Carlo De Benedetti (foto LaPresse)

La Repubblica che sogna Carlo De Benedetti

Salvatore Merlo

La crisi di Rep. sta dentro alla crisi dell’editoria, della sinistra e della famiglia come impresa. Perché CDB vuole togliere Repubblica ai figli per darla a una fondazione senza scopo di lucro. Progetti e idee. La versione dell’Ingegnere

Roma. “So di avere ottantacinque anni. Non sono eterno”, diceva ieri a chi ha avuto modo di parlarci. “Ma conosco il mestiere”, aggiungeva. “In un paio d’anni posso mettere a posto la situazione dei conti in rosso, per poi cedere la proprietà del giornale risanato a una fondazione no profit nella quale entrino anche i giornalisti e i lettori. La mia ambizione è quella di dare un futuro di indipendenza e di istituzionalità a Repubblica. Gli editori veri non esistono più. E’ finita l’epoca d’oro dei Crespi e dei De Benedetti. Chi oggi vuole comprarsi un giornale, non lo fa con buone intenzioni”.

 

Ed è anche un apologo sul capitalismo famigliare, la storia dell’ultraottuagenario Carlo De Benedetti, che si era ritirato, aveva regalato ogni cosa ai figli, e adesso vorrebbe invece tornare per salvare il transatlantico che fa acqua, “perché molto mal governato”. Il capostipite che vorrebbe anche evitare la vendita “a chi non ha passione per i giornali ma li compra per fare altro”. Il padre che disapprova, perché “per mesi i miei figli si sono incontrati con possibili acquirenti, alcuni dei quali non precisamente affidabili”.

 

Questo fine settimana, come è noto, il vecchio De Benedetti si è offerto di ricomprare il giornale che è stato la sua vita per quarant’anni, accompagnando questa sua offerta – rifiutata da Marco, Rodolfo ed Edoardo De Benedetti, “si poteva trattare riservatamente e invece è diventata una sfida pubblica”, dicono i manager della Cir, la holding di famiglia – con l’esercizio di uno spirito padronale più o meno esibito, che va dall’ironia alla bonomia, al sarcasmo, all’autorità fino alla pedagogia. “L’incapacità gestionale”, raccontava ieri l’Ingegnere, con il tono di sempre, cioè sospeso tra il timore e il godimento anarchico di sfidare l’universo, “è resa evidente dal fatto che è bastato far ventilare l’ipotesi di un cambio nella proprietà perché il titolo facesse un balzo tale da essere sospeso in Borsa per eccesso di rialzo”. L’ipotesi che ritorni lui, la Tigre, ieri ha portato il titolo Gedi, l’azienda che edita Repubblica e Stampa, a guadagnare più del 10 per cento.

 

A ben guardarla, questa vicenda famigliare e industriale, editoriale e politica, che si dipana attorno al destino del glorioso giornale della sinistra italiana, è come una matrioska. La crisi di Repubblica, che sta dentro alla crisi dell’editoria ma anche dentro alla crisi della sinistra, tutto ancora una volta ricompreso dentro a una crisi forse ancora più grande, la crisi sociologica, chissà, di un’istituzione italiana: la famiglia come impresa, non solo come società per azioni ma come società per parenti. Il vecchio e geniale Bernardo Caprotti, prima regalò ogni cosa ai figli, e poi, pentitosi, si riprese tutto, cacciandoli in malo modo, ritornando lui al comando dell’impero Esselunga, a settantanove anni. “Ho dei figli incapaci”. diceva Caprotti. Dice adesso De Benedetti: “Visto che vogliono vendere e visto come vanno le cose, è meglio che vendano a me”. Ma non potevate parlarne a pranzo, la domenica, a casa? “Non c’era spazio per un accordo in privato”.

 

“Oggi chi vuole comprare un giornale lo fa con cattive intenzioni”, ripete Carlo De Benedetti. “E’ finita l’epoca di quando coi giornali si guadagnava. Oggi è tanto se non ci perdi. E allora chi è che vuole comprare? Solo chi vuole utilizzare il giornale per fare altri affari, o per esercitare un peso politico. La mia non è malignità, ma è una analisi realistica. Chi è che oggi comprerebbe Repubblica? Per farci cosa? Il nocciolo della questione che riguarda il giornale è questo: va fatta una ristrutturazione industriale e poi, una volta messo tutto a posto, bisogna che il giornale sia gestito da una fondazione senza scopo di lucro. Non ci sono acquirenti che siano dei veri editori. A Feltrinelli, che è un editore vero, non gli viene nemmeno in mente di comprare un giornale. Non lo fa. Perché è molto difficile. E la passione non giustifica investimenti importanti come quelli che andrebbero fatti. Quindi quelli che si fanno avanti hanno altre idee in testa”. C’è però Urbano Cairo, che ha comprato il Corriere della Sera, facendo un affare… “ma poi forse vuole entrare in politica”. E allora la domanda è sempre quella: chi si compra un giornale, oggi? E perché? Alla fine potrebbe essere John Elkann, il presidente di Fca, e già socio di minoranza dentro Gedi, a rilevare la quota di maggioranza di Repubblica. Lo farebbe solo per pararsi la schiena, dal punto di vista politico, in previsione di una chiusura degli ultimi stabilimenti Fca rimasti in Italia? Chissà.

 

Ma l’Ingegnere non considera ancora del tutto chiusa l’ipotesi di poter riprendere lui in mano Repubblica, malgrado il “no” dei figli, che suona però secco, definitivo, inappellabile quasi come un: “Vendiamo a chiunque, ma non a te”. E infatti sebbene ne parli al passato, riferendosi a questa sua idea di tornare per salvare il giornale, De Benedetti non sa bene come andrà a finire. “Io sono reperibile al telefono”, dice, riferendosi ai figli ed eredi, che sostengono di aver ricevuto un’offerta troppo bassa, inaccettabile, dal papà. Il quale invece risponde che il prezzo “è basso perché sono stati loro a portare il titolo a queste basse quotazioni di Borsa, mica io”. Scontro anagrafico, dunque. Scontro imprenditoriale e caratteriale, tra padre e figli, che certo rimanda alla letteratura, alla storia, alla psicoanalisi, e dunque all’eternità familistica d’Italia. Si torna così all’origine del problema, che sta nella maledizione del lascito. Luciano Benetton, a ottantaquattro anni, è tornato alla guida del gruppo, dopo aver provato i manager e il figlio Alessandro. Dura la vita dei figli. E non solo quella dei figli di padri-monumento, dunque ingombranti come tutti i monumenti. Già lo raccontava Jean-Paul Sartre nella sua autobiografia: “Se mio padre fosse vissuto si sarebbe disteso su di me e mi avrebbe schiacciato”.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.