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Il vento del cambiamento di governo

Claudio Cerasa

Militari, diplomazie internazionali, imprenditori, investitori, pensionati, medici, artigiani, agricoltori, sindacati. Un fronte trasversale e non politico chiede di mettere un punto a questo governo per provare a ridare ossigeno all’Italia. Ascoltarlo, no?

Fino alle prime settimane di luglio, ogni notizia relativa alla fine imminente del governo o alla sua certa sopravvivenza andrà trattata con la stessa diffidenza con cui ciascuno di noi, durante l’estate, sfoglia i giornali sportivi alla ricerca dell’ultimo incombente colpo di mercato della propria squadra del cuore. Le possibilità che nel corso dell’estate la campagna acquisti del calcio italiano si vada a sovrapporre con la campagna elettorale della politica italiana sono alte (nonostante Di Maio e Salvini siano tornati persino a parlarsi a tu per tu, come successo ieri a Palazzo Chigi) ma bisognerà aspettare luglio per capire se il leader della Lega ha davvero intenzione di togliere l’ossigeno a questo governo e portare il paese al voto a metà settembre (far cadere oggi il governo significherebbe votare ad agosto).

 

Nell’attesa di capire quali scelte faranno gli azionisti del governo del cambiamento c’è un tema che merita di essere illuminato e che riguarda una questione che potrebbe avere un certo peso nell’accelerazione della crisi di governo. A prescindere dal giudizio che ciascuno di noi può avere sulla coppia Di Maio e Salvini (il nostro giudizio lo conoscete) è un fatto difficilmente contestabile che le forze del cambiamento si ritrovino sempre più spesso a fare i conti con un fronte trasversale, non direttamente legato alla politica che soffia sulle vele di un altro cambiamento: quello del governo. A volte il vento spira in modo diretto, altre volte in modo indiretto, ma se si mettono insieme alcuni elementi fattuali si capirà bene perché la struttura del governo poggia su un terreno che mostra sempre con maggiore forza la sua friabilità. Contro il governo oggi si trova la stragrande maggioranza del mondo degli imprenditori rappresentato da Confindustria (con le confederazioni della Lombardia e del Veneto più agguerrite di altre), buona parte del mondo dei commercianti rappresentato da Confcommercio (ieri Carlo Sangalli ha bocciato di fronte a Luigi Di Maio l’operato del governo), la stragrande maggioranza del mondo degli artigiani rappresentato da Confartigianato (il 18 luglio a Roma l’assemblea annuale di Confartigianato tirerà fendenti al governo), buona parte del mondo degli agricoltori rappresentati da Confagricoltura e Cia (Coldiretti con il governo ci va invece ancora a nozze), la quasi totalità dei sindacati dei pensionati (il 1° giugno a Roma si sono riuniti in piazza per una manifestazione nazionale Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp e manifestazioni continueranno in tutta Italia fino al 22 giugno), la quasi totalità dei sindacati confederali (Cisl e Uil fustigano ogni giorno il governo, la Cgil ci prova ma molte battaglie combattute dal governo sono le stesse che aveva lanciato da numero uno della Fiom il segretario attuale della Cgil Maurizio Landini) e buona parte dei sindacati che rappresentano i medici (che l’8 giugno saranno in piazza a Roma contro il governo).

 

A questo elenco già molto lungo si possono aggiungere i vertici della Conferenza episcopale italiana (la Cei è divisa ma la parte della Cei che considera questo governo un pericolo per l’Italia si fa sentire con più forza rispetto a quella che non lo considera tale), si possono aggiungere i principali volti che rappresentano il mondo del Terzo settore (universo che coinvolge 5 milioni di volontari, 800 mila occupati e decine di migliaia di enti no profit e che è stato duramente punito da questo governo). Ma oltre a tutto questo, al già noto, ci sono anche altri fronti che meritano di essere messi in luce e che ci spiegano meglio di ogni retroscena perché di fronte alle forze del cambiamento esiste un fronte anomalo non legato alla politica che in modo più o meno diretto e indiretto spinge per un cambiamento di governo. Chiede un cambiamento non solo il mondo produttivo ma anche il mondo legato all’universo dei militari che da tempo mostra segnali di insofferenza espliciti (alla parata del 2 giugno tre importanti generali hanno dato forfait alle celebrazioni per la Festa della Repubblica in polemica con alcune scelte di governo ma la frustrazione non è tanto fra i generali pensionati, ma è anche nella base, tra chi non può parlare perché ancora in servizio, dove il sentimento di ostilità nei confronti del ministro Trenta è, come si dice, a livelli di guardia). E lo stesso vale per forze dell’ordine come i carabinieri che a differenza della polizia di stato non si trovano sotto l’autorità del ministero dell’Interno (due giorni fa la Silp Cgil ha lanciato sul proprio sito un contatore per ricordare da quanti giorni, oggi sono 158, i poliziotti sono senza contratto di lavoro e ricevono solo “promesse, a parole, di maggiore dignità e tutele”).

