotutto, come diceva Kierkegaard: “Ciò che si vede dipende da come si guarda. Poiché l’osservare non è solo ricevere, uno svelare, ma al tempo stesso un atto creativo”.

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