Più poteri (dunque più soldi) per la Capitale. Così Boccia tende una mano alla Raggi

Salvatore Merlo

Il ministro degli Affari regionali: “Siamo al servizio di Roma. L’autonomia si può fare”. La sindaca diffida a causa di Zingaretti

Roma. “Il governo è a disposizione. Di tutte le regioni, di tutte le città e a maggior ragione della Capitale”. E il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, tende così una mano a Virginia Raggi, la sindaca che adesso – con il governo rossogiallo – intravede un modo per concludere alla meno peggio la sua fin qui disastrosa sindacatura: più autonomia e poteri (dunque più soldi) per la città. “Quello dell’autonomia”, riprende il ministro Boccia parlando con il Foglio, “è un tema assolutamente legittimo anche per Roma. Lo affronteremo insieme, dentro il confine delle regole esistenti. Sono infatti istanze giuste quelle che ha manifestato la sindaca Raggi”. E il ministro si riferisce alle richieste e anche alle mezze assicurazioni che a Raggi sono arrivate, pare, dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. “Roma ha complessità tipiche delle grandi capitali in giro per il mondo”, aggiunge Boccia. “Le aree urbane e suburbane meritano strumenti gestionali avanzati. Lo dimostrano le legislazioni esistenti in tutte le grandi capitali. Ma su questo sarà giusto un confronto prima dentro le forze politiche tutte, compresa l’opposizione”. La Raggi ha chiesto un incontro? “Non ne abbiamo ancora parlato, ma lo faremo sicuramente”.

 

Il governo è a disposizione, dice il ministro. Eppure la questione dei poteri speciali per Roma non è in realtà così semplice. Nel Movimento cinque stelle, dove non da oggi si è decisamente inclini al complottismo, sostengono che il segretario del Pd (e presidente della regione Lazio) Nicola Zingaretti sia infatti contrario all’autonomia per Roma. Anzi, dicono, “Zingaretti è il principale ostacolo”. Secondo queste interpretazioni un po’ arzigogolate, ma non del tutto inverosimili, Zingaretti riterrebbe sbagliato dare una mano alla sindaca rischiando di rimetterla in pista per le elezioni comunali che si terranno tra circa un anno e mezzo. Raggi, d’altra parte, adesso non fa più mistero con i suoi collaboratori di volersi ricandidare per un secondo mandato. La convergenza con il Pd, e la possibilità di un sostegno economico da parte del governo centrale, sono le ragioni che hanno da alcune settimane riacceso non soltanto le speranze ma persino le ambizioni (prima appassite) della signora Raggi. La quale, non a caso, l’altro ieri si era spinta a offrire la presidenza di due commissioni comunali al Pd. Ma in mezzo ci sarebbe Zingaretti, appunto, ragione per la quale il Pd romano – con alcune crepe tuttavia – ha fatto muro contro ogni ipotesi di distensione dei rapporti. “Peccato”, pare abbia detto Raggi, che a colloquio con alcuni imprenditori romani, giorni fa, aveva pronunciato queste esatte parole: “Dopo tre anni i miei consiglieri hanno finalmente capito che non dobbiamo ostacolare lo sviluppo della città”. Al netto del contenuto surreale (e preoccupante) di questa frase, c’è anche un significato sottinteso: da ora in poi non sarà colpa nostra se mancheranno soldi e investimenti pubblici. Un alibi, o quasi.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.