Gli azzeccagarbugli di Di Maio

David Allegranti

I codicilli del Regolamento Inflessibile a cinque stelle. Una via di mezzo tra Totò e la giurisprudenza

C’è tutto un lessico da azzeccagarbugli, codici, codicilli, norme, scontrinologia applicata, teoria e tecnica del Regolamento Inflessibile, c’è tutto un frasario a metà fra Totò e la giurisprudenza da strada che permea la neolingua dei Cinque stelle, dai vertici all’ultimo dei troll, pronti a ripetere parole come “autosospensione”, “rinuncia”, manco se fossero scolpite in qualche tavola della legge, anche se in realtà non vogliono dire niente. Quello che segue è un piccolo ma incompleto elenco di termini in legalese usati da Luigi Di Maio e dagli altri capi e capetti del M5s.

  

Autosospensione

La deputata uscente Giulia Sarti, coinvolta nel caso “Rimborsopoli”, ha deciso di autosospendersi, “perché finché questa triste storia non verrà chiarita, io voglio affrontarla da sola e non arrecare il benché  minimo danno a questa fondamentale campagna elettorale. Tutto dovrà essere chiarito nelle sedi opportune”. Le sedi opportune non sono senz’altro Facebook, dove ha scolpito questa dichiarazione d’intenti, men che meno il Blog delle Stelle, erede del Sacro Blog di Grillo. Il problema dei seguaci della Casaleggio Associati è che creano una realtà fittizia a loro immagine e somiglianza e pensano di poterla sostituire allo stato, alla democrazia rappresentativa, persino alla Costituzione, senza averne, almeno per il momento, i voti. “Autosospensione”, dunque, non vuol dire nulla. “Con tutto il rispetto per la candidata M5s Giulia Sarti – dice il costituzionalista Stefano Ceccanti – quello che lei sostiene non esiste: se proclamata e se si considera autosospesa dal M5s dovrà iscriversi al Misto o sarà iscritta d’ufficio al Misto. Le dimissioni saranno effettive solo se e quando approvate a scrutinio segreto. Di un gruppo bisogna far parte per forza, se non si sceglie si finisce al Misto”. Gruppo misto che rischia di essere sempre più numeroso. Ogni giorno ce n’è una. Salvatore Caiata, proprietario del Potenza Calcio, mezza vita spesa a Siena come ristoratore, è indagato per riciclaggio.

  

Competenti

“I nostri candidati sono super competenti”, garantisce Di Maio, che coltiva un’altra ossessione, oltre a quella per i soldi: il pezzo di carta. Quando, infatti, presentava i suoi candidati qualche giorno fa – i candidati all’uninominale, scelti da lui di persona personalmente e non affidati alla lotteria delle primarie – era tutto un “dottore”, “avvocato” persino “professore”. Come se bastasse una laurea in scienza delle merendine o “un’economista strappata alla Merkel” (in realtà una stagista all’ufficio marketing del centro studi economico della Cdu) per recuperare anni di scie chimiche, sirenette e Bilderberg. Per non parlare di tutti i disoccupati che hanno scambiato le parlamentarie per l’ufficio di collocamento. L’importante, per il M5s, è offrire la figurina all’elettorato e far finta che abbiano qualche competenza (anche se ancora non è chiaro quale siano quelle di Gregorio De Falco, candidato al Senato a Livorno).

  

Dimissioni

Di Maio è convinto, a colpi di richieste di risarcimento per danni d’immagine, di riuscire a far dimettere i candidati espulsi dal M5s eventualmente eletti in parlamento. Anche qui però la questione è più complicata di quello che dicono i Cinque stelle. “Se davvero qualcuno una volta eletto si dimetterà e le dimissioni saranno accettate, se si tratta di vincitori dei collegi – dice Ceccanti – si dovrà fare un’elezione suppletiva entro 90 giorni. Solo per gli eletti su lista ci si limiterà a scorrere al successivo. Le contraddizioni saranno scaricate sugli elettori, sempre che qualcuno si dimetta davvero e che le sue dimissioni siano accolte. Intanto il M5s ottiene solo il risultato di espandere il gruppo misto”.

