Il crepuscolo degli dei

Stefano Cingolani

Dall’America alla Cina, dalla Russia alla Germania, dagli Emirati al Regno Unito. Chi voleva lo scettro della leadership mondiale è stato sconfitto dalla pandemia. Ecco l’inizio di una trasformazione epocale

Nella battaglia tra le forze della luce e quelle delle tenebre, non si intravedono vincitori; solo un cupo Götterdämmerung, il crepuscolo di quelli che avevamo considerato come dei. Il Great Lockdown, il grande confinamento, così lo ha chiamato il Fondo Monetario internazionale, non è che una serie di trincee, una linea Maginot. Oggi come nei cinque anni in cui l’Europa si suicidò, il mondo vaga senza una guida e senza una meta. Il triangolo delle grandi potenze, Stati Uniti, Cina e Russia, si è spezzato; le istituzioni che avevano costruito l’ordine internazionale dal 1945 in poi (l’Onu, l’Organizzazione mondiale per il commercio, il Fondo monetario internazionale) sono deboli, divise, afone e impotenti. Il secolo americano è finito, il secolo asiatico sta già svanendo. I singoli governi sono divisi sulla natura della pandemia, le sue origini e, ancor peggio, gli strumenti e le regole per affrontarla. La soppressione, la mitigazione, il contenimento flessibile, l’immunità di gregge, non c’è tattica che abbia dato risultati decisivi e alla fine davanti a noi vediamo una terra desolata dove crollano totem e tabù. Il paese più ricco e potente, il vincitore della Guerra fredda, l’artefice della globalizzazione, il leader indiscusso delle tecnologie digitali, il signore del dollaro vera e unica moneta mondiale, guida la luttuosa classifica delle vittime. America First è diventato un macabro slogan. Subito dopo c’è la Russia, poi il Regno Unito, l’Italia, la Spagna e la Francia. Quanto alla Cina, è avvolta dal mistero e dal sospetto.


America First è diventato un macabro slogan. Subito dopo c’è la Russia, poi il Regno Unito, l’Italia, la Spagna e la Francia


 

Il contagio scoppia a Wuhan nel cuore di un’area ad alto sviluppo e mette in discussione il più grande ossimoro della storia: il comunismo capitalista. Le incertezze, le coperture, le menzogne della prima fase hanno fatto perdere a Xi Jinping una occasione storica: poteva mostrare di aver impresso una nuova direzione al suo immenso paese e non lo ha fatto. La Via della seta, il mega progetto per penetrare in occidente con un mix di ideologia, cultura e denaro, è ormai bloccata per ragioni politiche ed economiche non solo sanitarie. Chi si fida di una Cina che ha gestito la prima fase del Covid-19 con il più classico dei cover-up da regime autoritario? La pandemia ha messo sotto pressione l’intera struttura economica, ha fatto aumentare l’indebitamento, la talpa che scava le fondamenta del sistema. Tenuta a lungo nascosta negli anfratti delle banche e delle amministrazioni locali, viene alla luce nel momento in cui si tratta di mobilitare ingenti risorse per far fronte alla crisi. Nel primo trimestre dell’anno il prodotto lordo è caduto del 6,8 per cento dopo vent’anni di crescita ininterrotta. Secondo Andrew Tilton, capo economista della Goldman Sachs per l’Asia e il Pacifico, se proiettiamo questa tendenza su base annua vediamo che la Cina rischia di subire il colpo peggiore dal 1976, l’anno in cui morì Mao Zedong. Per la leadership cinese questo doveva essere l’anno del trionfo, ora si trova davanti un pozzo senza fondo, sostiene Johnathan Cheng sul Wall Street Journal: una crescita sostenuta e continua era il requisito fondamentale per la stabilità politica, ora con una disoccupazione stimata attorno al 20 per cento lo scenario muta radicalmente.