 

Chiedono discontinuità le forze dell’ordine ma chiedono discontinuità, per altre ragioni, anche altre forze non meno importanti. E qui la nostra telecamera si sposta dal nostro paese per inquadrare quello che succede nel resto del mondo. Anche qui l’elenco di chi in modo diretto o indiretto tifa o si augura o auspica una forte discontinuità con il presente è impressionante.

 

Negli ultimi mesi, l’Italia è riuscita a mettersi contro in un sol colpo, la Nato, il Dipartimento di stato americano e il Consiglio di sicurezza, a causa del pazzo memorandum firmato con la Cina e a causa dell’ambiguità mostrata dal nostro paese sul Venezuela nel riconoscere la presidenza di Juan Guaidó. E contestualmente l’Italia a trazione grillina è riuscita a perdere contatto tanto con la Francia guidata da Emmanuel Macron quanto con la Germania guidata da Angela Merkel (nel motore della nuova Europa al fianco di Germania e Francia ci sarà sempre meno l’Italia e sempre più la Spagna). L’isolamento diplomatico non è stato neppure compensato da una nuova rete di alleanze in Europa – basti vedere la disperazione del M5s nel trovare alleati utili per formare un gruppo al Parlamento europeo e basti vedere gli schiaffi presi da Salvini persino dai suoi possibili alleati, con Orbán che ha detto che non ci sarà nessuna alleanza con la Lega, con Vox che ha detto che non ci sarà nessuna alleanza con la Lega, con Farage che ha detto che non ci sarà nessuna alleanza con la Lega – e ha prodotto conseguenze rilevanti rispetto a dossier prioritari. Dossier come la Libia – dove Stati Uniti e Francia, scavalcando l’Italia, per stabilizzare il paese hanno deciso progressivamente di puntare sempre meno sul cavallo Serraj e sempre più sul cavallo Haftar. Dossier energetici come quelli legati ai rapporti con Israele – ai tempi del governo Gentiloni, l’Italia aveva firmato un accordo di collaborazione per portare un’importante fornitura di gas da Israele all’Italia passando per Cipro e Grecia ma il governo a trazione grillina ha insabbiato il progetto. Dossier diplomatici con i paesi del Golfo – dall’Arabia Saudita fino agli Emirati Arabi Uniti i legami sono più complicati che mai (e hanno un peso sulla Libia) per via di un rapporto speciale costruito dal governo del cambiamento con la Turchia e soprattutto Qatar.

 

In un anno di governo, al netto del consenso di cui gode la Lega, l’esecutivo del cambiamento è riuscito a crearsi nemici ovunque, in ogni parte d’Italia e in ogni parte del mondo, e si ritrova, proprio nel momento di massima tensione e divisione tra pm e giudici, con l’uomo forte di governo, Salvini, che ogni giorno non perde occasione per alimentare uno scontro con il mondo della magistratura. La richiesta di discontinuità che arriva dalle forze che in modo più o meno diretto chiedono un cambiamento al governo (per non parlare dei principali fondi di investimento del mondo che hanno chiuso i propri rubinetti in Italia) non ha a che fare con la prevalenza di un colore politico rispetto a un altro ma ha a che fare con un tema che difficilmente nei prossimi mesi Salvini potrà fare a meno di considerare: mettere un punto a questo governo per provare a ridare ossigeno all’Italia. Non importa con quale alternativa. L’importante è che ce ne sia una e che ci sia in fretta. Il tempo sta scadendo.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.