Danilo Toninelli (Foto LaPresse)

Toninelli non si schioda

Salvatore Merlo

Intrattenimento per i giornali e ansia per i suoi, il ministro dei Trasporti è in realtà il grillino ideale. Secondo Grillo

Roma. Che s’impegna, che s’interroga, che avrebbe voluto scoprire costi della Tav superiori ai benefici, gliel’ha riconosciuto mercoledì Beppe Grillo, che lo chiama affettuosamente Tony Nelly (mentre Di Maio è “merdina”, tanto per avere un’idea delle preferenze). “E’ riuscito a fare miracoli per rendere meno disastroso l’impatto della piramide del terzo millennio”, ha scritto Grillo sul blog, assolvendolo. E così, sul ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, è calata l’unzione sacra, lo scudo interstellare contro le mire di Matteo Salvini, ma anche contro le ire imbarazzate di Luigi Di Maio, che già una volta aveva provato invano a farlo fuori, a cacciarlo dal governo. Ma Danilo Toninelli da Soresina, quarantaquattro anni, è uno che si sbatte, s’intorcina, scruta dentro se stesso e magari non vede nulla, ma almeno ci prova. E questa è una cosa che a Grillo piace.

 

Perché se anche, alla fine, non trova il modo di fermare la Tav (e a quanto pare non fermerà nemmeno la Gronda di Genova dopo aver tentato di bloccare in vano il Terzo valico), ecco, tutto questo in fondo non importa. Beppe gli ha infatti riconosciuto le qualità quintessenziali del M5s, quegli attributi, quella purezza, quella spontaneità dell’ariete che fanno di Toninelli un manifesto politico-ideologico vivente sin dai tempi in cui, da deputato, spiegava all’intervistatore esterrefatto che “io il 30-40 per cento delle votazioni in Aula le inizio sbagliando”. Quando ancora non aveva garantito che il ponte di Genova si sarebbe fatto prestissimo, “questione di mesi o di anni”. Ma ormai i colleghi del M5s lo chiamano “quello”. Il suo ex sottosegretario, il leghista Rixi, ha detto che “con ‘quello’ è impossibile lavorare”. E adesso i leghisti tentano persino di convincere il Pd a presentargli una mozione di sfiducia. Ma niente, “quello”, cioè il grillino quintessenziale , è imperturbabile. 

 

Qualcuno adesso gli ha pure spiegato che se si dimettesse aiuterebbe Luigi a tenere in piedi la baracca. Ma nulla. Non lo turba nemmeno il rischio di una mozione di sfiducia, non lo preoccupa minimamente il fatto che adesso, favorita dalla Lega, una mozione di sfiducia potrebbe far saltare in aria il governo. Niente. “Non si sposta manco con le bombe”, dicono i Cinque stelle. La sua forza, raccontano di questo ministro che ormai ha forse raccolto su di sé il più vasto e stupefacente numero di imitazioni e nomignoli della storia repubblicana (ToniNulla, Tontinelli, ToniNo, ToniTunnel…), sta nel non vedersi né mai dubitare. A marzo, per dire, fu colpito da una prima mozione di sfiducia, al Senato, dove i numeri erano traballanti. Quella mattina, mentre Conte e Di Maio avevano un diavolo per capello, lui, il ministro coi boccoli al centro della tempesta, non si trovava. Dov’è Danilo? Dov’è Toninelli? Era in palestra. A curare gli addominali. Nulla può confondere la sua cosmica concentrazione. Niente può incrinare le sue sane abitudini. Cascasse il mondo o il governo, Toninelli si pompa gli addominali in palestra (“Vuoi sentirli?”, chiese un giorno ad Annagrazia Calabria, bella deputata di Forza Italia).

 

I segnali erano visibili da tempo, già da quando a maggio dell’anno scorso, durante le trattative di governo, mostrava i selfie con sguardo “concentrato”, oppure ad agosto quando dopo il crollo del ponte mandava selfie “con l’occhio vigile” dalle vacanze e rispondeva ai critici che andare al mare con la famiglia “si chiama amore, ma forse per certa gente è solo un’utopia”. Tutte cose che all’inizio di questa vicenda gialloverde, a Palazzo Chigi e nei ministeri, provocavano singolari e struggenti reazioni psicologiche di rimozione tra i colleghi del governo. “Toninelli non è ministro”, ripeté per tre volte in televisione Armando Siri, che pure era sottosegretario proprio di Toninelli.

 

Sicura risorsa di intrattenimento (per i giornali) e di ansia (per Di Maio), Toninelli è in realtà il grillino ideale (secondo Grillo). Nei giorni scorsi avrebbe potuto dimettersi in polemica con la Lega, in difesa dell’ortodossia sulla Tav. Poteva diventare un eroe, lasciando tutto, dopo che Autostrade non è stata nazionalizzata come promesso. Ma imperturbabile e concentrato, anzi imbullonato, deve aver fatto sua la filosofia di un altro grillino verticale e anti Tav, il senatore Alberto Airola: “Avevo promesso che mi sarei dimesso se la Tav fosse passata… ma qualcuno mi ha fatto notare che se mi dimettessi ora non conterei più nulla”. E’ molto grillino avvertire la terribile provvisorietà del potere: facilis descensus Averno, è facile cadere all’inferno. Che poi sarebbe la vita di prima.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.