Nuova globalizzazione

Stefano Cingolani

“Ripartire favorendo l’aggregazione tra imprese e incentivando la loro crescita”. Parlano Casini e Taricani (Unicredit)

Roma. La battaglia contro la pandemia è entrata in una nuova fase e il terzo decreto del governo ne prende atto. Vengono estese le misure di sostegno al reddito delle famiglie, ma il centro del provvedimento riguarda il sistema produttivo, con misure che rafforzano il capitale delle aziende affinché esse siano protagoniste della ripresa. Dai vertici di Unicredit arriva un messaggio positivo. Il Foglio ha incontrato via web Andrea Casini e Remo Taricani, i due co-ceo responsabili delle attività della banca commerciale in Italia, ed entrambi sono convinti che le imprese sapranno reagire. “La loro flessibilità, la voglia di rimettersi in gioco, l’immaginazione, sono doti peculiari”. 

 

“Posso dirlo io che ho visto per anni le realtà del resto d’Europa, in particolare centro-orientale – spiega Casini – Ed è su questo che dobbiamo basarci per un rilancio che sarà comunque molto difficile”. Nessuno è in grado di prevedere tempi e modi, non è nemmeno garantito che il 2021 sia un anno di crescita, dipende dall’evoluzione del Covid-19. Comunque vedremo un andamento a macchia di leopardo, con servizi e turismo fortemente penalizzati. “Molto dipende anche dalla domanda – sottolinea Taricani –. Le attività produttive e i servizi riaprono, ma se i consumatori non si sentiranno sicuri gli effetti saranno controproducenti. Dunque, occorre agire attraverso la leva fiscale, importante anche per rafforzare il capitale”.

  

Le imprese dovranno affrontare una complessa riconversione che riguarda, sia pure in forme diverse, un ristorante, un albergo, una linea aerea o una fabbrica. Importante è salvare i posti di lavoro e mettere le aziende in condizione di proteggere l’occupazione; ciò richiede che abbiano risorse sufficienti per affrontare le nuove sfide. “Le politiche più efficaci e auspicabili per ricapitalizzare le imprese passano attraverso incentivi fiscali, non necessariamente per interventi diretti dello stato”, conferma Casini. E le banche? C’è chi propone di trasformare i prestiti in azioni. “Non è il nostro mestiere – risponde –. Banche e imprese oggi debbono essere più vicine, ce lo chiedono i clienti che hanno bisogno non solo di denaro, ma di consigli, di condividere le scelte strategiche. E’ questo che una banca commerciale deve fare, non diventare azionista”. Nonostante ciò Unicredit ha messo in campo un progetto che chiama “capitali pazienti”: si tratta di favorire l’ingresso di soci di minoranza che abbiano voglia di investire per un periodo medio-lungo, sapendo attendere, dunque, perché la redditività non si misura solo a breve termine. E’ un cambio di paradigma: dal tutto e subito a un approccio strategico. La scelta comunque spetta sempre all’investitore privato.

  

Ma quali settori industriali verranno messi a terra dalla crisi e quali sopravvivranno? La struttura dell’industria manifatturiera italiana è basata su comparti molto tradizionali, pensiamo alla meccanica o alla filiera dell’automotive, colpite dalla recessione. “Non possiamo trasformare tutto d’un tratto quel che siamo – replica Casini –. Occorre capire come reinventarci là dove abbiamo acquisito una posizione leader, facendo sì che l’Europa si confermi la casa delle nostre produzioni strategiche”. Ciò non significa che l’Italia non si debba rafforzare nell’alta tecnologia. “Cambieranno i pesi specifici tra i settori, la digitalizzazione ha compiuto un balzo impressionante proprio durante la pandemia. Anche una parte dell’export diventa ormai digitale – spiega Remo Taricani –. L’economia digitale potrà trainare l’intera economia”. “Non dimentichiamo la farmaceutica nella quale l’Italia occupa posizioni importanti”, interviene Casini. E tuttavia anche le più grandi aziende del settore sono molto piccole rispetto ai colossi internazionali. “E’ vero – riconosce il banchiere –: questa è una debolezza di fondo dell’intera industria italiana. La taglia oggi è sempre più importante. Le filiere, i distretti, le nicchie d’eccellenza sono state fondamentali, il modello italiano ha funzionato a lungo, ma va ripensato favorendo l’aggregazione tra le imprese, incentivando la loro crescita, rafforzando un mercato dei capitali davvero troppo asfittico. Ciò consentirebbe al paese di recuperare importanti posizioni a livello globale”.

 

E’ questa la cornice del nuovo decreto. Il precedente, però, non ha funzionato come doveva. “I tempi tecnici tra l’annuncio e la piena operatività dei provvedimenti hanno richiesto uno sforzo non indifferente”, ammette Casini: essendo un processo da realizzare ex novo ha richiesto più tempo rispetto alle attese. Taricani spiega che sulle banche si è scaricato un vero diluvio: “Abbiamo ricevuto oltre 50 mila domande per i prestiti entro i 25 mila euro, pensi che si tratta di 60-70 volte il traffico che gestivamo normalmente. Abbiamo destinato altre 450 persone alla gestione di questa attività, tutte in smart working e siamo riusciti a rispondere a quasi tutte le richieste. L’intero nostro lavoro è stato riorganizzato, abbiamo chiuso il 70 per cento delle filiali e cambiato i call center: prima erano concentrati in 7 poli con 1.200 persone, ora solo il 5 per cento lavora in sede, il resto da remoto”. Uno dei temi non è solo la barriera burocratica, ma anche la barriera legale. Concedere un prestito a chi non ne ha i requisiti, pur con tutte le garanzie statali, è una violazione della legge fallimentare, questo necessiterebbe di una riflessione ad hoc. Per i finanziamenti sopra i 25.000 euro, sono stati deliberati 10 milioni di euro a favore del Pastificio Di Martino, prima operazione nell’ambito del programma Garanzia Italia della Sace, seguita da un finanziamento di 21,5 milioni di euro in favore di Elettra Investimenti (azienda basata a Latina). Insomma, Unicredit è pienamente operativa su tutta la gamma prevista dal decreto “Liquidità”, con tasso zero per prestiti fino a 36 mesi; 0,25 per cento per 48 mesi, 0,75 per cento per 60 mesi e 1 per cento fino a 72 mesi per quelli fino a 25.000 euro.

 

“Unicredit sarà in prima fila per rilanciare il paese – ribadiscono i due manager –. Un prossimo appuntamento è l’emissione del Btp Italia; siamo orgogliosi di questo ruolo assegnatoci per che vede riconosciuta la nostra professionalità nel settore, e sentiamo forte il senso di responsabilità nei confronti del paese”. L’Italia ha un grande polmone finanziario: 4 mila e 400 miliardi di euro tra i quali 1.200 miliardi nei conti correnti. Se ben usata è una leva formidabile per ripartire. Le risorse ci sono, risorse interne e risorse europee. “In tutti i paesi è abbastanza inevitabile che per far fronte alla recessione si renda necessario un aumento del debito pubblico, non solo in Italia – è il messaggio conclusivo di Andrea Casini e Remo Taricani – ma la chiave di tutto sarà riattivare il percorso di crescita sostenibile del paese”.

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