Nicola Zingaretti (foto LaPresse)

Cosa può imparare il Pd di Zingaretti dalle piazze di Renzi e Salvini

Claudio Cerasa

Rapporto pericoloso con il M5s, battaglie fragili, leadership da definire, ricerca di identità, equivoci sull’elettorato: cinque spunti per capire in che modo il Pd può combattere un immobilismo senza futuro

Il fine settimana appena trascorso è stato dominato da una serie di appuntamenti che hanno movimentato il dibattito politico attorno a due piazze molto differenti tra loro. Nella prima piazza, a Roma, il centrodestra ha preso a cannonate il governo rossogiallo, ha demolito la manovra, ha evocato l’arrivo delle cavallette e ha chiesto al suo popolo pazienza promettendo di riportare presto a Palazzo Chigi la coalizione sovranista. Nella seconda piazza, a Firenze, il popolo della Leopolda si è ritrovato per tre giorni a discutere sul futuro, ha attaccato Salvini, ha pizzicato Zingaretti, ha coccolato Di Maio, ha mandato sms d’amore al mondo berlusconiano e ha chiesto al suo popolo fiducia promettendo di non trasformare il nuovo movimento in una replica del modello Alfano. Entrambe le piazze, pur essendo molto diverse, per contenuti, stile, volti, idee e dimensioni, in diverse occasioni hanno dato l’impressione di avere molto chiaro a quale popolo rivolgersi. La prima piazza, quella di Roma, era una piazza che cercava di mettere insieme tutti i nemici della sinistra, tutti gli avversari del Pd, tutti gli antagonisti del grillismo ed era una piazza all’interno della quale alcuni dei volti più importanti della coalizione (non tutti, come abbiamo visto) si sono impegnati per ridimensionare la portata estremista dei propri messaggi. 

 

La seconda piazza, quella di Firenze, cercava invece di parlare a un popolo che non si riconosce più nel Pd, che non si riconosce più in Forza Italia, che non si riconosce nella coalizione di centrodestra e che pur riconoscendosi nello stato di necessità incarnato dal governo di svolta non si riconosce nella necessità di trasformare lo stato di necessità in un’alleanza strutturale. Sia Renzi sia Salvini hanno chiaro a quale mondo parlare e seppure in posizioni diverse entrambi i Matteo hanno dimostrato di avere in testa le parole giuste per posizionare i propri soggetti politici in modo da poter motivare i propri popoli.

 

Salvini lo fa da una posizione ancora di forza, almeno dal punto di vista elettorale, mentre Renzi lo fa da una posizione di forza, ma solo dal punto di vista degli equilibri parlamentari. Entrambi, in questi giorni, hanno dimostrato di sapere bene come parlare al proprio mondo. Ed entrambi in un certo senso stanno portando avanti un disegno politico che in questo momento risulta invece difficile per quello che è il secondo partito d’Italia: il Pd. Ora.

 

In un momento politico in cui tutti cambiano, in cui i populisti iniziano a combattere gli altri populisti, in cui gli estremisti si mettono la cravatta, in cui le follie anti euro vengono riposte nel cassetto, in cui l’antiparlamentarismo viene messo da parte, in cui l’antieuropeismo viene declinato con meno violenza, in cui le forze anti establishment tendono a fare di tutto per non farsi disprezzare dell’establishment, in un momento politico in cui c’è movimento da una parte e dell’altra, in cui la Lega cerca di cambiare, in cui il M5s cerca di cambiare, in cui Renzi cerca di cambiare, il Pd, senza forse rendersene conto, rischia di perdere quella che è stata la sua principale funzione negli ultimi tempi: essere l’alternativa naturale alla politica dei barbari.

 

I barbari sono sempre lì, e ci mancherebbe, ma di fronte al loro complicato anche se progressivo processo di civilizzazione non si registra al momento, nel Pd, un processo politico finalizzato a mettere in campo una risposta al cambiamento dei nemici. Le ragioni per cui, in uno scenario politico in movimento, l’unico partito che oggi sembra avere difficoltà a muoversi è il Pd sono almeno cinque e vale forse la pena metterle in fila.

 

La prima ragione riguarda la scelta che si trova alla base dell’alleanza di governo: avere trasformato il patto con il M5s in un accordo strutturale (vedi l’Umbria) ha stabilizzato il governo (ma per quanto?) ma ha avuto anche l’effetto di mettere in un congelatore il progetto del Pd esponendo l’intero partito a un processo di possibile grillizzazione (ma Zingaretti è ancora in tempo per intervenire). La seconda ragione riguarda la scelta di ricomporre alcune delle catene che la sinistra aveva scelto di spezzare negli ultimi anni e se il Pd dovesse accettare come se nulla fosse la riforma della prescrizione a partire dal primo gennaio 2020 e se la scelta fatta dal Pd in Umbria sull’ambiente (no termovalorizzatori) dovesse diventare una costante a livello nazionale il mondo progressista italiano tenderebbe sempre di più a marginalizzarsi (per fare i grillini bastano i grillini) lasciando una prateria immensa ai suoi rivali all’opposizione. La terza ragione riguarda la scelta di indebolire strutturalmente e volontariamente la leadership del partito eliminando la sovrapposizione tra il ruolo di leader del partito e quello di candidato premier, proponendo contemporaneamente di lavorare a un sistema elettorale di carattere maggioritario ed eliminando così una delle principali caratteristiche della vocazione maggioritaria del Pd. La quarta ragione riguarda la difficoltà che il Pd ha all’interno del governo nell’affermare la sua identità rivendicando battaglie che siano diverse dall’avere fermato semplicemente Salvini (e di battaglie da intestarsi ce ne sarebbero) e in una fase politica in cui l’economia non aiuterà il governo ad accrescere il suo consenso avere una qualche idea strategica diversa dall’alleanza con il M5s potrebbe aiutare il Pd a fare quello che la Lega è riuscita a fare nel giro di pochi anni: passare da una soglia elettorale bassa (nel 2013 la Lega valeva circa il 4 per cento) a una soglia elettorale alta (oggi la Lega, se i sondaggi sono veritieri, vale circa il 30 per cento). La quinta ragione riguarda una scarsa consapevolezza da parte del Pd di quello che oggi è il suo elettorato di riferimento.

 

Negli ultimi anni, il Partito democratico ha dato prova di essere soprattutto il partito delle Ztl, dei centri storici, e naturalmente per un partito che punta a rappresentare anche gli ultimi essere percepito come il partito dei ricchi può sembrare una distonia, a meno che non si scelga di osservare il mondo con delle lenti diverse: con le lenti cioè di chi si rende conto che la priorità di un partito progressista oggi non deve essere quella di combattere le diseguaglianze per crescere ma deve essere quella di crescere per combattere le diseguaglianze, ricordando sempre che si può combattere la povertà senza combattere la ricchezza. Renzi e Salvini hanno bene in testa a che popolo vogliono parlare. I prossimi mesi ci diranno se il Pd, come ha scritto su Linkiesta Christian Rocca, ha l’ambizione o no di essere qualcosa in più di un’agenzia interinale che fornisce professionisti di buona qualità a governi presentabili.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.