La prescrizione versione Bonafede piace solo all'Anm

Ermes Antonucci

Anche i massimi vertici degli uffici giudiziari sparsi per l'Italia demoliscono la riforma che, dicono, introduce l’“inizio pena mai”

Anche i magistrati bocciano la riforma della prescrizione, entrata in vigore il 1 gennaio. Nonostante il sostegno espresso dall’Associazione nazionale magistrati alla norma voluta dal Guardasigilli Alfonso Bonafede, che blocca il decorso della prescrizione dopo una sentenza di primo grado, una valanga di critiche è giunta dai massimi vertici degli uffici giudiziari sparsi per il paese, durante le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario tenutesi lo scorso fine settimana. Il Primo presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Mammone, ha prospettato un aumento del carico di lavoro per la Suprema Corte di “circa 20-25mila processi”, che “difficilmente potrebbe essere tempestivamente trattato nonostante l’efficienza delle sezioni penali della Corte di Cassazione”. In altre parole, una paralisi della giustizia.

 

A Milano, dove i penalisti hanno abbandonato l’aula prima dell’intervento di Piercamillo Davigo, il procuratore generale della Corte d’appello, Roberto Alfonso, è stato ancora più duro: “La sospensione del corso della prescrizione non servirà sicuramente ad accelerare i tempi del processo, semmai li ritarderà ‘senza limiti’”, ha detto Alfonso alla presenza del ministro Bonafede, aggiungendo che la norma entrata in vigore “presenta rischi di incostituzionalità”, in particolare “viola l’articolo 111 della Costituzione” sulla ragionevole durata del processo. Alfonso ha anche sottolineato che per l'imputato “già solo affrontare il processo penale costituisce una ‘pena’”, anche per il “disdoro che purtroppo nella nostra società massmediatica esso provoca”, e di conseguenza “l’inefficienza dell'amministrazione non può ricadere sul cittadino, benché imputato”.

 

A Trieste il procuratore generale Dario Grohmann ha ribadito di “non essere assolutamente favorevole a una sospensione sine die della prescrizione”, aggiungendo che la riforma “va a colpire i principi generali dell'ordinamento portando comunque un vantaggio minimo”.

Anche il procuratore generale di Torino, Francesco Enrico Saluzzo, si è detto “assolutamente contrario alla prescrizione sterilizzata per sempre": “La prescrizione è una garanzia per i cittadini e assicura che non si possa essere imputati a vita e neppure vittime, persone offese, parti civili a vita”.

 

Il presidente della Corte d’appello di Firenze, Margherita Cassano, nel suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha affermato che “la inevitabile dilatazione dei tempi del processo conseguenti alla sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado mal si concilia con un giusto processo incentrato sul metodo dialettico nella formazione della prova”, ricordando che “la percentuale più alta di prescrizioni matura nella fase delle indagini preliminari”. “Non possono, infine, essere sottaciute le drammatiche conseguenze sociali provocate dalla pendenza per lunghissimi anni di un processo penale che rende l'uomo unicamente un imputato in palese contrasto con la presunzione costituzionale di non colpevolezza”, ha detto ancora Cassano.

 

Alla cerimonia di inaugurazione a Napoli, dove gli avvocati sono entrati in aula con le manette ai polsi, il procuratore generale di Napoli, Luigi Riello, ha affermato che la riforma, “anche se risponde a un principio astrattamente condivisibile”, considerata “da sola e calata nella comatosa situazione italiana” si tradurrebbe “in quell'ergastolo processuale o in quell’‘inizio pena mai’ di cui tanti giustamente parlano”.

 

Per il presidente della Corte d’appello di Roma, Luciano Panzani, “sospendere la prescrizione non serve a nulla”, ma “significa soltanto accumulare i processi senza che ci siano le risorse per farli” e “ledere in modo irreparabile diritti fondamentali ad un processo equo e tempestivo”. Da qui la proposta di amnistia: “La battaglia per risolvere il problema della prescrizione può essere vinta”, ha detto Panzani, potenziando “adeguatamente le corti” e ponendo rimedio “all’arretrato che si è accumulato, per i reati minori”, con “un’amnistia mirata”.

 

Ma a offrire la sintesi definitiva delle conseguenze nefaste prodotte dalla riforma della prescrizione è stato probabilmente il procuratore generale facente funzioni di Roma, Federico De Siervo: “Allo stato degli atti e delle condizioni in cui si trova la Corte d'appello di Roma non è irragionevole ritenere che i processi che ora si definiscono con la formula di non doversi procedere per prescrizione si risolvano un domani con la formula di non doversi procedere per morte del reo”. A concludere i processi, cioè, sarà soltanto la morte degli imputati.

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