Il partito degli anti Davigo

Claudio Cerasa

Contro la criminalizzazione degli avvocati. Contro i processi eterni. Contro la giustizia usata come un’arma di vendetta sociale. L’ex numero uno dell’Anm, Albamonte, ci spiega perché i pm hanno il dovere di combattere la riforma della prescrizione. Chiacchierata

E se i principali nemici del metodo Davigo diventassero improvvisamente i suoi colleghi magistrati? Il movimentato dibattito intorno al tema della riforma della prescrizione, la legge oscena con cui un anno fa il governo gialloverde scelse di trasformare i processi in infinite gogne, ha portato alla luce del sole un tema interessante che riguarda la progressiva emersione all’interno della magistratura di un fronte trasversale desideroso sia di difendere lo stato di diritto dalle aggressioni dei professionisti del populismo penale sia di mettere in minoranza anche a livello mediatico il giustizialismo modello Davigo. Negli ultimi giorni, come raccontato ieri da Ermes Antonucci sul Foglio, i magistrati che hanno trovato il coraggio di ribellarsi contro l’oscena riforma della prescrizione sono stati molti e segnali incoraggianti su questo fronte sono arrivati da ogni parte dell’Italia. Il Primo presidente della Corte di cassazione, Giovanni Mammone, ha lanciato un allarme relativo al rischio, con la fine della prescrizione, di un aumento del carico di lavoro per la Suprema corte di “circa 20-25 mila processi”. A Milano, il procuratore generale della Corte d’appello, Roberto Alfonso, ha detto che “la sospensione del corso della prescrizione non servirà sicuramente ad accelerare i tempi del processo, semmai li ritarderà ‘senza limiti’”.

 

 

A Trieste il procuratore generale Dario Grohmann ha detto di “non essere assolutamente favorevole a una sospensione sine die della prescrizione”. A Torino, il procuratore generale, Francesco Enrico Saluzzo, ha detto che “la prescrizione è una garanzia per i cittadini e assicura che non si possa essere imputati a vita e neppure vittime a vita”. A Firenze, il presidente della Corte d’appello, Margherita Cassano, ha affermato che “l’inevitabile dilatazione dei tempi del processo conseguenti alla sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado mal si concilia con un giusto processo incentrato sul metodo dialettico nella formazione della prova”. 

 


Eugenio Albamonte (foto LaPresse)


 

A Napoli, il procuratore generale, Luigi Riello, ha detto che la riforma, “da sola e calata nella comatosa situazione italiana” si tradurrebbe “in quell’ergastolo processuale o in quell’‘inizio pena mai’ di cui tanti giustamente parlano”. A Roma, il presidente della Corte d’appello ha detto che “sospendere la prescrizione non serve a nulla”. E così via. Ad aver mostrato finora una certa vicinanza e una certa sintonia con la strategia Bonafede-Davigo è stata invece l’Anm che per bocca del suo presidente, Luca Poniz, ha espresso in diverse occasioni messaggi di sostegno alla linea del ministro della Giustizia e del suo ventriloquo speciale. Ma anche su questo fronte qualcosa potrebbe muoversi e a giudicare dalle parole raccolte ieri dal Foglio persino all’interno del sindacato dei magistrati c’è chi dice no. Eugenio Albamonte è un magistrato che lavora alla procura di Roma, è uno dei leader della corrente Area, è stato il presidente dell’Anm dopo Piercamillo Davigo e in questa chiacchierata con il Foglio spiega perché una magistratura con la testa sulle spalle non può permettersi di trasformare il processo in un’arma di vendetta sociale.

  

 

“Non ho difficoltà a dire di essere contrario alla riforma della prescrizione in assenza di altri correttivi e chiunque abbia un po’ di familiarità con l’esercizio della giustizia non può non riconoscere che una riforma del genere rischia di portare più danni che benefici al nostro sistema giudiziario”. Albamonte sostiene che eliminare la prescrizione senza preoccuparsi in nessun modo di intervenire sui tempi del processo penale pone un problema che ha dimensioni diverse. “In questi anni la politica non ha fatto nulla per accelerare i tempi dei processi e bisogna riconoscere che con un sistema ingolfato la presenza della prescrizione ha enormemente ritardato la comprensione del fatto che il sistema processuale strutturato su tre gradi di giudizio e sul pieno contraddittorio per tutti i processi non poteva funzionare con la gran massa di reati che ogni giorno investe gli uffici giudiziari. Il legislatore, scegliendo purtroppo di non intervenire sui tempi del processo con riforme strutturali, ha utilizzato – consapevolmente o meno – la prescrizione come un inappropriato strumento deflattivo, stabilendo che venissero fissati criteri di priorità per trattare alcuni reati e consegnando di fatto il resto alla prescrizione. Abolire la prescrizione senza aver trovato un modo per smaltire con più rapidità i processi – e senza avere neppure il coraggio per esempio di rafforzare i riti alternativi, che sono stati invece indeboliti e depotenziati dal precedente governo – significa semplicemente soffocare la giustizia italiana e rischia di compromettere definitivamente un principio costituzionale fondamentale, trasformandolo sempre di più in feticcio: l’obbligatorietà dell’azione penale. Ditemi voi: come si fa a difendere l’obbligatorietà dell’azione penale quando i tempi della giustizia oltre che diventare eterni diventano ingestibili?”.

