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Come morì la prima repubblica

Il tramonto dell’Italia dei partiti nei Diari di Antonio Maccanico, testimone d’eccezione della svolta politica. Oggi a Roma la presentazione del volume 

30 Novembre 2018 alle 12:27

Come morì la prima repubblica

Foto LaPresse

Sarà presentato questo pomeriggio alle ore 18 a Roma, presso l’Associazione Civita-Sala Gianfranco Imperatori, in Piazza Venezia 11, il volume di Antonio Maccanico “Il tramonto della Repubblica dei partiti. Diari 1985-1989”, a cura di Paolo Soddu. Interverranno Pier Ferdinando Casini, Sabino Cassese, Claudio Cerasa e Paolo Soddu. Modera Nicola Maccanico. Antonio Maccanico (1924-2013) fu nominato segretario generale della Camera nel 1976 con Pietro Ingrao, nel 1978 consigliere di stato, quindi segretario generale della Presidenza della Repubblica con Sandro Pertini e poi con Francesco Cossiga. Lasciò la carica per assumere dal 1987 al 1988 la presidenza di Mediobanca, ruolo già ricoperto dallo zio.


   

La pubblicazione dei diari di Antonio Maccanico dall’elezione di Francesco Cossiga alla presidenza della Repubblica continua i diari del periodo di presidenza di Sandro Pertini, che avevano suscitato commenti anche aspri. Vale la pena di ricordare quello di Rino Formica: “Non c’è questione di rilievo, manovra o suggestione politica, azione o esercizio del potere, costruzione, mediazione o rottura di relazioni e di rapporti tra soggetti politici, burocratici o istituzioni che sfugga al suo occhio avvertito e prontissimo, traducendosi in capacità di gestione e di governo… La sua finalità è innanzitutto quella di bloccare qualsiasi barlume di rinnovamento non controllato, depotenziare ogni forma di aggregazione di interessi coerenti al nuovo, promuovere e comunque difendere le forze che garantiscono la stabilità del suo mondo di riferimento: che è soprattutto quello dedicato alla conservazione degli equilibri e dei poteri di fatto esistenti, assunti e fatti propri dall’allora segretario generale del Quirinale”.

  

E’ fondata questa lettura, legata alla presunta ostilità di Maccanico alla “rivoluzione” che sarebbe stata tentata da Bettino Craxi? I diari immediatamente successivi sembrano confermare la capacità di Maccanico di porsi al centro della ragnatela dei poteri, forti e deboli, economici e politici, istituzionali e sociali, interni e internazionali di quegli anni, quelli finali dell’esperienza di governo di Craxi, ma indicano una volontà di rinnovamento, sia istituzionale sia economico, che seppure condizionati dalla volontà di agire nell’ordine e col consenso, non può essere sottovalutata. Da cosa nasce, quindi, oltre che dalla differenza di giudizio sulla situazione politica di quegli anni, la durezza del giudizio di Formica? Probabilmente a indurlo in errore è proprio la struttura dei diari, costituita da appunti brevi, di appunti sui numerosissimi incontri cui l’autore ha partecipato: una rete di relazioni personali immensa solo in parte dovuta agli alti incarichi che rivestiva e che può dare l’impressione di una sorta di ragnatela di poteri in grado di imprigionare e svirilizzare ogni forza innovativa esterna. In questa grande messe di informazioni frammentarie i lineamenti delle vicende politiche fanno solo da sfondo, dato per scontato e spesso neppure degnato di attenzione. Da questo, però, non si può dedurre una disattenzione altera, un algido senso di superiorità di una ristretta e gelosa “classe dirigente”. Più semplicemente si tratta di non confondere una raccolta di appunti personali, destinati probabilmente a tenere memoria degli impegni assunti e ricevuti, con un saggio storico in cui si cerca di mettere avvenimenti generali, vicende personali e questioni particolari in una prospettiva e in una gerarchia determinati dalla visione generale e ideale dell’autore.

  

I “nuovi” diari cominciano il 30 giugno del 1985 e già due giorni dopo Maccanico deve occuparsi, oltre che del discorso di insediamento di Francesco Cossiga, della richiesta che gli viene fatta di presiedere il sindacato di controllo della Mondadori (che rifiuta su suggerimento di Enrico Cuccia e divieto di Cossiga). Cossiga e Cuccia saranno in quegli anni, fino a che Maccanico passerà alla presidenza di Mediobanca, i due poli di riferimento della sua attività. Il diario inizia tre settimane dopo l’esito del referendum sulla scala mobile, in cui la sconfitta del Pci segna un punto di svolta assai rilevante, ma non c’è alcun eco di questo nei commenti di Maccanico e dei suoi interlocutori, questo è un esempio del particolare senso che hanno le note raccolte nel diario. Si trova invece una miniera di notizie, in qualche caso curiose o che diventano importanti solo ad anni di distanza. Per esempio il 5 luglio del 1985 scrive: “Vedo poi Savona, il quale mi parla dell’offerta di consigliere economico (del Quirinale) fattagli tramite La Malfa. Gli faccio capire che il pensiero del presidente su questo punto si sta evolvendo. Egli crede che dietro questo mutamento ci sia la Banca d’Italia. Mi pare che sbagli”. Che le tensioni tra l’economista e l’autorità monetaria comincino da quella lontana data?

