(foto LaPresse)

Diffidare della globalizzazione? Un dialogo con Sangiuliano

Claudio Cerasa

L’apertura del mondo ha davvero impoverito la democrazia? La tesi del direttore del Tg2, la nostra risposta

Al direttore - Donald Trump non è un intellettuale. Non ha il pedigree culturale di Barack Obama che da giovane era diventato il primo direttore afroamericano della Harvard Law Review, la prestigiosa rivista gestita dagli studenti della facoltà di legge. Tuttavia, il tycoon ha fiuto, ha dimostrato più volte, prima nel mondo degli affari e poi in politica, la capacità di percepire la realtà e le sue pulsioni. Quando ha affermato, in un’intervista a Fox Business, che “la pandemia del coronavirus dimostra che l’era della globalizzazione è finita”, non ha lanciato solo uno slogan, ma ha dato sintesi estrema a un interrogativo del nostro tempo: la globalizzazione è davvero finita? Oppure ha subito solo una battuta d’arresto? Il che significa domandarsi se il mondo tornerà ad essere quello di prima o se piomberemo in una realtà diversa, come spesso è accaduto nella storia dell’umanità quando si sono realizzate svolte epocali. Xi Jinping, l’altro grande attore della geopolitica mondiale, qualche tempo fa ebbe a dire: “E' vero che la globalizzazione ha creato nuovi problemi, ma questa non è una giustificazione per cancellarla, quanto piuttosto per adattarla”. A parte l’impatto profondo sull’economia, sulla vita sociale e politica, il discorso sulla globalizzazione investe in primo luogo le categorie concettuali dell’essere, del nostro esistere, che negli ultimi decenni sono state tarate sulle “virtù globali”, sui vantaggi presunti di questa dimensione, sulla convinzione di dover creare – quasi si trattasse di una diversa categoria antropologica – un homo novus, una nuova dimensione esistenziale sradicata dalla storia, dal fluire dei popoli, dalle tradizioni, dalla comunità cui si appartiene. Una umanità tutta forgiata da un “pensiero debole”, dove lo stile uniforme, improntato all’iper politicamente corretto, deve prevalere sulla sostanza delle cose. Dove il dato oggettivo della realtà conta poco, se non è conforme alla vulgata dominante. La globalizzazione è stata la grande illusione del nostro tempo, concettualizzata da Fukuyama quando decretò la fine della storia e come ogni figura retorica ha avuto la sua apologia, una tessitura delle lodi, una narrazione, che oggi, però, è chiamata a fare i conti con la realtà. Le “sorti progressive” hanno mostrato enormi crepe, a tratti emergono le ferite di una sorta di nichilismo che ha ridotto il cittadino (destinatario di diritti e doveri) a un mero codice a barre. Il cives, protagonista del suo destino, eredità del mondo greco-romano, è stato annichilito e diluito nell’individuo massa, figura ben descritta da Ortega y Gasset. Certo, non tutti gli effetti della globalizzazione sono da gettare via, perché ha prodotto anche esiti innegabilmente positivi, ha consentito a culture diverse di entrare in contatto, conoscersi e guardarsi. Ha semplificato quello che Marco Polo e Cristoforo Colombo fecero in tempi remoti. Le società occidentali, per secoli si sono alimentate della concezione greca e romana della res pubblica, si sono nutrite di un’idea classica che fonda insieme i valori di libertas e virtus, capaci di delimitare un recinto identitario che esalta il valore degli individui nella comunità, definendo quello che Giambattista Vico chiama l’idem sentire comune. E per questo che Osvald Spengler ne Il tramonto dell’Occidente (Der Untergang des Abendlandes), proponendo un’idea faustiana dell’Europa culla della civiltà, rinviene il tratto della decadenza nel cosmopolitismo che è “l’opposto della vita”. Un tema che affascina un intenso intellettuale come Antonio Gramsci che corregge il maxismo classico aprendo al popolo-nazione e richiamando il rispetto della volontà collettiva di una nazione. La globalizzazione, però, ha impoverito milioni persone, ha tolto a tanti per dare a pochi: su questo punto convergono i dati e le analisi di organizzazioni internazionali super partes. Il rapporto Oxfarm ha più volte, negli ultimi anni, richiamato la circostanza che gli otto uomini più ricchi al mondo possiedono una ricchezza pari a quella di 3,6 miliardi di persone al mondo. In altre parole, in otto dispongono di più della metà della popolazione del pianeta. La ONG britannica nei suoi rapporti rileva come l’attuale sistema economico favorisca l’accumulo di risorse nelle mani di una super élite ristretta e autoreferenziale.

