Alberto Angela (Foto LaPresse)

Alberto Angela, il testimonial degli italiani

Maurizio Crippa

Ha riaperto gli occhi a un paese incupito e rancoroso. Come? Facendo buona televisione, con competenza ed empatia. Il servizio pubblico, le fake news. “Be streetwise” sul web. Intervista al conduttore delle Meraviglie

Si è “acceso un arco voltaico”. Soltanto che era l’Italia. Non la vedevamo più, nei cupi mesi del grido anti tutto e dei rancori. D’un tratto l’hanno vista tutti. Non un miracolo, Alberto Angela non parla di miracoli. Anche per principio. Ma qualcosa di fuori dall’ordinario, sì. Non l’audience da primato, quella interessa gli addetti ai lavori. Che si sia abbassata di dieci anni l’età media del pubblico di Raiuno, in un paese per vecchi, forse questo interessa, sì. Il fatto che gli italiani si siano commossi, inorgogliti, questa è la vera notizia. La cosa di cui parlare. L’idea di realizzare quello che poi è diventato “Meraviglie - la penisola dei tesori” è nata in fretta, come tutte le idee giuste. “Mi avevano proposto una piccola serialità su Raiuno, per la prima serata. Una sfida, perché un conto è la platea del sabato sera di Raitre, ‘Ulisse’, non un contenitore ma uno sviluppo tematico di due ore”. Era aprile 2017, il tema era qualcosa come “i Nobel italiani”. L’aveva in mente da tempo. Cos’è l’Italia? La risposta è un disvelamento: “Sono quasi tre millenni di generazioni che si sono susseguite e hanno costruito, lasciato, aggiunto ognuna qualcosa su quello che le altre avevano fatto. Questa è la genialità italiana, che non ha nessun altro. Abbiamo detto: ‘Ecco i vostri antenati’. Come ci vedono gli altri? Tutto bene, ma non affidabili. Invece lo siamo, perché costruiamo da generazioni. Siamo costruttori e scienziati, non solo artisti. Ma non lo sappiamo. Io fui colpito, quando Carlo Azeglio Ciampi volle il tricolore davanti alle scuole. C’è un orgoglio da recuperare”. L’idea forse era nata dallo speciale su Napoli, due anni fa. Il punto non è raccontare una versione diversa, buona invece che cattiva. “Ovvio che è giusto raccontare i problemi di una città, bene che ‘Gomorra’ diventi un brand da esportazione, ma noi abbiamo fatto vedere un’altra Napoli. E sono stati per primi i napoletani a scoprirla, a riconoscersi”.

  

“L’approccio è emozionale. Siamo entrati nella casa delle persone e abbiamo detto: questa cosa sei tu. Venite assieme a noi” 

Alberto Angela, di persona, è come lo conoscono gli italiani dalla televisione. Simpatico, empatico. L’aria da giovanotto che è figlia dell’entusiasmo. Un’icona pop, ormai anche, gli hanno dedicato persino un asteroide. Cose che vive senza il bisogno di specchiarsi, è contento di essere un paleontologo, un eccellente divulgatore. Quel che conta sul lavoro è la credibilità, e quella è un programma di vita: “Mai fatto politica, mai fatto pubblicità. Se vuoi essere creduto dal pubblico non puoi essere confuso con una saponetta”. Men che meno adesso, quando è la politica ad essere interessata al successo del format. Non è un incontro per farsi dire le bellezze dell’Italia, a quello basta la tv. Ma per capire qualcosa d’altro. Valorizzare l’Italia, ne parlano tutti, persino la politica. Poi ci riescono in pochi. Soprattutto ad accendere un arco voltaico capace di oscurare il circo mediatico dei mugugni e delle recriminazioni. Dunque: che cosa vuol dire fare una buona televisione, divulgazione e non balle, insomma un servizio pubblico reso agli italiani? Pensi ad Alberto Angela, e il primo pensiero è che la differenza siano la competenza, la documentazione, le buone immagini. Un approccio tecnico. Invece: “L’approccio è emozionale. Noi siamo entrati nella casa delle persone, degli italiani, e abbiamo detto: questa cosa sei tu. Venite con noi, insieme, a vedere il bello. La stessa cosa è accaduta per ‘Una sera a…’. Siamo entrati nel cuore, nella cucina e nella patria interna di ogni italiano”. Il servizio pubblico: non l’apologetica, o la propaganda. Il compito di accompagnare, che è fatto anche di passione, di condivisione della scoperta. Accompagnare: è quel gesto che Alberto Angela fa spesso, nel lancio delle immagini, nel dare via libera alla telecamera che lo sorpassa ed entra in un sito archeologico, in un palazzo, in un museo, in un bosco. Una largo gesto della mano, un invito. Le mani di Alberto Angela sono familiari al pubblico da molto tempo, probabilmente esiste pure una bibliografia critica in materia. Ne hanno tracciati di percorsi, dai tempi in cui ci scherzava sopra Neri Marcorè, ma è diventata anche quella parte della costruzione del personaggio, vissuta con divertita nonchalance. Le mani sono un oggetto di scena, uno strumento semiotico (lui le ha chiamate “punteggiatura”). Ma il succo della questione è questo: uno dei segreti del successo di “Meraviglie”, “o di ‘Una notte a…’, è che si basano su un’esperienza anche personale, cui abbiamo partecipato noi stessi, e di cui facciamo partecipare il pubblico: venite con me”. “Meraviglie” è un progetto nato in pochi minuti, non è frequente in Rai. “Ho detto sì, ma quattro puntate almeno. I siti dell’Unesco in Italia sono 56, più di ogni altra parte del mondo. Ho detto non c’è tempo, ho bisogno della squadra con cui ho già lavorato”. Da sempre lavora solo con produzioni Rai, niente esternalizzato. Perché? Perché ci crede, al servizio pubblico, come crede nella scuola pubblica, è una cosa che è di tutti, un bene comune. Ha radunato i suoi davanti alla lavagna: dove andreste? In mezz’ora la scaletta era fatta. Settantasette giorni di riprese, sedicimila chilometri, quattrocento minuti di televisione. Un brain storming “con la mente per il cuore. Poi la mia regola è un passo indietro, o di lato. Servizio pubblico vuol dire parlare al paese mostrando, senza metterci la mia opinione”.