   

Massoni

Massoneria è una di quelle parole jolly che finiscono facilmente in bocca ai complottisti. C’è tutto un frasario da utilizzare, che parte in automatico (“Bilderberg!” “Case farmaceutiche!”) e ogni volta che nel M5s qualcuno dice “massone!” lo fa naturalmente per stigmatizzare l’appartenenza alle “associazioni segrete” (segue disquisizione in punta di dritto e rovescio su cosa sia e non sia “segreto”). Ma la caccia alle streghe contro i massoni non è prerogativa solo del M5s anche se, dice al Foglio lo storico Zeffiro Ciuffoletti, “la massoneria dura da più dei partiti”. Benito Mussolini, quando era ancora nel Partito socialista, riuscì tra i suoi ultimi atti di militanza a far approvare una mozione – al congresso del partito del 1914 – che stabiliva l’incompatibilità fra essere massoni e iscritti al Partito socialista. Una volta nati i fasci di combattimento e, successivamente, il Partito nazionale fascista, riuscì a ripetere l’operazione nei primi mesi del 1923, stabilendo l’incompatibilità con il fascismo. Il resto è triste storia. I fascisti scrissero la legge Mussolini-Rocco del 1925 contro le associazioni segrete (legge contro cui si scagliò in Parlamento Antonio Gramsci). Ma la “massofobia”, come da titolo di un recente libretto di Stefano Bisi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, ha coinvolto anche altri partiti che, pur non puntando allo scioglimento delle logge massoniche, hanno vietato ai loro iscritti di appartenere alle associazioni di liberi muratori. La Dc nel suo statuto scriveva che “sono esclusi dal partito coloro i quali appartengono ad associazioni massoniche” e nel 1984 il collegio nazionale dei probiviri della Democrazia cristiana dichiarò nulla l’iscrizione al partito del consigliere regionale toscano Filippo Luchi. Anche il Pci vietava l’iscrizione, mentre il Pd – quando c’era Luigi Berlinguer presidente della commissione di Garanzia – specificò l’obbligo a dichiarare la propria appartenenza ad altre associazioni al momento dell’iscrizione. Oggi il M5s ne fa una questione identitaria e criminalizza i massoni associandoli a “omofobi” e “razzisti”, ma Matteo Renzi si è recentemente aggiunto all’inseguimento: “Il Movimento cinque stelle ha riempito le liste di candidati scrocconi, truffatori e massoni”.

  

Rinuncia

“Ho sentito  Emanuele Dessì, ha convenuto che non fosse giusto continuare a farsi strumentalizzare e ha deciso di fare un passo indietro rinunciando a candidarsi”. Ipse dixit Luigi Di Maio. Dessì può convenire su quel che vuole, ma giova spiegare, contrariamente a quello che dicono Di Maio e Michele Ainis su Repubblica che non si può rinunciare a un bel nulla. Spiega Ceccanti: “E’ pacificamente evidente che i candidati si possono ritirare solo prima che la lista venga accettata dall’ufficio elettorale circoscrizionale. Dopo le porte sono chiuse. Adesso non è più possibile sostituire nessuno”. Basta vedere, dice Ceccanti, dove è collocato l’articolo 22 del testo unico unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati. “Solo in quella finestra si parla di ritiro. Da lì in poi si stampano schede e manifesti e non si torna indietro”. Se n’è accorta anche Paola Taverna, che è stata costretta all’ammissione in diretta tv: “Abbiamo presentato alla Corte d’Appello la rinuncia di Dessì ma ci è stata ricusata perché nell’articolo che prevede la rinuncia da parte di un candidato è specificato che debba avvenire prima del deposito delle liste”. Ma davvero?

  

Stipendio (mega)

