Fabio Roia (foto LaPresse)

La prescrizione non si abolisce. Il magistrato Roia contro i processi eterni

Annalisa Chirico

“Il problema a monte della cosiddetta riforma Bonafede riguarda l’irragionevole durata dei processi che non si sveltiscono abolendo la prescrizione”, dice il presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano

Roma. “L’idea che si possa essere processati a vita è inammissibile. Lo dicono il diritto e il buon senso”, dice al Foglio Fabio Roia, già consigliere del Csm e attuale presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, ragionando sulla cosiddetta “riforma Bonafede”: “Il problema a monte riguarda l’irragionevole durata dei processi che non si sveltiscono abolendo la prescrizione. Da noi abbiamo provato ad aumentare il numero delle udienze ma poi ci siamo accorti che mancavano aule e cancellieri. I termini per la prescrizione si possono pure congelare dopo il primo grado di giudizio ma soltanto per un lasso di tempo limitato, oltre il quale dovranno necessariamente tornare a decorrere”. Secondo Roia, la questione che nessuno affronta riguarda il panpenalismo. “Una collega mi raccontava che la suocera ha steso i panni e, qualche tempo dopo, si è vista recapitare un decreto di condanna per getto pericoloso di cose. A lei sembra opportuno che per un po’ di acqua caduta al piano di sotto si metta in moto la macchina della giustizia?”.

 

Il termine “depenalizzazione” è uscito dal lessico corrente. “Ormai si parla soltanto di come estendere i confini del penale. Già nel 1953, Pietro Calamandrei rifletteva sulla ‘crisi della giustizia’, da allora poco è cambiato. Il sistema è in crisi perché, in assenza di sanzioni amministrative efficaci, tutto viene demandato al penale, che dovrebbe rappresentare una extrema ratio. La giustizia, al pari della sanità, è un servizio pagato dai contribuenti. Lei correrebbe al pronto soccorso per un’unghia infiammata? L’accesso alla giustizia deve essere riservato solo a casi eccezionali e fondati. I meccanismi di conciliazione e mediazione sono alternative valide, talvolta meno dispendiose e più tempestive. Le faccio un esempio: per le contravvenzioni al Codice della strada, riconoscendo a chi paga la multa entro tre giorni una riduzione del trenta per cento, abbiamo registrato un sensibile abbattimento delle opposizioni al giudice di pace”.

 

Per ovviare al pasticcio Bonafede, si è ipotizzato un “lodo Conte” che limiti la sospensione della prescrizione ai condannati in primo grado. “Ma ciò comporterebbe una disparità di trattamento tra presunti innocenti. Non va bene”. In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, a Milano si è consumato un duro scontro tra le Camere penali e il consigliere del Csm Piercamillo Davigo. “È stato un intervento scomposto. Tutti hanno diritto di parola, anche chi, come Davigo, si esprime spesso in modo semplicistico, è invitato nei talk-show ed è abituato ai tempi della comunicazione televisiva che impone ragionamenti paradossali o iperbolici”. Parlando di un magistrato, fa un po’ impressione. “Davigo è un singolo consigliere, non rappresenta la magistratura intera”. L’ex pm di Mani pulite propone che gli avvocati paghino in solido con gli assistiti in caso di ricorsi respinti in appello o in Cassazione. “Non va bene”. Sempre secondo Davigo, gli avvocati d’ufficio compiono più atti possibile per aumentare la parcella. “Chi lo fa rappresenta un caso patologico, ma generalizzare è sempre sbagliato. Da tempo propongo la costituzione di un ufficio pubblico di difesa con avvocati che siano dipendenti pubblici. Ciò detto, l’avvocatura soffre un generale abbattimento del livello qualitativo della professione”.

 

La sua corrente, Unicost, ha subìto una mini-scissione ad opera di quanti vorrebbero rifondare il gruppo moderato. “Le correnti hanno un senso se lavorano sulle idee, non su ambizioni personali”. Anche dopo lo scandalo nomine, continuano a contare. “Per gli incarichi direttivi apicali bisognerebbe rendere obbligatorie le audizioni perché le carte trasmesse a Roma sono sempre positive senza dire alcunché sulle attitudini effettive di un candidato. Un esimio giurista può essere incapace di dirigere un ufficio. Io, per esempio, so di non essere tagliato per la Cassazione”. La sua ammissione è segno di umiltà. “Non tutti siamo portati a fare tutto. E’ una caratteristica naturale della diversità umana”.

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