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Boyhood

Di Richard Linklater, and starring Patricia Arquette, Ellar Coltrane, Lorelei Linklater (Amazon Prime, Rakuten Tv, Chili, Tim Vision, iTunes, Google Play)

15 Maggio 2020 alle 16:22

Un miracolo di film. Merito di Richard Linklater, texano nato nel 1960. Dopo la trilogia “Before” – Ethan Hawke e Julie Delpy dal corteggiamento tra studenti alla vacanza in Grecia da coniugi litigiosi – arruola come collaboratore il tempo che passa. Dodici anni per vedere crescere, senza bisogno di trucco e parrucco, un seienne figlio di genitori divorziati. Il padre fa il musicista, e non diventa adulto neppure un po’, aiutato da un attore come Ethan Hawke (deve avere un ritratto su in soffitta che invecchia al posto suo). La madre Rosanna Arquette ha in “Boyhood” una vita e un fisico un po’ più tormentati: decide di rimettersi a studiare, si fidanza con un professore, resiste a diete e ritocchi. Girato in tempo reale, tre o quattro giorni ogni anno sperando che il protagonista Ellar Coltrane non si stufasse dell’appuntamento cominciato come un gioco (si è annoiata invece, dopo un po’, la figlia del regista Lorelei Linklater, papà ha resistito al capriccio: “Non farò morire il tuo personaggio di ragazzina petulante”). Quando ha avuto l’età, il giovanotto ha dato il suo contributo ai dialoghi e alla sceneggiatura. Le riprese “in tempo reale” – nel senso che i vestiti, i videogiochi, i computer, i riferimenti pop non sono accompagnati dalla commozione di chi ritrova le vecchie cose in soffitta con la lacrimuccia – eliminano la nostalgia. Si chiacchierava di Harry Potter, con le code dei fan in libreria, oppure dell’annunciato prequel di “Star Wars”, senza le forzature di chi ricostruisce il pop a posteriori. Le quasi tre ore passano veloci, e ridanno al reality show quel che spetta di diritto al reality show (o al cinema-verità, perché il discorso non vada di traverso ai cinefili). Il film senza montaggio, che coglie l’attimo e lo scorrere della vita, non è un’idiozia inventata per rimbambire gli spettatori televisivi. Tutti i registi d’avanguardia ci hanno fatto un pensierino, da Dziga Vertov – “L’uomo con la macchina da presa”, 1929 – in poi.

 

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