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Dottorato: vecchio, inutile e parcheggiato. L’università è già sovranista

Una ricerca spiega perché facciamo il contrario dell’Europa

2 Giugno 2019 alle 06:00

Dottorato: vecchio, inutile e parcheggiato. L’università è già sovranista

Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp

Pavia. Italiani e vecchi, fatte le debite proporzioni. Dalla provvida indagine annuale dell’Associazione dottorandi in Italia, condotta sulla base dei vigenti bandi di dottorato e del database Cineca, emerge che solo il 15 per cento dei posti di dottorato è riservato a borsisti di stati esteri: dato secondario che conferma il respiro localistico, se non provinciale, della ricerca in Italia, in controtendenza con l’Europa. Le grandi università britanniche, ad esempio, si caratterizzano per l’inversione delle percentuali di iscritti stranieri prima e dopo la laurea: se gli undergraduate sono in larga parte indigeni, oltremanica i graduate student sono in larga parte stranieri. L’Adi certifica invece che da noi sta invalendo addirittura una regionalizzazione: è in calo costante la percentuale di chi affronta un dottorato in una regione diversa da quella in cui si è laureato e un ragguardevole 66 per cento non cambia ateneo.

 

Questo fenomeno, detto inbreeding, rallegra solo chi pensa che la ricerca non si arricchisca per mezzo dell’accumulo di differenti modelli per costituire la specificità del futuro accademico. La poca mobilità dopo la laurea è probabilmente l’onda lunga della liceizzazione delle università, che negli scorsi anni ha portato i docenti a dover fornire nozioni scolastiche a studenti che sceglievano dove iscriversi non in base a eccellenza o caratterizzazione bensì alla comodità rispetto a casa. Ciò rende inoltre preoccupante il dato sulla collocazione dei dottorati. Delle dieci università che bandiscono più posti (e che sommate bandiscono il 40 per cento del totale), due si trovano a Roma e una a Napoli; le altre, tutte a nord. E’ il presupposto di una concentrazione geografica della ricerca che però ha patito una contrazione nell’ultimo anno, avendo perso complessivamente 232 posti, senza che le altre aree ne guadagnassero altrettanti.

 

Il paradosso è infatti che, mentre il numero di corsi di dottorato sta aumentando, il numero di posti banditi cala: meno 3,5 per cento rispetto all’anno precedente e meno 43 per cento rispetto al 2007. Non è saltata nessuna virgola. Un calo così drastico sul lungo termine non è frutto di una lenta erosione ma di un evento traumatico, il decreto ministeriale che nel 2013 ha disciplinato le modalità di accreditamento dei dottorati e la selezione dei soggetti atti a erogarne i corsi. Che non sia stata del tutto una cattiva idea si evince dal fatto che, da allora, la percentuale dei posti banditi con borsa di studio è aumentata di un terzo, mentre quella dei dottorandi senza portafoglio si è dimezzata.

 

Ciò nonostante il dottorato non è ancora visto come un vero lavoro. E’ vero che il 72 per cento dei dottorati è borsista, ma un terzo di costoro deve versare una tassa d’iscrizione: si viene quindi pagati dall’istituzione che simultaneamente si paga, conservando uno status studentesco che traspare da dati raccolti dall’Adi con cinquemila interviste volontarie. Un 24 per cento dei dottorandi non si reca mai o quasi mai in dipartimento per più di due ore; un 84 per cento sostiene di recarcisi quasi tutti i giorni per almeno mezz’ora, anche se il dato comprende il virtuoso 60 per cento che ci resta un paio d’ore. Non significa che i dottorati siano sfaticati; è sintomo che gli atenei sono inospitali e sovente abbandonano a sé stessi i dottorandi non garantendo un ambiente di lavoro sereno e proficuo. Perché le stesse università paganti non lo considerano un vero lavoro.

 

A meno che si tratti di far lezione. Un dottorando su due intervistati eroga attività didattica, in due casi su dieci oltre il limite legale di 40 ore annue, in un caso su due in forma curricolare (cioè tiene parti di corso al posto di chi dovrebbe). Così s’invecchia nelle università: è vero che l’età media è scesa sotto i trent’anni e che la fascia under 30 costituisce ormai i due terzi, ma un dottorando medio ha comunque ventinove anni e rotti e, per quasi un dieci per cento, ha iniziato cinque, sei, sette anni fa. Forse è tempo di consegnare la tesi, su. Anche se il fatto che il dottorato non venga percepito come lavoro è l’humus da cui germina il fatto che una netta maggioranza del personale universitario sia precario, con elevata dispersione: di 13 mila ex dottorandi diventati assegnisti, più della metà abbandona la ricerca quando finiscono i fondi, uno su tre dopo essere stato ricercatore a tempo determinato, e insomma meno di uno su dieci riesce a divenire strutturato, cioè professore associato. Fatto il dottorato, dunque, se si ha la fortuna di ottenere un assegno, nel 90 per cento dei casi non si va da nessuna parte; tanto vale saperlo prima di rispondere al bando.

Antonio Gurrado

Nato nel 1980. Vive a Pavia (è ghisleriano) dopo essere vissuto a Gravina in Puglia, Napoli, Modena e Oxford. Scrive di religione, editoria, illuminismo, calcio e Inghilterra; anche su Tempi e su Quasirete della Gazzetta dello Sport. Libri: Voltaire cattolico (Lindau) e Ho visto Maradona (Ediciclo).

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