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Scende in campo il Partito della nazione giustizialista

Il presidente dell'Anm Piercamillo Davigo a tutto campo: dalla presunzione d'innocenza ("Uno viene scarcerato se parla") alle tensioni con la politica ("Processiamo gente abbarbicata alle poltrone")

20 Aprile 2016 alle 11:09

Scende in campo il Partito della nazione giustizialista

Il presidente dell'Anm Piercamillo Davigo (Foto LaPresse)

Ecco alcune dichiarazioni rilasciate da Piercamillo Davigo, presidente dell'Associazione nazionale magistrati (Anm), nelle interviste al Fatto Quotidiano di oggi e alla trasmissione Di Martedì ieri sera, attorno ad alcuni temi centrali della giustizia e dei rapporti tra politica e magistratura.

 

 

Sulla presunzione d’innocenza

 

“La presunzione d’innocenza è un fatto interno al processo, non c’entra nulla coi rapporti sociali e politici”.

 

“Se il mio vicino di casa è rinviato a giudizio per pedofilia, io mia figlia di sei anni non gliel’affido quando vado a fare la spesa. Poi, se verrà scagionato, si vedrà”.

 

“Nessuno viene messo dentro per farlo parlare. Viene messo fuori se parla, che è una cosa diversa”.

 

“C’è stato un periodo della mia vita professionale in cui ho temuto di avere una sorta di tocco di Re Mida, perché quando qualcuno veniva processato, se manteneva il silenzio iniziava una folgorante carriera politica”.

 


 

 

Su intercettazioni e stampa

 

“Non ne vedo la necessità (di una riforma che imponga ai magistrati di espungere dagli atti le intercettazioni penalmente irrilevanti, ndr). Bastano e avanzano le norme sulla diffamazione e sulla privacy. (…) Quando un giornalista pubblica notizie anche penalmente irrilevanti, ma moralmente importanti, su personaggi pubblici, non può essere punito.

 


 

 

Sui rapporti tra magistratura e politica

 

“Se le persone coinvolte in base a prove e indizi che dovrebbero indurre la politica e le istituzioni a rimuoverle in base a un giudizio non penale, ma morale o di opportunità, vengono lasciate o ricandidate o rinominate, è inevitabile che i processi abbiano effetti politici”.

 

“Non penso che un ministro indagato debba dimettersi. Io penso che il suo partito debba valutare le prove e pensare, politicamente, se è il caso di tenerlo a fare il ministro o meno”.

 

“Si dice aspettiamo le sentenze: ma il più delle volte le sentenze verrano pronunciate sulla base di elementi che sono già noti all’inizio, per sempio il contenuto delle intercettazioni o documenti sequestrati. Cosa impedice alla politica di fare un’autonomia valutazione? Certamente ci sono state persone che sono state dipinte dai mezzi d’informazione come colpevoli quando non lo erano, ma in compenso ci sono state persone condannate con sentenza irrevocabile che hanno fatto per cinque anni il deputato”.

 

“Processiamo gente abbarbicata alla poltrona, che nessuno si sogna di mandare a casa malgrado condotte gravissime”.

 

“Collaborare con la politica? Noi magistrati facciamo un mestiere diverso: se prendiamo un politico che ruba, dobbiamo processarlo. Non collaborare”.

 

“Parlamento e governo sono liberi di fare le leggi che vogliono. Anche di depenalizzare i reati tributari, se l’Europa glielo permette. Ma non possono dire che così combattono l’evasione fiscale”.

 

“Qualche differenza di linguaggio c’è, ma niente di più: nella sostanza, una certa allergia al controllo di legalità accomuna un po’ tutti i governi”.

 

“Un po’ di tensione tra potere politico e sistema giudiziario è inevitabile, perché è insito nella separazione dei poteri. Se si voleva che i poteri andassero d’accordo, c’era già la monarchia assoluta”.

“Sono stato poco tempo fa in Brasile, dove i colleghi brasiliani mi hanno chiamato per fare un confronto fra quello che sta capitando da loro e Mani pulite, e ho scoperto che avevano grandissima stima di quello che ha fatto l’Italia con Mani pulite. In Brasile. In Italia forse meno”.

 

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