Sull'Iva Confcommercio non si fida del governo

Il presidente Sangalli: “Mi pare si cominci a respirare un clima politico e culturale di rassegnazione. No a 51 miliardi di nuove imposte, bisogna eliminare definitivamente gli aumenti delle aliquote”

Il 2019 non sarà un anno bellissimo, e ormai non è più una notizia, ma il 2020 rischia di essere addirittura peggiore. E anche questa, a suo modo, è una “non notizia” visto che da mesi non c'è istituto di statistica, organizzazione internazionale, associazione di categoria che non esprima la propria propria preoccupazione per quello che il governo gialloverde sta facendo. O, più correttamente, non sta facendo. L'ultimo è unirsi a questo coro da tragedia greca è stato questa mattina il presidente del Confcommercio, Giancarlo Sangalli.

  

Davanti alla platea dell'Assemblea 2019 dell'associazione, alla presenza di Luigi Di Maio (assente invece l'altro vicepremier Matteo Salvini), Sangalli ha preso le mosse dal quadro desolante descritto dal Def: “Lo stesso governo ammette che gli effetti dei decreti 'crescita' e 'sblocca cantieri' non dovrebbero andare oltre qualche decimo di punto di pil nel triennio 2019-2021. Gli stessi obiettivi citati nel Def di 'inclusione sociale, contrasto alla povertà, avvio al lavoro della popolazione inattiva e miglioramento dell’istruzione e della formazione' sono ineccepibili. Ma i circa 43 miliardi di euro destinati, nel triennio 2019-2021, al finanziamento del reddito di cittadinanza e di quota 100 determinerebbero una crescita aggiuntiva per non più dello 0,7 per cento. In sintesi: ripresa quasi nulla e impegni di spesa rilevanti in uno scenario in cui il debito continua a crescere e il pil è stagnante”.

 


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Che fare? Per il numero uno di Confindustria la ricetta è quella del “realismo” e della “saggezza”. Serve, spiega, un'Italia “protagonista”. Che, ad esempio in Europa, “non giochi solo di rimessa, ma che sappia proporre”. E che si faccia promotrice di interventi come: “Togliere dal computo del deficit gli investimenti cofinanziati in materia di infrastrutture, di innovazione e di capitale umano; completare l’Unione bancaria con uno schema comune di garanzia dei depositi; rilanciare l’iniziativa europea per il varo di un’efficace web tax”.

 

Ma serve anche un'Italia che, con “realismo” e “saggezza”, sappia affrontare questo momento di crisi interna e torni a imboccare la strada della crescita. “Bisogna crescere di più - dice Sangalli dal palco dell'Auditorium della Conciliazione di Roma -. Con due ali e un motore. Le due ali: innovazione e infrastrutture, e il motore: la riforma fiscale”.

 

 

Avanti quindi con il Piano Impresa 4.0 e con la digitalizzazione della pubblica amministrazione. Avanti con la Tav Torino-Lione e con un “approccio equilibrato al progetto cinese della 'nuova Via della Seta'”. Ma soprattutto, indietro tutta sugli aumenti dell'Iva

“Guardate - rilancia accalorandosi -, prima di parlare di qualsiasi riforma fiscale, per noi, lo sapete, c’è una condizione da cui non si può prescindere. Questa condizione è presto detta: eliminare definitivamente gli aumenti delle aliquote Iva previsti nel prossimo biennio. Tradotto in numeri: 51 miliardi di euro di maggiori imposte”.

  

“Apprezziamo certo le rassicurazioni sul disinnesco delle clausole, che spesso riceviamo da illustri esponenti del Governo. Ma siamo e restiamo preoccupati. Siamo preoccupati perché vanno spiegati bene agli italiani quali passi concreti si stiano facendo per il recupero di risorse per evitare gli aumenti dell’Iva. E, soprattutto, siamo preoccupati perché mi pare si cominci a respirare un clima politico e culturale di rassegnazione. Come se l’aumento dell’Iva appartenesse al nostro destino e non fosse una scelta nelle nostre mani. Non possiamo accettare che si aumenti l’Iva per stanchezza, per mancanza di coraggio, per una sorta di inceppamento intellettuale che si arrende alla sfiducia, all’incapacità di progettare strategie alternative. Che si arrende all’opzione peggiore: quella, insomma, di aumentare le tasse. Un’opzione che porterebbe dalla stagnazione alla crisi conclamata, quindi alla riduzione del Pil e dei consumi e al peggioramento del quadro di finanza pubblica”.

  

L'ultimo passaggio, prima della conclusione, è ancora una volta sul tema delle infrastrutture: “Trasporti, logistica, rigenerazione urbana, turismo: sono tutti terreni d’azione per i quali quantità e qualità degli investimenti pubblici sono determinanti. E per i quali sarebbe dunque decisiva la risoluzione del forse più preoccupante paradosso italiano. Da un lato, negli ultimi 10 anni abbiamo perso 60 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali. Dall’altro lato, ci sono oltre 100 miliardi di euro di opere programmate a bilancio. Insomma, i cantieri vanno sbloccati. Davvero e non solo sulle pagine della Gazzetta Ufficiale!”.