 

Il premio Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz parla di “declino delle opportunità” e di “crescita delle disuguaglianze”. Le diseguaglianze create dalla globalizzazione sono fra individui, ma sono anche fra Stati, perché alcune nazioni più ricche hanno attuato una sorta di neocolonialismo, di natura economica, capace di condizionare le scelte sovrane di altri popoli attraverso il potere finanziario, la capacità di erogare o meno aiuti e sussidi a chi ne ha bisogno. Non aiutare lo sviluppo ma fare dell’assistenzialismo interessato. Sono poche nazioni a dettare le regole del gioco e a definire l’eticità di tali regole. La Cina, forte del suo dirigismo e autoritarismo, è la nazione che meglio ha utilizzato la globalizzazione quale veicolo, a volte subdolo, per affermare la sua egemonia economica, come insegna la sua azione in Africa. La globalizzazione ha impoverito la democrazia, anzi molto spesso l’ha svuotata del suo significato più pieno, quello che rimanda all’etimologia greca della parola, “démos, popolo» e krátos, potere”, dunque potere del popolo. Ralf Dahrendorf, studioso caro in un certo periodo alla sinistra italiana, ci aveva avvertito: “Le decisioni stanno migrando dallo spazio tradizionale della democrazia”, aggiungendo che la democrazia non fosse applicabile “al di fuori dello Stato-Nazione, ai molti livelli internazionali o multinazionali in cui si forma oggi la decisione politica”. Cosa resterà, nel bene o nel male, di questa globalizzazione dopo la pandemia? Le nazioni, la storia, e soprattutto gli individui tenderanno a riappropriarsi del loro spazio esistenziale. Lo storico Federico Chabod, partigiano e dirigente del CLN, precisa: “Dire senso di nazionalità, significa dire senso di individualità storica. Si giunge al principio di nazione in quanto si giunge ad affermare il principio di individualità, cioè ad affermare, contro tendenze generalizzatrici e universalizzanti, il principio del particolare, del singolo”. 

Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2


Grazie della lettera, caro direttore, ma, con amicizia, permettimi di dissentire su alcuni punti. Il primo punto riguarda l'idea che la globalizzazione abbia impoverito il mondo. I dati dicono l'esatto opposto. Prendiamo quelli della Banca mondiale: la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà estrema – ovvero con meno di 1,25 dollari al giorno – dal 2017 è scesa per la prima volta sotto il 10 per cento (nel 1990 la quota di poveri era pari al 36,4 per cento della popolazione globale e probabilmente verrà azzerata entro il 2030). Prendiamo poi altri dati, più interessanti, che sono quelli offerti quest'anno dal rapporto Credit Suisse, che è la stessa fonte poi usata da Oxfam per le sue elaborazioni. Cosa dice Credit Suisse? Dice questo. Dice che l’indice di Gini sulla diseguaglianza della ricchezza, a livello globale, è in continuo calo, che la quota di ricchezza in mano al top 10 per cento e al top 5 per cento è in riduzione sostanziale da almeno vent’anni e che la fetta della torta in mano al 90 per cento più povero della popolazione mondiale è passata dal 10 per cento nel 2000 al 18,3 per cento nel 2019. Quanto al tema che la globalizzazione abbia indebolito la democrazia continuo a pensarla come il mitico filosofo ed economista francese Frederic Bastiat: “Dove non passano le merci, passano gli eserciti”. Grazie dello spunto e buon lavoro.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.