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Civismo: più cialtronismo che fascismo. Dati sulla responsabilità

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

26 Maggio 2020 alle 06:00

Civismo: più cialtronismo che fascismo. Dati sulla responsabilità

(foto LaPresse)

Al direttore - Se passiamo da 60 mila a 60 milioni è fatta.

Giuseppe De Filippi


Al direttore - Up to a point sarei pure d’accordo con il mainstream del politically correct a proposito di quelli ritenuti unfit to lead whatever it takes. Lei?

Gino Roca 

 

Siamo pronti per un’altra task force.


 

Al direttore - I sessantamila assistenti civici voluti dal ministro Boccia, quello che voleva dagli scienziati verità inconfutabili, inviteranno educatamente i cittadini – ha detto – a rispettare le regole del post lockdown. L’idea mi pare bellissima, e sicuramente sarà accolta con entusiasmo dagli italiani, il cui senso civico è proverbiale. Anche io, ad esempio, ho sempre cercato di pagare le tasse con un sorriso. Solo che all’Agenzia delle entrate volevano i soldi.

Michele Magno 

 

In Italia, ogni azione politica che si richiama al civismo di solito diventa un’azione politica che più che sconfinare nel fascismo sconfina nel cialtronismo. Detto questo, dato che il tema in questione come sempre è la responsabilità degli italiani, i dati relativi alla responsabilità degli italiani ci dicono questo: dal 18 al 24 maggio i controlli effettuati dalle forze dell’ordine sono stati 881.355 tra le persone e 342.295 tra gli esercizi commerciali. Nel primo caso, i sanzionati per divieti sugli spostamenti sono stati 3.934, i denunciati per false attestazioni sono stati 44 e i denunciati per violazione della quarantena 19. Nel secondo caso, i titolari sanzionati sono stati 248 e i provvedimenti di chiusura sono stati 64. In altre parole: in una settimana le sanzioni hanno riguardato lo 0,45 delle persone controllate e meno dello 0,1 per cento delle attività controllate. Oltre alle martellanti ma non esaustive immagini della movida forse c’è qualcosa di più che sfugge a molti servizi dei tiggì.


 

Al direttore - Il capitalismo è tornato sul banco degli imputati. Stavolta con l’accusa, neanche troppo velata, di essere insieme alla globalizzazione selvaggia il responsabile ultimo della pandemia. Ridotta all’osso la tesi – che unisce in un fronte trasversale economisti, opinion leader, intellettuali, esperti, attivisti, ecc. – è la seguente: tanto più il capitalismo continuerà a sfruttare in modo sconsiderato le risorse del pianeta, tanto più si altereranno gli ecosistemi. Conseguenza: i casi di spillover, cioè di “tracimazione” dei virus dal mondo animale a quello umano, per effetto dell’invasione di campo, saranno sempre più frequenti. Capitalismo da buttare, dunque, o quanto meno da rivedere. Fine della storia? Non esattamente. A chi inneggia contro il capitale invocando magari improbabili revivial statalisti sembra infatti sfuggire un piccolo ma fondamentale dettaglio: il fatto cioè che saranno proprio quei puzzoni dei capitalisti a salvare il pianeta. E non per una rinnovata sensibilità ecologica, no; ma solo e unicamente perché hanno a cuore il loro tornaconto economico. Leggere per credere “The unlikely enviornmentalists. How the private sector can combat the climate change”, interessante saggio di Rebecca Henderson, docente ad Harvard, sull’ultimo numero di Foreign Affairs. Saggio che ha il duplice merito, da un lato, di rimarcare un aspetto spesso sottaciuto, ossia che dietro la variegata galassia ambientalista ci sono precisi interessi economici ne più né meno di quelli che muovono altre organizzazioni; dall’altro, e cosa più importante, che se è sbagliato riporre solo nel mercato le sorti del pianeta (ciascuno deve fare la sua parte, a partire dalla politica), pensare di fare a meno dei capitali magari chiamando in causa il solito Pantalone, sarebbe un errore ben peggiore. Gilet gialli (e non solo) docent.

Luca Del Pozzo 


 

Al direttore - Colpisce la solerzia con la quale un gruppo di 70 parlamentari di maggioranza ha sottoscritto una petizione al premier Conte per condannare lo stato d’Israele e il governo appena formatosi, per aver annunciato l’intenzione di annettere alcuni territori nell’area C della Giudea e Samaria, assegnati a Israele dall’Onu e occupati illegalmente dalla Giordania fino al 1967, e ora sotto la giurisdizione d’Israele sin dal 1993 (accordi di Oslo), al fine di riprendere il processo di pace in linea con il piano presentato dall’Amministrazione americana.

Si tratta, come è noto, di territori esposti al traffico di armi e al terrorismo internazionale, con gravi riflessi sulla sicurezza e incolumità della popolazione residente. Inoltre, l’Autorità palestinese (la stessa che governa il popolo dal 1994, in assenza di elezioni e in spregio di ogni principio democratico), ha per sei volte rifiutato la sovranità su quelle terre, in cambio della rinuncia al terrorismo e del riconoscimento del confinante stato d’Israele.

Quel rifiuto risiede nell’ostinazione della maggior parte del mondo arabo, della quale i palestinesi sono le prime vittime, che non riconosce la legittimità esistenziale dello stato ebraico. Lo dice espressamente l’organizzazione terroristica di Hamas, che nel proprio statuto contempla la distruzione dello stato d’Israele e lo ha detto molto chiaramente, la Guida suprema iraniana Ali Khamenei, in occasione della Giornata di Gerusalemme svoltasi nello stesso giorno della pubblicazione dell’appello dei 70 parlamentari, quando ha invitato il mondo arabo a una nuova “soluzione finale” contro il popolo d’Israele, definito “un cancro da estirpare”.