   

Le questioni finanziarie e di assetto del sistema bancario sono quelle sulle quali dal diario si ottengono più informazioni. Alla vigilia della scadenza delle cariche in Mediobanca, con la minaccia di dimissioni di Enrico Cuccia, Maccanico ha una girandola di incontri: “Chiamo Ciampi, che viene al Quirinale a incontrare Cuccia. Lo ascolto e gli prometto di combinare un incontro con Prodi (allora presidente dell’Iri, azionista di Mediobanca attraverso le banche di interesse nazionale) al suo ritorno dagli Stati Uniti… Lo stesso mi conferma Agnelli che è preoccupato dei molti o mille?? miliardi di partecipazione che ha Mediobanca nel suo portafoglio e che riguardano le maggiori imprese italiane. Telefono anche a De Mita per parlare della questione”. Si delinea in questi brevi appunti il quadro di un sistema basato su pochi protagonisti, politici, istituzionali, finanziari e industriali, collegati da intrecci economici e da relazioni personali, un sistema dalla base molto ristretta e legato a una connessione tra pubblico e privato legata alla funzione dominante dell’Iri nel sistema bancario. Un sistema poco studiato e che i diari di Maccanico illustrano e in un certo senso illuminano dall’interno.

  

C’è anche qualche annotazione che vista col senno di poi appare addirittura scandalosa: il 13 luglio del 1985 scrive “Vedo Andreotti… dice a Marina le sue impressioni sul Sudafrica ed esprime giudizi duri su Tutu e gli estremisti neri”. Anche su altre questioni internazionali si possono raccogliere notazioni interessanti e impreviste: “Vedo Formica, il quale mi dice che a suo avviso Gorbaciov si accinge a offrire ai tedeschi l’unità, sconquassando in tal modo il fronte atlantico”. In questo quadro internazionale assai incerto scoppia la questione del sequestro palestinese della Achille Lauro e la conseguente liberazione di Abbas e il rifiuto opposto da Craxi alle richieste americane a Sigonella che provocherà le dimissioni di Spadolini, poi rientrate dopo una breve crisi di governo. A fine anno la strage terroristica palestinese di Fiumicino riapre la questione dell’atteggiamento di Craxi giudicato troppo indulgente verso Arafat e questo, insieme alle tensioni tra Craxi e De Mita, mette in discussione la stessa tenuta del governo Craxi, che però durerà tutto l’anno, grazie anche a un accordo con la Dc per una “staffetta con De Mita”, che non sarà onorato e porterà a elezioni anticipate nel 1987.

  

Il 1986 comincia con nuove tensioni tra America e Libia, e qui è interessante la notazione di Agnelli che “fida sul buon senso di Gheddafi”. Qualche mese dopo, però, dopo gli scontri nel golfo della Sirte, i bombardamenti americani e i missili libici lanciati contro Lampedusa, la Fiat ricomprerà le azioni Fiat vendute alla Libia e la tolleranza di Agnelli per Gheddafi verrà meno. Dopo la ritorsione americana in Libia, Maccanico esprime a Cossiga le sue considerazioni, che sembrano profetiche: “Gli Stati Uniti agiscono ormai nella convinzione che gli alleati europei vogliano essere difesi, non vogliano sopportare sacrifici per la loro difesa, vogliano avere libertà di commercio con tutti, anche con i paesi arabi estremisti, che spingano per un appeasement con l’Urss a qualunque costo. Ciò (che risponde in gran parte a verità) li induce a muoversi con libertà e senza preventive consultazioni. Il che allarga il divario tra Europa e America e contiene rischi gravissimi per il futuro”.

   

Ogni tanto in questo periodo quirinalizi Maccanico accenna a riunioni di un “gruppo dei dieci”, al quale partecipano sicuramente Amato, De e sporadicamente Agnelli. Maccanico presenzia anche alle riunioni del gruppo di Bilderberg, e tutto ciò conferma il suo ruolo di raccordo tra potentati nazionali e internazionali (e forse sarà interpretato dai soliti “complottisti” come un indizio di presunte influenze occulte sulla politica italiana, che comunque, come i fatti successivi dimostrano, sarebbero del tutto inefficaci).

