Virginia Raggi (foto LaPresse)

La surreale “fase politica” di Raggi a Roma non scatena le pernacchie del Pd

Salvatore Merlo

Fuori quattro assessori. E, vista la fase tecnica, non si sa se invocare l’aiuto di un santo

Roma. Non si sa se ridere, o toccare ferro. “E’ finita la fase tecnica, inizia quella politica”, ha annunciato ieri Virginia Raggi mentre silurava altri quattro assessori della sua disgraziatissima giunta e confermava un po’ l’idea diffusa che licenziare assessori sia in realtà il suo unico impegno a tempo pieno. Così la sindaca di Roma – che dopo la sostituzione dei primi tredici assessori ne ha cambiati anche quattro al Bilancio, tre all’Ambiente, due al Commercio e due alle Partecipate – per un attimo è sembrata quel personaggio del film “Berlinguer ti voglio bene”, il segretario di sezione che alla casa del popolo di Campi Bisenzio annuncia la fine della tombola: “Sospensione del ricreativo, principia ad avviare il culturale”. Se negli ultimi tre anni i poveri romani hanno assistito alla “fase tecnica”, la “fase politica” è tutto un programma. “Vogliamo metterci la faccia fino in fondo”, ha assicurato Raggi senza nessun intento satirico. E poi: “Ora è il momento di compiere lo scatto decisivo per Roma”. Lo scatto decisivo dev’essere lo stesso annunciato all’incirca un anno fa quando a febbraio – in assenza dello stadio della Roma e delle scale mobili alla fermata metro Barberini chiusa dal 23 marzo – la giunta inaugurò in gran pompa (con tanto di video grottesco ancora consultabile su web) l’unica opera pubblica di cui possa vantare la paternità: sette gabinetti pubblici. Sette! Il sano dirigismo pedagogico dei Cinque stelle a Roma sta instaurando, ovviamente a modo suo, il regno del benessere in terra. E il Pd adesso vuole anche dargli una mano. 

 

 

Si chiude dunque la “fase tecnica”, e la sindaca ha suo malgrado dovuto sacrificare a questo nuovo e progressivo capitolo dell’esperienza di governo una delle personalità “tecniche” che più si sono distinte in questi anni: l’assessore alle Infrastrutture Margherita Gatta, una gentile signora con pregressa esperienza da dipendente all’Inarcassa che – oltre ad aver inaugurato i già citati e fondamentali sette gabinetti – aveva spiegato, all’incirca un anno fa, come avrebbe risolto il problema delle buche stradali: “Le curerò con la naturopatia”. Bisogna specificare, per i non romani, che quello che dovrebbe essere lo zero amministrativo, il minimo del minimo nell’azione di governo, il corrispettivo, trovandosi in un qualsiasi ufficio, del far le fotocopie, cioè asfaltare le strade, a Roma è il punto più alto e denso di aspettative dell’attività di governo. E infatti l’assessore Gatta aveva tirato fuori l’arma segreta, il super-potere della task-force #stradenuove messa in campo per fronteggiare le cinquantamila buche di ultima generazione: la macchina tappa buche. Ecco, da domani, sia la Gatta sia la macchina (pare) sia la naturopatia non ci saranno più. Basta tecnici. Troppo competenti. Inizia la fase “politica”. Finalmente! E allora ecco il politico: Pietro Calabrese, consigliere comunale grillino, nuovo assessore ai Trasporti di una città grande dieci volte Milano. Stralci dal curriculum: voto di maturità 40/60 al liceo artistico, niente laurea, inglese elementare, ma “ottime capacità di lavoro manuale e auto costruzione”. D’altra parte, Calabrese maneggerà l’azienda dei trasporti, Atac, con i suoi 12.000 dipendenti, il debito miliardario, e il milione e mezzo di corse saltate in un anno per guasti tecnici. Come ben si capisce, uno che abbia “capacità di lavoro manuale e autocostruzione” sarà certamente utile, anche perché gli autobus ogni tanto esplodono per strada, come i botti a Capodanno, e le scale mobili della metro crollano e si accartocciano con il loro carico di passeggeri.

 

 

Ma questo era prima. “Ora è il momento di compiere lo scatto decisivo per Roma”, ha detto Raggi, con lo stesso tono di quando un anno fa annunciava il rosmarino per nascondere l’odore della monnezza e sognava le pecorelle – e le mucche – per tosare l’erba di parchi ormai non dissimili a una giungla, o a una pattumiera. Inizia la fase politica. E vista quella “tecnica”, non si sa se invocare l’aiuto di qualche santo. Ma la cosa più inquietante accaduta ieri è che Raggi, in ossequio alla nuova fase, appunto, ha pure proposto al Pd di prendere la presidenza di due commissioni in Consiglio comunale. E non solo si capisce allora che il peggior sindaco della storia pensa probabilmente di potersi ricandidare grazie al nuovo equilibrio rossogiallo. Non solo si capisce che Raggi, come Di Maio e Conte, si prepara a stringere patti amicali con il Pd. Ma si rimane addirittura di sasso perché il Pd romano, di fronte a questa orticarie chiamata M5s, anziché rispondere con una pernacchia, lascia trapelare un concupiscente “ci penseremo”. Non vogliono essere la Tachipirina, ma il revulsivo.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.