roma capoccia

A Pomezia pronti a partire i test per il vaccino

Gianluca De Rosa

Selezionati 550 volontari per la sperimentazione umana in Inghilterra con il siero sintetizzato in provincia di Roma

Roma. “Ci siamo trovati come un'attaccante davanti alla porta quando arriva il pallone”. Piero Di Lorenzo, 70 anni, titolare di Irbm, senza alcuna modestia, ma con grande onestà usa una metafora calcistica per spiegare come la sua azienda con sede a Pomezia, un passo dalla Capitale, abbia prodotto in tempi record un vaccino per il Covid-19, il coronavirus che ha messo in ginocchio il mondo intero. “La sperimentazione su 550 volontari sani tra i 18 e i 55 anni partirà a fine aprile in Gran Bretagna, per fine settembre avremo i risultati”.

 

Il vaccino, infatti, è il frutto di una proficua collaborazione tra l’azienda della provincia romana e il Jenner Institute, istituto di ricerca britannico con sede a Oxford. Ed è proprio questa decennale sinergia che ha permesso, rimanendo alla metafora di Di Lorenzo, di trovarsi con la palla davanti alla porta spalancata. “Loro – spiega – sono dei profondi conoscitori della famiglia dei coronavirus: hanno già studiato la Sars e realizzato il vaccino anti-Mers testato sull’uomo con ottimi risultati. Quando il 10 gennaio i cinesi hanno sequenziato il virus, e pubblicato il risultato, in due settimane hanno sintetizzato il gene della proteina Spike, la coroncina che lo rende contagioso. Hanno capito di che cosa si trattava e hanno usato lo stesso procedimento tecnologico utilizzato per Mers e Sars per depotenziarlo. Lo hanno fatto al volo”. A questo punto interviene la seconda fortunata coincidenza. “Il Jenner Institute aveva il motore, noi la carrozzeria”, dice fiero Di Lorenzo. “Appena pronto ci hanno mandato l’inoculo virale che, semplificando, è il virus depotenziato. Inserito nell’organismo umano permette la nascita degli anticorpi, rendendo l’individuo immune al virus”. Serve però un modo per somministrarlo all’uomo. “Noi avevamo la piattaforma perfetta, la stessa che abbiamo utilizzato per il vaccino anri-Ebola”. Irbm, infatti, prima di questi giorni era già giunta all’onore delle cronache per aver creato uno dei due vaccini antiebola attualmente autorizzati di cui ha prodotto oltre un milione di dosi. “Abbiamo caratterizzato l’adenovirus, quello del raffreddore, lo abbiamo ulteriormente depotenziato per evitare la replicazione nell’organismo, e poi abbiamo inserito al suo interno l’inoculo virale”. Questo genere di vaccini è definito vettoriale. “In pratica – spiega Di Lorenzo – l’adenovirus si comporta come un cavallo di Troia per l’ingresso nel corpo umano”.

  

Una rapidissima scoperta a cui adesso, stando alle parole di Di Lorenzo, seguirà una rapidissima fase di test e somministrazione. Normalmente i vaccini vengono prima testati sugli animali (di solito s’impiegano 4-5 mesi), poi su un campione di 10-12 individui (altri 5 mesi), poi su un secondo campione di 150-200 persone osservando gli effetti e la durata dell’immunità per due anni. Infine, la fase tre: il vaccino viene somministrato su 500-600 persone. Anche qui con un periodo di monitoraggio di un paio di anni. Per la validazione di un vaccino ci vogliono in situazioni ordinarie tra i 5 e gli 8 anni, ma la pandemia da Covid-19 non lo è. “Considerata la situazione e analizzata la documentazione preclinica – spiega Di Lorenzo – l’agenzia regolatoria inglese ci ha autorizzato a passare direttamente alla fase tre e con tempi ridotti: 4-5 mesi, invece di due anni. Vista l’urgenza gli inglesi hanno scelto il male minore: non attendere due anni di sperimentazioni per scoprire effetti collaterali minimi, ma dare l’autorizzazione dopo alcuni mesi per salvare migliaia di vite”. La domanda sorge spontanea. In Italia sarebbe stato possibile un tale taglio dei tempi burocratici? Il silenzio è eloquente. Poi Di Lorenzo si fa diplomatico: “Ho parlato con presidente dell’Iss con il ministro della Salute e quello della Ricerca, devo dire che ho avuto grande apertura, ma diciamo che il nostro sistema è un po' più ingessato”.

   

Questo però significa anche che quando a fine settembre arriveranno gli esiti dei test, anche se positivi, il vaccino non potrà comunque essere commercializzato (servirà l’autorizzazione dell’Ema e dell’Aifa). Potrebbe però essere somministrato a medici, infermieri e forze dell’ordine attraverso le norme sull’uso compassionevole. Inoltre per la produzione di massa (anche arrivassero insieme altri 7 vaccini bisogna considerare che serve a tutto il mondo) richiederà anni. Ricorda Di Lorenzo: “La produzione dei vaccini non è industriale: ogni boccettina è vagliata da un ricercatore. Per produrre un milioni di dosi di vaccini anti Ebola abbiamo impiegato 5 mesi, stiamo lavorando per decuplicare la nostra produzione ed è evidente che interverranno anche le multinazionali, ma comunque servirà molto tempo”.

  

Per Irbm Scienze Park lo sviluppo e la produzione dei vaccini è solo una delle attività (svolta dalla controllata Advent che lavora tra le altre cose anche a un candidato vaccino per l’Aids). Il gruppo, acquistato nel 2009 dalla Merk si occupa principalmente di ricerca chimico-farmaceutica. All’interno dei 22 mila metri quadri di laboratori nell’hub di Pomezia lavorano 250 tra biologi, chimici, farmacologi e ingegneri guidati il direttore scientifico, Carlo Toniatti, tornato dopo 10 anni di lavoro in America, dove era a capo dei progetti oncologici del “M.D. Anderson cancer center” di Houston. “Siamo esperti di peptidi – spiega Di Lorenzo – quando un gruppo di scienziati di una multinazionale sta lavorando a una molecola, può succedere che si trovi a un bivio: che strada seguire? Quando questo accade la multinazionale chiede a noi, o aziende come noi, di seguire una delle due vie”. Irbm inoltre fa parte con Cnr ed Istituto superiore di Sanità del Cnccs, il consorzio pubblico-privato che gestisce la banca dei composti. Una libreria di oltre 350 mila composti chimici a disposizione della ricerca nazionale. Spiega Di Lorenzo: “Quando un ricercatore di cardiologia lavora ad esempio a cercare una molecola che libera le coronarie. In 30 anni non riesce a farcela, eppure nel corso di quegli anni ha provato diverse molecole che magari non funzionano per quello ma sono utili per la disintossicazione epatica. La banca è stata inaugurata nel 2010 dal commissario europeo alla Salute. Fu una scelta lungimirante dell’allora ministro Maria Stella Gelmini”.

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