Truce sicurezza

Maurizio Stefanini

I gravi difetti e i profili di incostituzionalità del decreto. Parla il segretario delle Camere penali

Roma. “Pesanti profili di incostituzionalità a parte, se ne poteva sicuramente fare meno”. Non c’è niente da salvare in questo decreto Sicurezza, secondo il segretario delle Camere penali italiane Eriberto Rosso. “Si prevede una sorta di competenza esclusiva del ministro dell’Interno in materia di attracco nei porti. Il ministro ha solo l’onere di avvertire il presidente del Consiglio di concerto con Infrastrutture e Difesa, ma sostanzialmente l’iniziativa è sua. Ciò la dice lunga sul diverso posizionarsi anche delle prerogative in via amministrativa. Si introducono poi queste fattispecie, sia pure contravvenzionali, che stabiliscono sostanzialmente il principio di un divieto di soccorso in mare: punito con sanzioni economiche e nel caso di recidiva anche con la confisca del mezzo navale con il quale quella operazione è stata gestita”.

 

Secondo Rosso, il focus sul dibattito sull’immigrazione rischia di far trascurare altri aspetti egualmente gravi. “Si prevedono addirittura nuove fattispecie di reato fuori dal Codice penale, aggravando il quadro delle incriminazioni della vecchia legge Reale per determinare l’aggravamento e la punibilità di fatti che accadano in occasione di pubbliche manifestazioni o di manifestazioni sportive. Anche ciò dà il segno del non voler affrontare i temi sul piano della politica, ma solo su quello della repressione penale. Si intravedono addirittura meccanismi di impossibilità di bilanciamento tra attenuanti e aggravanti da parte del giudice! Un atteggiamento di sfiducia nei confronti della giurisdizione, che rivela chiaramente un disegno autoritario”. Insomma, “si apriranno scenari di complicazione di tutta la materia. Non di semplificazione come invece nella vulgata viene rappresentato”.

  

E’ un decreto cucito apposta attorno a Salvini per permettergli di risolvere i problemi che aveva iniziato a suscitare il suo modo di agire? “Certamente c’è anche questo aspetto. L’accentramento di prerogative ‘risolve’, tra virgolette, quelle conflittualità che si erano manifestate. C’è un ulteriore profilo di incostituzionalità dello strumento decreto, perché la decretazione è una modalità con la quale si opera nel caso di un tema per il quale siano previsti interventi di necessità e urgenza. Qui le materie sono assolutamente eterogenee. E quindi in realtà è un modo per privare il Parlamento della possibilità di una discussione reale”.

  

Questo modo di intervenire sembra però popolare… “Siamo perfettamente consapevoli del fatto che il nostro paese sta attraversando un momento molto complicato e molto strano sul piano della sensibilità democratica Per questo non vogliamo limitarci alla testimonianza. Abbiamo assunto una iniziativa credo importante e significativa anche sul piano culturale oltre che sul piano giudiziario, per dare corpo al Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo. Vogliamo riaffermare quella cultura dei diritti che oggi sicuramente non è patrimonio della maggioranza della nostra società, salvo poi l’indignazione per la mancanza di tutele quando la vicenda giudiziaria riguarda il cittadino direttamente. E’ inquietante che in quest’ultimo periodo vi siano dissennate critiche non a una singola sentenza, il che è assolutamente legittimo, ma al giudice che magari ha riconosciuto delle attenuanti. O che sia attaccato l’avvocato difensore in un certo processo che ha avuto un impatto mediatico, anche per la gravità obiettiva del fatto penale oggetto dell’accertamento”.

  

Questo però viene da lontano. Non inizia con la buriana di Tangentopoli? “Certamente. Populismo e giustizialismo sono cattivi compagni di strada che portano poi su discese che non si sa mai dove finiscono”.

  

C’è però in Italia una certa sinistra che adesso meritoriamente si oppone, ma che in qualche modo ha cavalcato questa escalation che le si ritorce contro. “Non c’è dubbio. Poi al peggio non c’è mai fine, ma è necessario che la politica ripensi a tutto questo. Altrimenti rischiamo di ritrovarci in un tessuto culturale molto, ma molto più involuto”.

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