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Non solo Ilva, l'Italia non è più un paese d'acciaio

L’intera filiera è in crisi profonda. Gli stabilimenti chiudono o vengono venduti. Intanto prosegue la trattativa fra governo e ArcelorMittal sul futuro dell'impianto di Taranto

23 Maggio 2020 alle 11:22

Non solo Ilva, l'Italia non è più un paese d'acciaio

Foto LaPresse

L’intera filiera dell’acciaio italiano, più di tutti i settori industriali, è in crisi profonda, tant’è che martedì 26 il ministro dello Sviluppo Patuanelli terrà in Parlamento un’informativa sulla siderurgia.

 

Il calo, come denunciato già durante il 2019 da Eurofer, era principalmente dovuto all’introduzione dei dazi americani, che hanno comportato la sovraproduzione europea con forte import di materiale a basso costo da Cina e soprattutto Turchia, liberati dal prezzo delle quote di CO2. 

L’emergenza Covid-19 ha ulteriormente aggravato la crisi italiana, poiché mentre le industrie siderurgiche europee hanno continuato a lavorare, quelle italiane sono state chiuse, cedendo all’estero quote di mercato. 

La fermata dell’automotive, e quindi della distribuzione, insieme alla cantieristica, hanno segnato lo stop anche alla domanda interna. 

 

Thyssenkrupp ha annunciato di voler mettere in vendita l’acciaieria Ast di Terni; Jindal non ha mai riavviato l’ex Lucchini, tant’è che il presidente della Toscana Enrico Rossi la scorsa settimana ha inviato una lettera a Patuanelli chiedendo l’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti nel sito di Piombino; e ad aprile è stato spento per sempre  l’ultimo altoforno delle Ferriere di Servola, la storica acciaieria triestina acquisita da Arvedi che, senza riuscire a raggiungere un accordo di programma, ha 400 lavoratori da ricollocare e la copertura dei parchi minerari eternamente rimandata.  

Gli ultimi due altoforni rimasti in funzione, dopo che il Covid-19 ha fermato afo 2, sono quelli dell’Ilva di Taranto, unica bandierina rimasta per l’acciaio a ciclo integrale italiano. 

 

ArcelorMittal è in costante crollo sulle borse, e in forte crisi di liquidità, tant’è che nei giorni scorsi ha lanciato negli Stati Uniti un aumento di capitale di 2 miliardi attraverso l'emissione di azioni ordinarie e di un bond. “I fondi ottenuti – ha detto l'amministratore delegato, Lakshmi Mittal – saranno destinati alle necessità generali del gruppo, alla copertura del debito netto (7 miliardi) e al rafforzamento della cassa”. A farsi avanti la statunitense BlackRock che ha lanciato un’offerta pari al 5,11% dell’azionariato. 

Ma non è detto che sarà sufficiente per rilanciare gli impianti italiani, dove la crisi che incombe su Ilva non è solo di carattere economico, ma soprattutto, e ancora, industriale, giudiziario e politico. 

 

La produzione nel sito di Taranto è passata da 4,5 milioni di tonnellate nel 2019 (era di 12 milioni prima del sequestro nel 2012), agli attuali 3, con commesse che non superano le 70 mila tonnellate. Non è possibile, per una qualunque azienda sul mercato, continuare a produrre per tenere merce in magazzino. Da qui i 5 mila lavoratori attualmente in cassa integrazione straordinaria, con lo sciopero generale annunciato per lunedì durante l’incontro convocato da Patuanelli con i sindacati.  

 

Le sirene che oggi annunciano la fuoriuscita di ArcelorMittal, sprezzantemente chiamata, anche da qualche sigla sindacale, “la multinazionale”, fingono di non vedere che in realtà è stata messa alla porta. Anche perché il contratto siglato nel 2017 con l’allora ministro Carlo Calenda, seguito da accordo sindacale, mai avrebbe permesso l’abbandono se non con pesantissime penali, compresa una multa di 150 mila euro per ogni esubero fuori contratto. 

Quell’accordo prevedeva oltre 4 miliardi di investimento, di cui metà industriali e metà ambientali, e 10.700 occupati. Dal 2012 in mano statale tramite amministrazione straordinaria su Ilva non è mai stato fatto un investimento, con oltre 3 miliardi coperti da omissis solo per pagare stipendi e indotto. In un solo anno Mittal ha realizzato una delle mastodontiche cupole Cimolai per la copertura dei parchi minerari. 

Annullata l'intesa con l’abolizione dello scudo penale, e la revisione dell’Aia in corso, grazie a una clausola inserita da Luigi Di Maio nel 2018, il governo si è messo al lavoro su un nuovo piano, in parte tracciato con il preaccordo siglato al tribunale di Milano con il ritiro del ricorso da parte dell’azienda.

 

L’idea è subentrare con un nuovo asset societario, partendo dal trasformare i crediti già erogati in equity (a oggi 300 milioni dal Mef, 300 da Cdp e 700 da Intesa Sanpaolo). 

Lo stato entrerebbe in Ilva con una quota del 49 per cento, tramite Invitalia, il cui presidente Domenico Arcuri è già al tavolo. 

 

Sempre che la restante quota voglia conservala ArcelorMittal. Diversamente la palla passa tutta al governo. A quel punto o la prende il Pd e ha finalmente la possibilità, come predisposto dal 2012, di statalizzarla completamente, oppure ai 5 Stelle che potranno finalmente chiuderla. 

Sempre considerando che l’intera area a caldo dal 2012 è sotto sequestro della procura di Taranto, che pure ha i suoi problemi

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    23 Maggio 2020 - 18:59

    Un macello all'italiana. Come disse qualcuno "la situazione è seria ma non grave". Comunque molto presto usciremo dall'UE per essere acquistati dalla Cina e avremo un fantastico futuro, credo...

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