Capitale pericolosa sindaca inadeguata

Valerio Valentini

L’autobus schiantato sulla Cassia, le buche e gli alberi che uccidono, le scale mobili che crollano. Roma pare Gotham City

Roma. Non ci fossero di mezzo quaranta disgraziati trasportati in ospedale, verrebbe pure la tentazione di lasciarsi prendere dal fascino macabro della perenne letalità della città moderna, del pericolo sempre incombente e perciò sempre sottovalutato che alimenta l’entropia scomposta delle metropoli. E allora lo sbigottimento di Anna Karenina di fronte al corpo maciullato del guardiano tra i binari della stazione di Mosca, la mostruosità del treno di Montparnasse nello sguardo allucinato di Hugo Cabret, l’imperante brutalità della Londra vittoriana di Charles Dickens: per dire, insomma, di come le capitali europee, specie quando si tratta di trasporti, non siano mai state un posto troppo sicuro dove vivere. E l’Italia è ovvio che non faccia eccezione, e non da oggi: e basta pensare alla Milano di Bianciardi, non meno agra della campagna dove le persone muoiono in miniera per recuperare il tempo perso durante la Pasqua, o la Roma – Roma, appunto – che già agli occhi di Pasolini era “stupenda e misera”. Le città uccidono, da sempre e dovunque, nulla di cui scandalizzarsi. E però.

 

E però la percezione d’imperante insicurezza che regna nella Capitale, da qualche anno a questa parte, sembra perfino cinico, squallidamente autoassolutorio, ricondurlo alla semplice fatalità delle cose. E questo, è bene dirlo subito, al di là degli accertamenti che dovranno esserci nei prossimi giorni e che diranno se davvero l’incidente dell’autobus dell’Atac sulla Cassia sia dovuto all’uso improvvido del cellulare da parte del conducente, o ad altri motivi. Perché a Roma, quando i mezzi dell’Atac non si schiantano contro un albero, accade che prendono fuoco – e accade con cadenza settimanale, ormai – e rischiano di carbonizzare i passeggeri. E se uno anziché alle corriere dovesse decidere di affidarsi alla metropolitana, nello scendere vero i binari si dovrebbe aggrappare ai corrimano e alla speranza, perché in questa città le scale mobili cedono, si sfaldano in macerie acuminate che mozzano piedi, come sanno i ventiquattro feriti, tra cui vari tifosi del Cska di Mosca rimasti coinvolti nel fattaccio della stazione di piazza della Repubblica. Quando a Furio Camillo – era il luglio del 2015 – gli ascensori della metro si bloccarono, e una madre ci restò intrappolata col suo bimbo di quattro anni che poi finì col cadere nel vuoto, all’esito di un tentativo un poco improvvisato di salvataggio, l’allora sindaco Ignazio Marino venne contestato come responsabile ultimo, e dunque principale, della tragedia, perché il fatto venne evidentemente ritenuto eccezionale. Ieri mattina, di fronte alle scale mobili bloccate di quella stessa stazione, interdette ai passeggeri per l’ennesimo “guasto tecnico” della linea A, gli abitanti del quartiere si sono stretti nelle spalle e si sono limitati a sbuffare: “Vabbè”.

 

Perché in fondo Roma, in questi ultimi anni di sciagurata amministrazione Raggi, ha mitridatizzato tutti alla follia quotidiana. Una follia che, non di rado, ammazza. Ammazzano gli alberi che cadono come birilli per il maltempo, e se non ammazzano feriscono – gli ultimi, a febbraio scorso per un pino piovuto su piazzale Clodio, salvi per miracolo – distruggono auto e sconvolgono le vite dei cittadini, che poi si trovano pure a dover ascoltare la loro sindaca spiegargli, col candore di chi scansa sempre le responsabilità con una scrollata di spalle, che gli alberi vengono giù perché “sono stati piantati durante il regime fascista”. Quindi di che vi lamentate? Né pare sentirsi in colpa, l’imperturbabile Virginia, quando sulle strade della città la gente muore perché una dopo l’altra, dopo l’altra, dopo l’altra, succede che troppo spesso la moto o lo scooter ti scaraventi a terra, com’è accaduto a Elena Aubry, 26 anni, sulla via Ostiense, nel maggio del 2018, com’è accaduto a Edoardo Giannini, 23 anni, su un rattoppo malfatto dell’asfalto ammalorato della circonvallazione Nomentana. Se invece di morti non ne ha fatti, lo sprofondare della strada di via San Pio X venerdì scorso, è solo per l’accortezza di chi, nel traffico delle undici del mattino, ha saputo evitare l’improvvisa voragine e segnalare tutto tempestivamente a chi (a chi?) di dovere. La donna sessantottenne che a Monteverde è caduta su un tombino mezzo divelto, coperto dai rifiuti e dai liquami, mentre tentava titanicamente di depositare le sue buste nei cassonetti, s’è fratturata il polso ed è stata portata in ospedale dalla figlia.

 

E siccome a Roma tutto viene preso come un accidente della storia, ormai neppure le famigliole allegre di cinghiali a spasso su via Baldo degli Ubaldi fanno notizia. Perfino un vitellone che scorazza tra le auto in sosta a Saxa Rubra, ieri mattina, a qualcuno è sembrata una strana rievocazione felliniana, pur in assenza della nebbia. Ci si abitua a tutto. Finché non si muore.

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