Lo spettacolo degradante e grossolano che va in scena ogni giorno nelle carceri

La pena carceraria ci identifica senza residui con il crimine e ci sequestra per intero

Cari piccoli ostaggi, il vostro sequestratore vi dà il benvenuto a bordo della Open Bars. Nulla a che fare con gli alcolici gratis, si tratta solo di sbarre aperte: ma attenti, non è un inno all’evasione o un’invocazione dell’amnistia (che pure sarebbe utile); piuttosto, prendetelo come un invito a ficcare il naso tra le sbarre del carcere come tra i tendaggi di un sipario, e a osservare a mente sgombra, prima che ci si accampino come nubi turrite le mille spiegazioni, razionalizzazioni e giustificazioni, la pièce che va in scena là dentro tutti i giorni, a beneficio di un pubblico fantasma. Si intitola “Umani in gabbia”. Vi piace? Non sono un critico teatrale, ma vi dirò: a me pare uno spettacolo degradante, grossolano e intimamente assurdo. Degradante, perché non rende migliori né gli attori-detenuti, né gli impresari-carcerieri né noialtri che passiamo distrattamente accanto a quei teatri dalle cortine blindate. Grossolano, perché c’è un divario abissale tra una scienza giuridica che si fa sempre più sottile e ricca di sfumature e una pena che è ferma al giardino zoologico. Assurdo, infine, per la sproporzione intrinseca e vorrei dire metafisica tra il delitto, che riguarda sempre una provincia delimitata della nostra persona (i soldi, il lavoro, ecc.), e la pena carceraria, che ci identifica senza residui con il crimine e ci sequestra per intero, come io sto facendo con voi, piccoli ostaggi. Compito per casa: un libro di quattro studiosi, “Sulla pena. Al di là del carcere” (Liberilibri), introdotto da Giovanni Fiandaca. Sapete? Già da piccolo lo spettacolo degli umani in gabbia mi pareva così raccapricciante che avrei voluto far di tutto perché andasse in scena il meno possibile. Così sono diventato (scusate la parolaccia) garantista. (1 - continua)

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