  

Maccanico non osserverà dal Quirinale la vicenda grottesca del fallimento della “staffetta”, dell’incarico a Amintore Fanfani per un governo elettorale, con l’assurdità di un voto contrario del suo partito e un appoggio quasi beffardo del Psi. E’ diventato presidente di Mediobanca, alla fine di un lungo tira e molla tra Prodi, Cuccia, Agnelli e Pirelli. La sua presidenza sarà breve, perché alla fine l’insistenza di Giorgio La Malfa lo indurrà ad accettare di essere nominato ministro per le riforme istituzionali. Il diario del periodo di presidenza di Mediobanca, però, sono interessanti perché testimoniano delle convulsioni con cui si procede a una parziale privatizzazione, cioè a una rinuncia delle banche Iri della maggioranza assoluta, dell’istituto di credito. Risulta assai interessante riesaminare le diverse posizioni assunte dai partiti e anche dai grandi giornali in questa vicenda, che doveva fare da battistrada a una successiva operazione di privatizzazione effettiva. In questo periodo ci sono sconvolgimenti nel panorama finanziario, dalla costituzione della società chimica tra Montedison (scalata da Raul Gardini) e Enichem, alla conquista di Mondadori e Espresso da parte di Carlo De Benedetti. Di tutto ciò Maccanico si occupa sia per assistere i clienti di Mediobanca che per appianare le controversie politiche al riguardo.

   

Con la costituzione del governo di Ciriaco De Mita, nell’aprile del 1988, Maccanico diventa ministro delle Regioni e della Riforma istituzionale, cedendo alle richieste di Giorgio La Malfa. In questo ruolo Maccanico ottiene poche soddisfazioni: invece di una riforma istituzionale complessiva deve accontentarsi di una modifica dei regolamenti parlamentari che riduce le possibilità di ostruzionismo. Il giudizio sconsolato sulla sua esperienza ministeriale la dà lui stesso: “Ogni giorno emerge in modo più netto l’errore che ho commesso. Si tratta di gestirlo in modo meno rovinoso di quanto potrebbe essere”. La sua analisi della situazione, alla vigilia della crisi della prima repubblica, che naturalmente non poteva prevedere è interessante perché evoca con grande anticipo un tema, quello del populismo, destinato a diventare vent’anni dopo centrale: “I tre maggiori partiti (Dc Pci e Psi) hanno invincibili inclinazioni populistiche, anche se nel loro seno hanno personalità e gruppi sensibili alle ragioni del ‘buon governo’. Il ruolo dei repubblicani è quello di costituire una barriera di contenimento delle suggestioni populistiche in politica economica, istituzionale e internazionale”.

   

La barriera evidentemente era troppo debole, ma da questa osservazione si può trarre spunto per un esame complessivo delle informazioni e delle suggestioni che derivano dalla lettura dei diari di Maccanico. Si vede una classe dirigente che non si rende conto della scollatura che la separa gradualmente ma inesorabilmente dalla società, di istituzioni arrugginite e terribilmente lente, all’interno della quale le volontà riformatrici, sia quelle decisionistiche di Craxi sia quelle gradualistiche di Maccanico risultano inefficaci. E’ un ritratto sincero e impietoso proprio perché non vuole essere un ritratto ma solo una cronaca personale, in cui si mettono in luce i limiti e le contraddizioni di un situazione italiana della quale, a vent’anni di distanza, si può dire che sono cambiati i protagonisti ma non i problemi. Anche per questo lo specchio della società politica e finanziaria che si riflette nei diari di Maccanico è tanto vivida e merita l’interesse non solo degli storici ma di un pubblico più vasto.

Sergio Soave

Nato ad Alessandria, in Piemonte, nel 1947, studia a Milano, dove svolge attività nelle organizzazioni politiche, sindacali e cooperative della sinistra. Costretto ad abbandonare queste attività dallo scoppio di Tangentopoli, trova asilo politico e professionale nel Foglio, al quale collabora dalla fondazione. Scrive anche come commentatore politico su altre testate, come l’Avvenire. Ora vive nelle Langhe e passa lunghi periodi in Catalogna e, sul confronto tra il nostro sistema politico e quello di Madrid ha scritto un libretto, “Pasticcio italiano in salsa spagnola”, per Boroli editore.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    30 Novembre 2018 - 16:04

    Ebbi occasione di conoscere personalmente Antonio Maccanico ai tempi della mia appartenenza al PRI. Il suo ricordo di autorevolezza, competenza e serietà contrapposto allo squallido spettacolo che offrono gli attuali governanti (??) ci aiuta a capire in quale voragine siamo precipitati.

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