 

Secondo alcuni, Pechino ha capito l’errore iniziale e ha fatto molto per recuperare, in fondo in tre mesi ha messo sotto controllo il virus e la fabbrica mondiale ha ripresa a funzionare. Le cose non stanno esattamente così, non solo perché sono emersi nuovi casi persino a Wuhan, ma perché la catena produttiva si è spezzata e la manifattura cinese è la prima a subirne le conseguenze. E non basta. Nonostante in questi anni il regime abbia potenziato la moneta del popolo, il renminbi, chiamato anche yuan, la maggior parte degli investimenti sono esteri, e quelli domestici, avvengono in biglietti verdi dello zio Sam. Un’altra scuola di pensiero dice che Wuhan sia la Chernobyl cinese, cioè abbia lo stesso impatto sul regime che ebbe per l’Unione sovietica l’incidente del 1986 nella centrale nucleare ucraina, spingendo Michail Sergeevič Gorbačëv ad accelerare la perestrojka e spingendo su un piano inclinato il comunismo sovietico già minato profondamente. Può darsi. Non c’è dubbio che, stando a quel che i sinologi riescono a capire, il coronavirus ha messo in subbuglio la struttura del potere, facendo emergere le opposizioni finora occulte allo strapotere di Xi, il nuovo Mao, l’ultimo imperatore, l’uomo che ha voluto seppellire il complesso equilibrio di potere con il quale si è retto il sistema da Deng Xiaoping in poi: il ricambio decennale delle élite al comando, facendo crescere uomini nuovi, fedeli, ma efficienti, nelle città e nelle amministrazioni regionali. Per molto tempo ha governato la cosiddetta “banda di Shanghai”, i dirigenti di partito che si erano fatti le ossa nella più ricca e aperta città del paese, insieme ai “principini”, gli eredi dei grandi capi comunisti cresciuti nell’era maoista (come lo stesso Xi Jinping), poi il ricambio è avvenuto, con l’ascesa dello stesso Xi, attraverso le purghe, all’insegna della lotta alla corruzione. Oggi grandi punti interrogativi sorgono sulla tenuta degli equilibri politici. Tuttavia la differenza con l’Unione sovietica è ancora enorme. L’Urss era alla fame negli anni Ottanta e quasi nulla della sua economia funzionava, ormai perfino la Cia riconosce di aver sopravalutato la potenza sovietica e lo ha fatto per ragioni politiche, per dare forza alla spallata di Ronald Reagan contro “l’impero del male”. Quanto al Pcus era ormai marcio al suo interno, come riconobbe lo stesso Gorbačëv.


In questa emergenza la Germania ha mostrato tutta la sua compattezza interna. Grazie anche alla “mamma”, Angela Merkel


 

Difficile è capire l’effettiva tenuta del partito-stato anche perché a differenza dall’Urss e dallo stesso regime di Vladimir Putin, l’economia cinese non è sotto il completo e diretto controllo politico. Sta emergendo, anzi, una contraddizione sempre più palese tra forze produttive e rapporti di produzione, per usare una classica categoria del marxismo. I colossi, privati interamente o parzialmente, guidati dai “dragoni rossi” (magnati potentissimi che hanno accumulato ingenti ricchezze), non esistevano certo nell’Unione sovietica. E nemmeno oggi c’è Huawei o AliBaba in Russia, dove gli oligarchi sono in realtà dei boiari alla corte del Cremlino perché la loro ricchezza si basa non sulla produzione di merci, ma sul controllo delle risorse energetiche e minerarie. Non si vedono beni russi validi e competitivi sui mercati mondiali (se escludiamo i kalashnikov). Non c’è nulla di Sdelano v Rossii, made in Russia, da comprare in un negozio, ed è lo specchio della sua debolezza economica a fronte di una indubbia potenza geopolitica e militare. Per la Cina è vero esattamente il contrario: ha inondato i magazzini, ma è priva di risorse naturali, dipende dalle esportazioni, persino sul piano alimentare (senza la soia sud-americana non potrebbe sfamare la popolazione) e la sua potenza militare è basata su milioni e milioni di baionette, cioè un esercito numeroso, senza dubbio più moderno dopo i grandi investimenti degli ultimi anni, ma ancora tradizionale.

