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L'ossessione per l'apocalisse

L'ultimo decennio ha visto l’affermazione di un’epica dei supereroi con poteri estremi che fronteggiano situazioni estreme. Non esiste più il centro come spazio culturale, prima che politico

13 Novembre 2019 alle 06:04

L'ossessione per l'apocalisse

Screenshot dal trailer di The Avengers

Ricordate il Batman un po’ inquartato della serie televisiva degli anni Sessanta? Sembrava un grosso bebè, insaccato nella sua tutina grigia con un mutandone a cui altro che Bat-cintura, mancava solo la Bat-spilla da balia. Era rassicurante e così ligio alla legge che già nel primo episodio si faceva processare per arresto illegale – aveva fermato l’Enigmista senza rispettarne le garanzie – e obbediva docilmente al divieto di guidare la Bat-mobile in stato di ebbrezza. Era il tipico eroe che il critico culturale newyorkese Peter Biskind, nel nuovo libro “The Sky is Falling! The Unexpected Politics of Hollywood’s Superheroes and Zombies” (Penguin) avrebbe catalogato come centrista. Un Batman che in Italia voterebbe Rotondi. Ma il fenomeno più vistoso di questo decennio, nota Biskind, è l’affermazione mondiale di un’epica dove “supereroi con poteri estremi impiegano misure estreme per fronteggiare situazioni estreme”. Qui la giustizia torna a essere vendetta, i vigilantes ripuliscono le città, le istituzioni crollano, non c’è verità di cui fidarsi. L’apocalisse è ossessivamente evocata, e per un futuro sempre più prossimo. Ma il cielo che cade è prima di tutto il cielo del centro – quel “centro vitale” teorizzato da Schlesinger nel 1949 come bastione contro i supervillain rossi e neri. Dal saggio di Biskind – che fatte le proporzioni sta all’America di Trump come “Da Caligari a Hitler” di Kracauer agli anni di Weimar – gli storici capiranno che, prima ancora che come spazio politico, il centro era vacante come spazio culturale.

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