Gli stessi parlamentari firmatari della petizione, alcuni dei quali pur avevano manifestato a differenza di altri sentimenti di vicinanza nei confronti dello stato ebraico, non ne hanno firmata alcuna analoga di condanna ai bombardamenti su Israele provenienti da Gaza, né per interrompere l’incitamento all’odio presente sui libri di testo e nelle televisioni palestinesi, né per evitare che con i soldi della comunità internazionale si finanzino le famiglie dei terroristi suicidi o la costruzione di tunnel per il contrabbando di armi e missili. L’ingiustificabile asimmetria di giudizio è inversamente speculare all’asimmetria democratica.

Se nello stato di diritto israeliano i cittadini arabi votano, hanno una rappresentanza in Parlamento e godono dell’uguaglianza davanti alla legge, i palestinesi rimangono oppressi dal loro stesso sistema corrotto di autogoverno.

Riteniamo che la lettera dei 70 parlamentari sia un errore politico pregiudizievole alla reputazione internazionale dell’Italia, dannoso alla collocazione del paese nel sistema delle alleanze internazionali ed espressione di un pregiudizio terzomondista che piega la battaglia sui diritti umani alla logica di schieramento e alla ideologia.

Maurizio Bernardo, Presidente Reim Associazione di amicizia Italia-Israele


Al direttore - Io l’ho trovato un sinonimo di “movida”: bisBoccia.

Vincenzo Clemeno 


Al direttore - La cosiddetta fase 2 si pensava avesse per protagonisti i ministrissimi Gualtieri e Lamorgese. Non sembra affatto sia così. Onnipresenti e onnipotenti sembrano essere diventati al fianco di Conte il ministro Boccia e il presidente dell’Anci Decaro: soprattutto loro sarebbe stata l’idea di far nascere al servizio dei sindaci una sorta di polizia parallela (più di 60 mila figure civiche arruolate non si sa bene da chi, con quali compiti e con quali finalità). L’idea è pessima perché all’inseguimento di più stato sociale ci si prefigge sempre meno stato di diritto.

Luigi Compagna 


 

Al direttore - A proposito dell’articolo del lunedì di Mattia Ferraresi. Non occorreva il Covid per capire il ritardo culturale che esiste in molti paesi e che in Italia è drammatico. Da 50 anni ormai la comunità scientifica ha compreso il carattere complesso dell’attività scientifica che rifiuta una visione deterministica. Prigogine scriveva negli anni 70 del 1900 mentre il Santa Fe Institute opera dagli anni 90: da allora sempre più studiosi hanno compreso che non esiste più la scienza come attività capace di creare leggi scientifiche e assolute. La situazione drammatica in Italia è chiara nella scuola, dove ho lavorato per 40 anni come docente e dirigente: nessun docente è in grado di spiegare i fondamenti epistemologici della materia che insegna, mentre il sistema è più attento al successo formativo, alla dislessia e alla partecipazione che a un insegnamento che tenga conto dei recenti approdi scientifici. I docenti fanno quello che vogliono e i dirigenti li lasciano fare. Perché meravigliarsi se la politica è incapace di pensare in termini di strategia?

Emilio Sisi 


 

Al direttore - La pandemia ha messo l’Italia, e il mondo, di fronte a un’emergenza senza precedenti e ha anche evidenziato tutte le fragilità del nostro sistema. Nel dibattito convulso a cui assistiamo ogni giorno, ricorre la parola ricerca, spesso invocata con aspettative che attengono più al campo dei miracoli che a quello della scienza. Non c’è dubbio che con una ricerca forte aumenti la nostra capacità di produrre strumenti innovativi di prevenzione e cura. Ma la ricerca non può rispondere in modo emergenziale. Accorciare i tempi e ricorrere a pratiche sbrigative, sull’onda emotiva della necessità, non genera soluzioni che sono “comunque meglio di niente”: sviluppare e produrre un vaccino o un farmaco non è come improntare un ospedale da campo. Altra cosa è aumentare la potenza di processi già consolidati, e lo stanno facendo quei paesi in cui il sistema ricerca è ben attrezzato da molto tempo grazie a una continuità di investimenti massicci in infrastrutture e talenti. Perché il sostegno alla ricerca è, per sua natura, un investimento per il lungo periodo. Iniziamo, dunque, subito ad aumentare significativamente la quantità di risorse che l’Italia dedica a queste attività, per esempio adeguandole agli obiettivi dell’Unione europea, cioè passare dall’attuale 0,8 all’1,5 per cento del pil. Ma non basta. Così come abbiamo “improvvisamente” scoperto, o riscoperto, il valore della scienza, sarà ora opportuno dedicare maggiore attenzione anche a quei processi che permettono di valorizzarne l’impatto e alle azioni necessarie per abilitare la competitività del sistema. Partendo dal superamento della frammentazione del panorama delle iniziative di finanziamento: parcellizzato tra territori e diversi soggetti pubblici, privo di regia e coordinamento con il settore privato. Va inoltre ripensata la gestione del trasferimento tecnologico presso università e centri di ricerca pubblici, che devono attrezzarsi per valorizzare i risultati della ricerca e generare risorse economiche da reimmettere nel sistema. Penso, poi, anche al ricorso sistematico ad advisor, scelti tra i veri esperti delle singole materie, che discutano con i metodi di confronto che la comunità scientifica utilizza da sempre per avanzare nella conoscenza e permettano al decisore politico di giungere a un parere ben informato. Magari risparmiandoci tutt’altro genere di dibattito che è la polemica tra gli esperti televisivi.

Francesca Pasinelli

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