   

“‘Be streetwise’. Per strada nessuno crederebbe al primo sconosciuto che gli dice una cosa qualsiasi. Perché si fa sul web?”.

La domanda da porre, al testimone. Perché il successo, sì. I social impazziti, sì. Queste cose le hanno notate tutti, e noi tra i primi. In un inverno malmostoso da pre campagna elettorale. Quando ci chiedevamo: possibile che l’Italia sia questo? Che sia il paese rancoroso e voltato all’indietro, la mano annoiata sotto il mento, che ci ha raccontato il Censis, la terra desolata messa quotidianamente in scena dai talk-show? La domanda che è interessante rivolgere a un testimonial credibile degli italiani – a un viaggiatore curioso, orgoglioso quando va all’estero, stupito di quanto ancora lo stereotipo che gli altri proiettano su di noi sia durevole e interiorizzato – è quanto pesa la rappresentazione che facciamo dell’Italia sulla percezione che poi gli italiani hanno di se stessi. Alberto Angela è uno che quando dice “noi italiani” non lo dice come un plus per l’esportazione, ma con una accezione ampia, sedimentata: “I romani sono italiani. Gli etruschi sono italiani. I romani non sono ‘il passato’, sono, mi verrebbe da dire, un cognome italiano, una famiglia e una generazione degli italiani. Come i monaci, gli architetti del barocco. La Torre Eiffel sta ancora lì per merito di Marconi, perché se non si fossero accorti che era perfetta per le trasmissioni radio l’avrebbero tirata giù”. Di questi tempi, quando persino la razza torna argomento di discussione, che gli italiani siano un popolo solo, che ha cambiato nomi e costumi senza buttare via nulla, e di questo ha fatto il suo vero genio, è qualcosa che vale di più di un format per serate di successo da tivù generalista. Persino la pizza, dice, è figlia di questa genialità: “E’ un modo di panificare che è del neolitico, gli italiani hanno aggiunto una cosa che viene dall’America e un’altra che è un modo di produzione casearia dei longobardi, la mozzarella di bufala”. L’Italia non è quella cosa ingrugnita e depressa: è una convinzione scientifica, la sua. Solo che lo abbiamo dimenticato, responsabilità anche di gestisce i media. All’estero sanno fare meglio.

