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Euro Pd (o è la Dc?)

Le tre chiusure di campagna per il “partito delle correnti”. Bonisoli ancora a gamba tesa

24 Maggio 2019 alle 06:00

Euro Pd (o è la Dc?)

Foto LaPresse

Da modello nazionale a ultima ridotta, Milano per il Pd sarà una partita cruciale, nella partita delle Europee. Il piovoso sabato salviniano in piazza Duomo non è stato il successo di popolo che il Capitano si aspettava, ma è stato indubitabilmente un atto di forza, una sfida lanciata nella città in cui la sinistra tiene e governa da due sindacature. Al milanese Matteo Salvini, ovviamente, interessa il risultato a livello nazionale. E per quanti forzi faccia, molto dipenderà per lui dal risultato nelle circoscrizioni di nord-ovest e nord-est. Ma mentre sul Veneto molto arrabbiato per l’autonomia che ancora non si vede veglia il potente doge Luca Zaia, è soprattutto in Lombardia che Salvini deve ottenere due cose: un travaso di voti che prosciughi quel che resta di Forza Italia, e un botto di voti che tenga lontano il Pd. Ed è qui, appunto, che si gioca la partita del Partito democratico e che Milano diventa un simbolo decisivo. Lo sanno benissimo, i dem. Tant’è vero che hanno scelto il palcoscenico meneghino per le più sberluccicanti chiusure di campagna. Ma, appunto: hanno scelto. Al plurale.

 

Hanno iniziato i ritrovati gemelli del gol, Matteo Renzi e Carlo Calenda – ed è chiaramente, in prospettiva, la possibile (non proprio probabile) notizia politica – che dopo tanti appuntamenti mancati e battibecchi si sono presentati, europeisti senza se e senza ma, all’Auditorium di largo Mahler. Pienone, emozione, entusiasmo e idee chiare, come ha raccontato sul Foglio Paola Peduzzi. “Sono felice che Renzi abbia consenso, ma spero che non ci mettiamo a fare le gare dell’applausometro tra noi”, è stato il commento strappato al sindaco Beppe Sala la mattina dopo. Non c’entra – non molto – il fatto che il sindaco abbia deciso ultimamente di dotarsi di un profilo più politico e più nazionale. Il punto è che Sala la sinistra di Milano la conosce, sa che da Renzi e Calenda sono partiti dei missili verso Nicola Zingaretti, con cui ha un saldo rapporto e che soprattutto è il garante della candidatura a capolista europeo di Giuliano Pisapia: il campo largo a sinistra.

 

Secondo step, Sala ieri ha (a suo modo) concluso la campagna elettorale con Assolombarda, partecipando a un evento dal titolo “Milano per l’Europa”, al Piccolo Teatro Studio. Presentazione del libro “Il valore dell’Europa”, assieme ai rettori di tutte le università milanesi (più Pavia) che hanno contribuito allo studio e il vicepresidente di Assolombarda, Enrico Cereda. Un modo di parlare di Europee più nelle corde del sindaco manager, concentrandosi sulle tematiche delle imprese e sulle strategie di sviluppo.

 

Per la vera chiusura di campagna del partito arriverà il segretario ecumenico, Nicola Zingaretti, in verità assai presente a Milano negli ultimi mesi. Oggi alle ore 18 la location prescelta è il Parco Sempione, al Teatro Burri. In sua compagnia ci sarà il candidato del partito del Socialismo europeo, Frans Timmermans. Chiusura unitaria, certo, ma l’impressione che nel giro di pochi giorni tre sinistre diverse e tre progetti diversi si siano presentati su una piazza simbolicamente cruciale, seppure politicamente annoiata e piuttosto distratta, rimane.

 

Il modello “Pd plurimo” di Milano non è però per forza negativo. Come per governare Milano la sinistra ha avuto bisogno di mettere insieme tutte le sue anime, così oggi, almeno a questa tornata elettorale – le Europee sono un voto proporzionale, non va dimenticato, e un voto di opinione – e in attesa degli sviluppi nazionali dopo il 27 maggio il Pd è in sostanza diventato un partito simile alla vecchia Democrazia cristiana. Un partito che magari non tutti dicono di votare (ai tempi della Dc nessuno era mai democristiano, poi la Balena bianca prendeva regolarmente il 35 per cento), ma poi molti votano, essendo la scelta più plausibile per chi voglia votare opposizione. Inoltre, come la Dc, il Pd della segreteria Zingaretti è un partito di correnti, o una somma di correnti che sta insieme su una base politica condivisa molto precaria, ma sta insieme perché al momento sarebbe disastroso dividersi. Nelle liste tutte le correnti sono rappresentate, il meccanismo delle preferenze permette agli elettori di scegliere, idealmente, il proprio Pd, o la propria corrente, e votare turandosi il naso in virtuosa sopportazione delle correnti altrui. Che sia una strategia vincente anche in futuro, non si sa. Oggi è così, e la vera domanda, a Milano, è se riuscirà a reggere l’urto di Matteo Salvini.

 

Il Mibact a Cinque stelle colpisce ancora. E’ di mercoledì la notizia, fulmine a ciel sereno, che la direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, retta con furia censoria da Gino Famiglietti, ha avviato la procedura per dichiarare d’interesse culturale “particolarmente importante” la Piazza d’Armi di Baggio, oggi totalmente abbandonata e degradata, nelle mani del demanio e oggetto di lungo lavorio (lo aveva raccontato GranMilano il 28 marzo scorso) tra enti pubblici e privati per una doverosa risistemazione. L’intervento a gamba tesa del Mibact ha ancora meno motivazioni di quello (poi ritirato in fretta e furia) di qualche mese fa sul QT8. Serve solo a bloccare ogni ipotesi di intervento. L’aggravante è che nessuno ne era informato, né il Comune né, a detta del sindaco, la Sovrintendenza di Milano. Ieri Sala non ha usato giri di parole: “Trovo pazzesco che un vincolo così importante venga messo senza nemmeno consultarci. Quanto valgono queste decisioni nello sviluppo di una città? E’ intollerabile che qualcuno abbia la possibilità, con poteri ostativi, di limitare le nostra capacità. Il tema è da un lato conservare il verde e dall’altro rigenerare spazi. Questi magazzini che vogliono vincolare, ma che andassero a vederli, sono magazzini che non hanno senso comune. Posso anche apprezzare per alcune cose il modo di vedere del M5s, ma in questo caso sono veramente ideologici oltre misura”. Il ministro Bonisoli che dice?

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