Perché quelli che usano le emozioni per cercare il consenso stanno vincendo

David Allegranti

Un nuovo saggio di Colin Crouch sul senso del sovranismo e la crisi della globalizzazione

Roma. Le elezioni europee di maggio sono uno spartiacque politico e storico. La sfida dei sovranisti alle fondamenta dell’Unione europea – di fatto, una società aperta – è lanciata da tempo. Solo che adesso l’internazionale xenofoba è sufficientemente allenata per combattere, con efficacia, uno dei frutti della globalizzazione, non più soltanto un fenomeno economico ma politico, cioè l’Europa come idea e progetto di stato plurinazionale. Il sociologo Colin Crouch, già autore di “Postdemocrazia” (Laterza), torna in libreria con un testo prezioso, destinato ad accompagnarci fino alle europee e non solo: “Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo”, sempre pubblicato dalla casa editrice di via di Villa Sacchetti.

 

Il professor Crouch analizza in maniera chirurgica il processo, o quantomeno il tentativo, di rinazionalizzazione degli Stati, una risposta alla globalizzazione organizzata da quei partiti cosiddetti sovranisti che si candidano con l’obiettivo di sradicare il senso delle istituzioni europee. La globalizzazione non è soltanto un fenomeno europeo, naturalmente, né Crouch tralascia di considerare gli effetti che questa ha avuto negli Stati Uniti o in Cina, dei quali parla diffusamente nel libro. Ma se c’è una cosa che abbiamo proprio di fronte agli occhi in questi mesi è il tentativo dei partiti xenofobi, populisti e nazionalisti di bloccare il processo di globalizzazione, colpevole a vario titolo di molte nefandezze. Crouch non si nasconde e fin dalle prime pagine spiega da che parte sta: “È necessario porsi dalla parte della globalizzazione contro i nuovi nazionalismi”, ma “bisogna insistere per riformare le sembianze che questo processo ha assunto”.

 

Il sociologo britannico Colin Crouch, che ha appena pubblicato il libro “Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo”


 

Ciò, aggiunge l’autore, “non implica affatto - e non deve implicare - l’abbandono delle identità nazionali o locali. Piuttosto, le identità multiple che sono oggi a nostra disposizione dovrebbero diventare una serie di cerchi concentrici che si arricchiscono l’un l’altro con radici ferme in una sussidiarietà cooperativa, o una specie di matrioska russa con una successione di bambole di dimensioni differenti contenute in modo confortevole l’una dentro l’altra. Dobbiamo essere orgogliosi della nostra città più o meno grande, della regione in cui è situata, della nazione al cui interno è contenuta, delle istituzioni europee (per chi è abbastanza fortunato da vivere in uno Stato membro dell’Ue), e delle più ampie istituzioni internazionali”. Il processo di globalizzazione ha inevitabilmente disarticolato le identità dei singoli paesi, con il rischio di disperderle o di annullarle. I sovranisti vorrebbero reagire alla globalizzazione rinazionalizzando le identità fino a farne un mero strumento elettorale, una sorta di clava da calare sulle teste di chi invece crede nel cosmopolitismo, seppur non irenico.

 

Come dice Quattro/Tobias, uno dei protagonisti della serie letteraria Divergent di Veronica Roth, che racconta un mondo in cui le persone appartengono a fazioni dalle quali non possono sfuggire e alle quali corrisponde un determinato carattere, “io non voglio essere una cosa sola. Io voglio essere coraggioso, altruista, intelligente, onesto e gentile”. Questa frase potrebbe valere per il modo in cui vogliamo essere cittadini europei e del mondo. I sovranisti – di sinistra ma anche di destra – vorrebbero costringerci a una scelta: quella tra i valori cosmopoliti e internazionalisti e quelli che hanno radici nelle comunità locali. Eppure, avverte Crouch, “vivere nel ventunesimo secolo significa proprio gestire identità multiple, che vanno dal sentirsi radicati in una piccola comunità fino a raggiungere la dimensione transnazionale”. Sarebbe dunque “disastroso se il nuovo nazionalismo che si sta diffondendo nel mondo riuscisse a invertire la globalizzazione”, senza la quale la maggior parte del mondo sarebbe oggi di gran lunga più povera, come dimostrano anche i dati di crescita della ricchezza, che Crouch nel suo libro analizza. Così come le relazioni fra gli Stati sarebbe state più ostili.

 

Ora, il problema è che nella polarizzazione dello scontro stanno prevalendo quelli che usano le emozioni per cercare consenso. La vittoria della Brexit nel 2016 è uno dei casi più evidenti. I sostenitori del Leave hanno fatto leva su sentimenti isolazionisti sganciati dalla realtà (come la famosa bufala dei 350 milioni di sterline che il Regno Unito avrebbe continuato a mandare ogni settimana a Bruxelles senza la Brexit). E un po’ dappertutto la nazione e l’identità nazionale sono diventate il fulcro di una mobilitazione politica “emotivamente carica”, contro la quale le élite liberali rischiano di contrapporre soltanto il modello razionalista dell’elettore calcolatore, come se la gente avesse tempo per interessarsi alla politica tutto il giorno e studiare con accortezza quale siano le decisioni migliori da prendere per la collettività. Chi vuole rinazionalizzare gli Stati offre, invece, una soluzione per sfuggire a quella che Zygmunt Bauman chiamava identità liquida: il senso d’appartenenza dell’uomo a una dimensione.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.