 

Parlare di Pechino vincitore della “guerra al virus”, dunque, è solo propaganda. Ma non è fondato nemmeno descrivere i sistemi autoritari come trionfatori grazie alla politica della paura. Il capitalismo politico, come lo ha definito l’economista Branko Milanovic, ha mostrato la sua debolezza. Il problema, semmai, è che l’altro capitalismo, quello americano, non si mostra in grado di assumere la guida. L’equilibrio bipolare è finito, ma non è emerso un modello unipolare, né, a questo punto, multipolare: siamo in un mondo senza poli. I nemici dell’ordine liberal-democratico restano in agguato, anche loro in trincea.

 

Nella Russia ammaliata dal Piccolo padre, ogni giorno che passa si scoprono nuove vittime, le cifre ufficiali, 220 mila casi, sono al ribasso, secondo alcuni sarebbero superiori addirittura del 70 per cento. Il primo ministro Mikhail Mishustin ha preso il Covid-19, è stato contagiato lo stesso Dmitry Peskov, l’addetto stampa di Putin; il presidente si è barricato nella sua residenza fuori Mosca e lavora da un ufficio senza finestre, anche se martedì si è fatto vedere insieme a Igor Sechin l’oligarca suo amico che guida il colosso petrolifero Rosneft. Intanto il crollo dei prezzi degli idrocarburi peggiora la recessione. Doveva essere l’anno in cui Putin cambiava la Costituzione per poter diventare presidente a vita, anche lui come Xi Jinping, uno zar e un imperatore. Ma è rimasto spiazzato e schiacciato. Nel frattempo i due grandi leader del nazional-populismo occidentale si sono mostrati deboli e incompetenti.


Chi si potrà più fidare di una Cina che ha gestito la prima fase del Covid-19 con il più classico dei cover-up da regime autoritario?


 

Donald Trump è apparso una macchietta grottesca servita solo a gettare fango e sabbia tra le ruote del sistema, incapace di affrontare l’emergenza. Prima ha negato l’evidenza, poi ha improvvisato inventando persino cure miracolose e mettendosi di punta contro Anthony Fauci lo scienziato, campione della lotta all’Aids, che guida il team di esperti. Nel paese è scoppiato il conflitto tra ragioni della salute e ragioni dell’economia, si sono scatenati gruppi radicali armati contro il lockdown, il governo federale incerto e diviso ha lasciato spazio ai governatori degli stati, dominati dalla voglia di far da soli: ciascun per sé tanto il virus è per tutti. I democratici non hanno una strategia alternativa, attaccano le bizzarrie del presidente, tuttavia non sembrano in grado di creare un governo ombra che prenda il comando effettivo delle operazioni. Lo sfidante Joe Biden rischia di perdere la sua occasione. Ancora non è chiaro se le elezioni presidenziali di novembre saranno rinviate di qualche mese, tuttavia gli americani si trovano di fronte a un’alternativa non esaltante: Trump lo svalvolato o Biden il frivolo, due settantenni fuori sintonia con il mondo nuovo. L’economia americana è precipitata al di là di ogni aspettativa. Il crollo è davvero clamoroso: 30 milioni di disoccupati in due settimane e non basta dire che il mercato del lavoro è flessibile. Emerge infatti l’impressionante debolezza dell’economia domestica e il contrasto clamoroso con la forza delle multinazionali: Big Data, Big Pharma, Disney e Netflix, non solo resistono, ma si rafforzano mentre sprofonda lo shale gas, la grande innovazione petrolifera dell’ultimo decennio, per non parlare della siderurgia o dell’automobile. L’America chiusa in se stessa, quella che lavora soprattutto per gli americani, si schianta al patrio suolo.