   

Parliamo di televisione pubblica, allora. Lei ha avuto proposte importanti da altri network, alla fine è restato alla Rai. “Il retroscena è che non ci sono retroscena. Sono un professionista esterno, un contratto dopo l’altro. E’ normale ricevere proposte, se un giorno non ci fossero le condizioni per continuare con la Rai, potrei accettarle. Sono rimasto perché lavoro bene e perché credo in questo tipo di televisione. Che ha una missione pubblica. Altrove ci sarebbe una platea differente e, legittimamente, un modo di raccontare differente”. Fare una televisione per gli italiani, non contro di loro. Abbiamo da imparare? “Dalla Bbc, la televisione pubblica per antonomasia, il fatto di aver sempre creduto nel documentario, ad esempio. Se devono fare una trasmissione sui leoni, va una troupe, lavora mesi, produce una quantità di immagini enorme che poi viene selezionata, il resto è archiviato e rimane a disposizione. In Italia su questo siamo storicamente indietro, anche se la Rai sta maturando una migliore consapevolezza. Ai grandi network commerciali si può invidiare la potenza di fuoco sui mercati internazionali, ma ad esempio non la capacità di sfruttare il patrimonio culturale, che è la vera competenza italiana. Se parlo di Roma, ci vuole un esperto romano, che conosca la nostra tradizione. Non un anglosassone, per comodità linguistica. Le produzioni internazionali puntano sull’effetto, spesso sul cliché. E poi la qualità nostra è alta, apprezzata. ‘Una notte a…’ è stato trasmessa su Arte, una rete che punta sempre all’eccellenza. Ha fatto il 50 per cento di share. Poi credo che la divulgazione scientifica debba essere fatta dal servizio pubblico: la divulgazione è pubblica, come l’istruzione”. Ci risiamo: l’Italia. “E’ anche il modo migliore per combattere i cliché negativi che noi stessi abbiamo interiorizzato. Come quelli di essere inaffidabili, incompetenti”.

   

“Che cosa vuol dire fare una buona televisione, divulgazione e non balle. Cosa abbiamo da imparare, i cliché da sfatare”

 

Affidabilità, competenza. Due parole chiave di questi tempi. Siamo immersi in un clima sociale in cui si fa guerra alla competenza. Un medico vale come me, un esperto di vaccini è un truffatore. Vale anche per la scuola, nella politica. Qual è il motivo, qual è l’antidoto? “Faccio l’esempio della Brexit, questo disastro completo, questo suicidio per un impero che è stato mondiale. E’ verificato che molto del comportamento degli elettori sia stato determinato dalle fake news, da cattiva informazione, dal rifiuto insensato di prendere in considerazione le opinioni veramente competenti. E’ evidente che c’è un appiattimento derivato anche dal cattivo uso del web. Vai su Google e la prima risposta è quella che vale. Bisogna insegnare, spiegare che c’è altro. E’ una responsabilità dei media, che spesso la trascurano in nome della velocità. Non si verificano le fonti”. Fa un piccolo caso personale, ma significativo (ha una formazione scientifica, ama puntualizzare). “Sono stato malamente attaccato perché non avrei detto, in una puntata, che le Dolomiti sono anche in Veneto. Qualcuno l’ha scritto, è diventata la notizia su tutti i giornali. Invece bastava andare a vedere a 1 h, 24’ e 25’’ della puntata: lo dico. Però è come se non l’avessi detto, nessuno ha controllato. Verificare le fonti, diversificarle. Fare buona informazione è questo. Anche fare informazione scientifica corretta. E’ l’unico antidoto. Invece bisogna indignarsi contro l’effetto uno vale uno. E scommettere che di può parlare in modo sexy anche di cose difficili”.

  

“C’è un’ombra, la chiamo l’ombra oscura del web. Bisogna stare attenti, verificare, ribellarsi all’uno vale uno, alla logica del banner”

Esiste un legame tra le fake news e un paese rancoroso, che distribuisce odio? Qual è la radice? “Su questo c’è un’ombra, che non viene denunciata, la chiamo l’ombra oscura del web. Qualcuno ha detto che non usa Facebook perché è il canale dell’odio. Bisogna stare attenti. Da giovane ho vissuto a New York, negli anni in cui New York era una città violenta, pericolosa, la paura era per la strada. C’era un modo di dire, che mi fu insegnato e che imparai, come tutti i newyorkesi, a usare come un salvavita: ‘Be streetwise’. Stai scafato diremmo, o letteralmente stai attento alla strada, per la strada, perché è lì che succedono le cose. Ecco, oggi quell’ombra minacciosa è passata dalla strada al web. Dobbiamo dire ‘be streetwise’ quando usi i social network. Non fidarti di tutto, approfondisci, verifica. Questa cosa le nuove tecnologie tendono a metterla in secondo piano, ed è naturale. Ma bisogna essere consapevoli noi del fatto che nella notizia, nella sua fulmineità, c’è il rischio che prevalga il bisogno di clic, la logica del banner. Più fai clic, più hai banner, oppure ascolto televisivo. ‘Be streetwise’. Per strada nessuno crederebbe alla prima persona sconosciuta che gli dice una cosa qualsiasi. Perché si fa sul web?”. Accendete un arco voltaico sulla buona informazione. E’ una meraviglia.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"