“Se avessi voluto un privilegio sarei passato al Gruppo Misto, avrei guadagnato 14 mila euro al mese in 5 anni e invece mi sono tagliato lo stipendio e ho restituito 205 mila euro ai cittadini” (Alessandro Di Battista). “Spero che abbiano il pudore di tacere gli esponenti dei partiti che si pappano un mega-stipendio, che viaggiano in auto blu, che hanno maturato il vitalizio e che si prendono anche un ricco assegno di fine mandato alla faccia della gente normale che non arriva a fine mese” (Andrea Cecconi, uno dei parlamentari coinvolti in “Rimborsopoli”). Buttarla in vacca è la specialità di chi è stato colto sul fatto. Ma anche chi è saldamente al comando del M5s, come Dibba, ama solleticare l’odio sociale usando lo “stipendio” come una clava, naturalmente mega come da mega ditta fantozziana. Il M5s, che teorizza una politica pauperista, ha un’ossessione per i soldi. E invece la politica non si fa con gli scontrini e ha un costo che è giusto sostenere, contrariamente a quanto dice il M5s, secondo cui è essenziale fare politica per quattro soldi. In questo modo infatti si aprono le porte al notabilato, a coloro i quali possono far politica perché ricchi. Il risultato è che la legittimità della politica viene trasferita altrove, in un orizzonte post-democratico nel quale la sfera economico-finanziaria prevale su quella dei governi, per dirla con il politologo Colin Crouch, autore di Postdemocrazia (Laterza): “Nelle condizioni in cui la postdemocrazia cede sempre maggior potere alle lobby economiche – scrive Crouch – è scarsa la speranza di dare priorità a forti politiche egualitarie che mirino alla redistribuzione del potere e della ricchezza o che mettano limiti agli interessi più potenti”. Far crescere una classe dirigente forgiata dal pauperismo non dissuaderà chi vede nella politica un modo per arricchirsi, ma anzi aprirà le porte proprio a quei famigerati “poteri forti” ben felici di prendere il posto di élite competenti (che è ciò di cui abbiamo più bisogno). Ai Cinque stelle però tutto questo non interessa. Per loro l’importante è mostrarsi puri, veri o presunti.

   

Voltagabbana (vincolo di mandato)

Tutto era cominciato con una multa da centomila euro ai “voltagabbana” con cui il M5s è andato avanti per qualche settimana. Alessandro Di Battista in tv ha inventato la Costituzione co.co.pro, a progetto: si difende o si riscrive a seconda della convenienza. L’articolo 67 della Costituzione però lo vieta: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. “E’ una regola interna”, ha ribattuto Dibba, “anche in questo caso trasparente. I cittadini che votano valuteranno il fatto che per noi conta il programma. Se tu entri dentro e dici mi taglio lo stipendio – e con questi soldi ci finanzio la piccola e media impresa, cosa che io ho fatto in cinque anni – e poi non lo fai ti cacciamo e ti applichiamo una multa”. Ma che vuol dire? Le regole interne superano la Costituzione, strenuamente difesa il 4 dicembre 2016? “Noi la vogliamo cambiare questa parte della Costituzione”, ha aggiunto il frontman del M5s. Nel frattempo però urge spiegare a Di Battista che esiste una gerarchia delle fonti del diritto. Ed essendo la Costituzione la norma fondamentale del nostro ordinamento, insieme alle leggi costituzionali e di revisione costituzionale, le “regole interne” del M5s, con buona pace dei padri costituenti Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio non valgono un tubo. Sono al massimo un deterrente per chi accetta di firmare un pezzo di carta, dal valore nullo, senza conoscere le leggi. Anche perché le multe in passato non sono arrivate. All’europarlamentare Marco Affronte, ex M5s, doveva essere comminata una multa da 250 mila euro per aver abbandonato il gruppo, ma al Corriere di Bologna ha spiegato di non aver mai ricevuto niente. “Con quei soldi – disse Grillo – aiuteremo i terremotati delle Marche e dell’Umbria”. Dalla minaccia è passato un anno e i post sul Sacro Blog non fanno giurisprudenza. Non ancora, quantomeno. E siccome la minaccia della multa non ha sortito alcun effetto, Di Maio ora dice che bisogna cambiare la Costituzione introducendo il vincolo di mandato. “E’ l'unico vero antidoto alla piaga dei voltagabbana che ammorba il Parlamento da anni. Quest’ultima legislatura ha fatto segnare il record di parlamentari che hanno tradito gli elettori e hanno cambiato casacca: sono stati ben 675, 437 alla Camera dei Deputati e 238 al Senato, 60 dei quali lo hanno fatto a camere sciolte. Una vergogna. Parliamo di gente che si prende 15 mila euro al mese grazie al voto dei cittadini per portare avanti un programma e poi invece fa quello che gli pare”. Quello che a Di Maio sfugge evidentemente è che l’artocolo 67 della Costituzione si colloca all’interno di un complesso di norme che delineano lo status del parlamentare. Status che serve a tutelare l’attività di ciascuna Camera, e quindi – scrive Claudio Martinelli a commento dell’articolo 67 della Costituzione in un volume appena pubblicato dal Mulino – “del Parlamento nel suo complesso”. Non vengono istituite “posizioni giuridiche a favore della persona del parlamentare”. Insomma, “il bene che si vuole perseguire è l’espletamento libero e automo della funzione parlamentare, non le aspettative del singolo componente”. Di Maio invece vuole espletare le aspettative della Casaleggio.

  

Di più su questi argomenti:
  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.