 

Boris Johnson che voleva uscire dall’Europa per conquistare il mondo (Global Britannia proclamava) dopo aver sbeffeggiato l’Italia, ha rischiato di morire per il Covid-19. BoJo non ha capito assolutamente come reagire alla pandemia, così il suo paese è risultato il più colpito in Europa, mentre il cavallo di battaglia del sovranismo inglese (non britannico perché gli scozzesi sono su un altro fronte) cioè la Brexit, è un disastro economico e istituzionale che s’aggiunge al disastro sanitario. E pensare che voleva imitare il proprio idolo Winston Churchill sul quale ha scritto un saggio che sembra un’autobiografia.

 

E gli sceicchi sui quali ha sempre contato la filo-araba Inghilterra? Gli emirati sono scossi dal collasso del prezzo del petrolio che sta mettendo in ginocchio anche l’Arabia saudita. L’Iva, la prima tassa introdotta nel Regno, appena due anni fa, è stata portata dal 5 al 15 per cento. Sono stati soppressi i sussidi statali per “il costo della vita” e per i carburanti. Aramco, la più grande compagnia petrolifera del mondo e cassaforte della famiglia reale, ha visto calare i suoi profitti del 25 per cento nel primo trimestre dell’anno e Riad dovrà mettere mano alle riserve statali pari a circa 500 miliardi di dollari.

 

La seconda incognita è la rielezione di Donald Trump. Se il presidente non dovesse prevalere, il principe Mohammed bin Salman si troverebbe a fare i conti con un’amministrazione democratica ostile, ostacolo alla sua irresistibile ascesa durante la quale ha fatto piazza pulita degli avversari a cominciare dal suo principale rivale, l’ex principe ereditario Mohammed bin Nayef, grande amico di Bush e di Clinton, alleato degli Stati Uniti e dell’establishment contrario a Trump: arrestato a marzo, di lui non c’è più notizia.


Trump è apparso una macchietta grottesca servita solo a gettare fango e sabbia tra le ruote del sistema, incapace di affrontare l’emergenza 


In questa funerea marcia, la Germania ha mostrato tutta la sua compattezza interna. Angela Merkel avviata ormai sulla via del tramonto è tornata indietro per prendere in mano la situazione e rassicurare il paese. Non a caso i tedeschi la chiamano Mutti, mamma. Il sistema sanitario ha retto grazie anche alla sua organizzazione estesa e all’abbondanza di mezzi. Non ha mancato di rifornirsi in tempo degli strumenti necessari, dalle mascherine alle terapie intensive. Il governo ha varato subito un enorme piano di sostegno all’economia e ha evitato di chiudere tutto, utilizzando un contenimento fermo, ma flessibile. Il contrasto tra lavoro e salute non è affatto scontato: chi gestisce meglio la pandemia gestisce meglio l’economia. Anche se capace di proteggersi meglio degli altri, la Germania non si è mostrata desiderosa di guidare una Europa divisa. E la sentenza dell’alta corte sulla Bce e la politica di acquisto dei titoli pubblici ha rivelato la resistenza dello stato nazione.

 

Tutti colpiti, tutti sconfitti? Non facciamoci vincere dalla malia dell’Apocalisse. La pandemia sta accelerando processi, innovazioni, cambiamenti che covavano già da tempo, il mercato mostra la sua resilienza mentre lo stato salva-tutto viene dilatato fino a lacerarsi. Noi ragioniamo in termini di governi, partiti, presidenti, che sono ceppi di una foresta pietrificata, mentre la vita percorre nuovi sistemi, basati sulla scienza, l’informazione, l’innovazione, strutture trans-economiche e trans-nazionali: saranno loro forse a prevalere. Tuttavia nessuna grande trasformazione può avvenire nel vuoto. Nel luglio del 1944 i paesi alleati contro il nazismo e il nazionalismo nipponico si riunirono a Bretton Woods sotto l’egida americana. Non avevano ancora vinto la guerra, ma avevano già gettato le basi del nuovo ordine mondiale. Chi oggi saprà fare lo stesso?