 

 

Albamonte non arriva a dire che la legge Bonafede andrà a incidere direttamente sulla garanzia costituzionale della ragionevole durata del processo ma riconosce che l’abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado è destinata a rendere i processi meno funzionali di prima e considera un errore grave da parte della politica non aver avuto in questi due anni la forza di aiutare gli operatori della giustizia rafforzando le norme che regolano i riti alternativi e la depenalizzazione. “La politica – dice Albamonte – anziché confrontarsi per slogan avrebbe il dovere di confrontarsi con riforme concrete e proprio per questo in assenza di una proposta forte e risolutiva da parte della politica chi ha a cuore il rispetto dello stato di diritto e il tema del buon funzionamento della giustizia dovrebbe mettere da parte i propri estremismi e provare a fare squadra”.

 

L’ex presidente dell’Anm, tanto per capirci, è convinto che mai come oggi magistrati e avvocati possano fare squadra insieme per provare a definire in modo solidale e unitario il giusto perimetro entro il quale far viaggiare una sana e robusta riforma della giustizia. “Anche qui non ho difficoltà a dire che, come molti, non mi sono riconosciuto nelle parole usate dal collega Piercamillo Davigo che in un’intervista rilasciata al Fatto quotidiano qualche giorno fa ha accusato in sostanza i legali di avere interesse a tirare in lungo i processi e ha proposto di farli pagare in solido con i loro clienti in caso di ricorsi respinti in appello e Cassazione. Davigo, in quell’intervista, ha proposto una serie di ricette che sono in linea con il suo pensiero ma che io non condivido e che non hanno cittadinanza nella mia cultura giuridica. Penso al rispetto per il ruolo degli avvocati, ai quali non può essere data tutta la colpa delle disfunzionalità del processo, ma penso anche all’idea di azzerare gli appelli. Criminalizzare gli avvocati significa cercare di trovare alibi per il cattivo funzionamento della giustizia ma se si vuole affrontare davvero le problematiche relative alla giustizia italiana occorre non fuggire dalla realtà. E la realtà ci dice che i tempi lunghi dei processi derivano da fattori non solo tecnici ma anche culturali. Derivano dalla tentazione di trasformare il processo in uno strumento di vendetta sociale. Derivano dalla tentazione della politica di conquistare consenso giocando con il populismo penale – se alzi le pene risolvi un problema legato all’emotività degli elettori ma non garantisci in automatico maggior giustizia per i cittadini. Derivano dalla tentazione di un pezzo del nostro paese di rispondere alla lentezza dei processi non accelerando i tempi della giustizia ma accelerando i tempi del processo mediatico”.

 

Arrivati a questo punto del ragionamento, Albamonte fa una pausa e accetta di intervenire anche su un altro tema delicato legato al futuro della riforma Orlando e alle nuove normative relative all’utilizzo delle intercettazioni. “Penso che la maggioranza di governo commetterebbe un errore se dovesse cambiare l’impianto di quella riforma e credo che ogni tentativo di governare le storture del processo mediatico vadano combattute. Compito di una buona giustizia deve essere quello di concentrarsi sulle prove, sui fatti penalmente rilevanti, e deve essere quello di tenere i fatti privi di rilevanza penale fuori dal processo. Una buona riforma deve dare ai magistrati i giusti poteri per poter utilizzare le intercettazioni in modo efficace ma una buona riforma che interviene su questo tema deve anche occuparsi di segnare una linea di confine invalicabile: evitare che il processo penale diventi l’occasione per lo sputtanamento. Questo non c’entra nulla con il diritto di cronaca e il bavaglio all’informazione. Fermo restando che un magistrato con la testa sulle spalle – e in questo negli ultimi anni la procura di Roma è stata un buon esempio – ha sempre nelle sue mani gli strumenti giusti per evitare di alimentare le storture del processo mediatico”.

 

E a proposito della procura di Roma – dove da mesi il Csm, dopo il caso Palamara, non riesce a trovare un equilibrio per scegliere il successore di Giuseppe Pignatone e continua a essere ostaggio della lotta tra piccole correnti – chiediamo ad Albamonte se ci siano speranze di trovare l’unanimità dopo lo spettacolo poco edificante andato in scena negli ultimi mesi, con il Csm che è riuscito in alcune occasioni a registrare votazioni persino ostili alle indicazioni del presidente della Repubblica. “E’ quello che mi auguro. Mi auguro che le diversità di opinioni non siano mai più dettate da interessi ed egoismi personali o da alcune lobby interne. Così come mi auguro che la magistratura associata torni a essere in grado di dimostrare che le correnti possono essere un punto di forza e non di debolezza del nostro sistema giudiziario. In questo, Roma può essere un buon test. Incrociamo le dita”.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.