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Il voto tra bolla e realtà

Il sovranismo non è inevitabile. Pensatela un po’ come volete su Renzi e Calenda, ma il loro incontro è stato una carezza

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

22 Maggio 2019 alle 06:13

Il voto tra bolla e realtà

In vista dell'elezioni Europee un incontro organizzato dal Partito democratico presso l'Auditorioum di Largo Mahler con Matteo Renzi e Carlo Calenda (foto LaPresse)

La bolla liberale s’è ritrovata lunedì sera a Milano, all’auditorium Mahler, stretta stretta, in piedi, per terra, tutto esaurito, gente che non è riuscita a entrare, un calore spontaneo, quasi liberatorio: vogliamo applaudire noi, questa volta. Sul palco, nell’ordine, Carlo Calenda, Caterina Avanza, Irene Tinagli e, gran finale, Matteo Renzi, la famiglia europeista riunita, allegra, ironica, affiatata: le liti, lunedì sera, erano esclusiva del governo dei dispetti rinchiuso nel suo Consiglio dei ministri saturo di rancori.

 

A Milano è facile, direte voi, se non riempi i teatri lì, dove?, se non accendi i cuori milanesi, quali?, ma non è del tutto vero: Milano è pur sempre la città di Matteo Salvini, anche se nella foga di raccontare la caparbietà della sua internazionale nazionalista – nella quale piove dentro, esattamente come a piazza Duomo domenica – ce lo siamo dimenticati. A Milano non è poi così facile, non lo è da nessuna parte, ma in quell’auditorium desideroso di standing ovation s’è visto quel che a lungo è mancato: una possibilità. Sono quattro mesi che, in vista delle europee, non si fa che sviscerare l’associazione trasversale populista, gli amici della Lega di qui, quelli dei Cinque stelle di là – ci siamo dovuti occupare di partiti oscuri dalle storie improbabili e dalle speranze da zerovirgola: che pena – e critiche sugli europeisti che non sanno parlare di Europa, non sanno unirsi, non sanno coalizzarsi, senza voce, senza idee, senza respiro, registri anonimi di occasioni mancate.

 

La sfida Salvini-Calenda è quella giusta per capire cosa c’è in ballo alle europee

Un voto per l’Europa, ma non solo. Perché il leader della Lega e l’ex ministro sono i candidati che meglio incarnano lo scontro fondamentale in atto: quello tra chi crede nella chiusura e chi crede nell’apertura

 

Invece no. Per una sera – ma forse non è solo una sera, forse è solo un inizio, con la magia e un pizzico di illusione di tutti gli inizi – è risuonata forte la possibilità più bistrattata di questa stagione di strazi ideologici: il sovranismo non è inevitabile, il sovranismo non è per sempre. Basta con la rassegnazione, con l’istinto di chiudersi in casa e aspettare che passi, “basta con la Lega al 30 per cento, a casa mia la Lega è al 17 e io le partite a tavolino non le ho mai date vinte”, come ha gridato Calenda tra gli applausi. L’errore è rassegnarsi, la condanna è rassegnarsi, ed è stato questo il filo rosso che ha unito la serata, passando per l’ispirazione macroniana della Avanza e per la determinazione consapevole (e ironica e accogliente) della Tinagli, fino a Renzi, il simbolo di questa reunion, che al primo scatto assieme a Calenda lo ha indicato come a dire: è merito suo se siamo qui insieme, ma ora che ci siamo l’impegno deve essere di tutti, il mio, il tuo, il suo, il nostro. Renzi ha messo nomi, facce e dichiarazioni al veto di Calenda “non si fanno compromessi con chi ha quell’idea di democrazia”, raccontando quest’anno di governo gialloverde e le sue brutture, fatti di cronaca intrecciati ad analisi politiche, con un occhio a quel che avviene fuori dai confini nazionali, perché là fuori c’è un’Europa, un mondo, da gestire, da governare, e non è bella questa Italia che, dice Renzi, “non conta più una cippa”.

  

La cosa centrista di Renzi e Calenda non c’è, ma i numeri dei sondaggisti sì

Oltre la reunion di lunedì. “Un loro partito centrista varrebbe subito il 10 per cento”. Parlano i sondaggisti

  

Tra qualche giorno si vota, ci si conta, ci si confronta: il risveglio non sarà facile, gli equilibri sono tutti da trovare, il fuoco nemico e quello amico sono lì pronti a riprendersi spazi. Ma questi sono affari di palazzo: la gente – gli altri direbbero: il popolo – che si avviava verso l’uscita dopo i saluti e i selfie finali si guardava con aria complice, divertita, sollevata: il sovranismo non è inevitabile, andiamo a vivercela, questa possibilità, per una sera ha persino l’aria di una carezza.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

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Commenti all'articolo

  • daniele.velon

    22 Maggio 2019 - 20:58

    Ho seguito l’intervento di tutti i quattro a Milano. Senza togliere nulla agli altri Renzi è un vero fuoriclasse. Un discorso impetioso ed impeccabile, a braccio, piani e forti, ironia e bastone. A parte i contenuti pregevoli, una lezione di retorica

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  • romamor

    22 Maggio 2019 - 11:03

    Tutto bene; l'unico inghippo(per ora) è che siamo all'interno del PD di Zingaretti e non di +Europa della Bonino.

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  • branzanti

    22 Maggio 2019 - 10:05

    Grazie Paola Peduzzi. Anch'io, nella mia assoluta modestia, vedo nei volti e nelle proposte di lunedì sera a Milano una concreta possibilità (forse l'unica) di riportare la politica italiana in un terreno di serietà e concretezza.

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