Un anno di forca

Ermes Antonucci

Retorica giustizialista, manette e populismo penale: così le riforme gialloverdi hanno cambiato i connotati del sistema giudiziario

A un anno esatto dall’insediamento del nuovo governo gialloverde (1° giugno 2018), la giustizia italiana si ritrova stravolta. Le riforme volute dall’esecutivo e approvate in Parlamento da Movimento 5 stelle e Lega (carceri, anticorruzione, prescrizione, stop alla nuova disciplina delle intercettazioni, legittima difesa, decreto sicurezza, referendum propositivo in materia penale, voto di scambio) hanno cambiato i connotati del sistema giudiziario, nel segno delle manette e del populismo penale, e il peggio probabilmente deve ancora venire (la riforma del processo penale e civile). Il tutto accompagnato da una tambureggiante retorica giustizialista, diretta ad alimentare gli impulsi più manettari della opinione pubblica.

  

Sì è iniziati a luglio con lo stop alla riforma delle intercettazioni che era stata approvata nel corso della precedente legislatura su proposta dell’allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando. La nuova disciplina non limitava in alcun modo l’utilizzo delle intercettazioni da parte della polizia giudiziaria, ma (seppur in maniera imperfetta) andava a porre un freno alla pubblicazione indiscriminata sui giornali delle intercettazioni che non avevano alcuna rilevanza penale. Insomma, si trattava di un tentativo di arginare il fenomeno dello sputtanamento mediatico-giudiziario, che costantemente mette alla berlina sugli organi di informazione personaggi pubblici e semplici cittadini, con la rivelazione di fatti privati. Questa finalità, però, non è stata condivisa dal nuovo Guardasigilli Alfonso Bonafede, che ha deciso di stoppare l’entrata in vigore del decreto legislativo, inserendolo all’interno del decreto Milleproroghe di luglio (e poi in quello di dicembre), in attesa che sia riscritto interamente.

  

A luglio lo stop alla riforma delle intercettazioni, e poche settimane dopo il colpo di spugna sul nuovo ordinamento penitenziario

Poche settimane dopo, a inizio agosto, un nuovo colpo di spugna, stavolta sulla riforma dell’ordinamento penitenziario che era stata varata durante gli ultimi scampoli del governo Gentiloni. Il nuovo esecutivo decide di rivedere lo schema di decreto legislativo, cancellando due misure centrali del precedente provvedimento: la parte relativa alla facilitazione dell’accesso alle misure alternative alla detenzione e quella sull’eliminazione degli automatismi preclusivi alla concessione di forme attenuate di esecuzione della pena. Un epilogo scontato, ma non meno amaro, se si considerano le affermazioni con cui Bonafede e Salvini avevano criticato l’approvazione della precedente riforma. Il primo aveva parlato di “svuotacarceri”, il secondo addirittura di “salva ladri”, promettendo che, una volta al governo, avrebbero cancellato “questa follia nel nome della certezza della pena”. Detto, fatto, anche se la certezza della pena non c’entra proprio niente.

 

Due settimane più tardi, alla vigilia di Ferragosto, il Paese viene sconvolto dalla tragedia del crollo del ponte Morandi di Genova e il governo svela, per la prima volta in maniera così decisa e unanime, tutto il suo animo forcaiolo. Con i corpi delle vittime sepolti dalle macerie e ancora da recuperare, i ministri e i parlamentari di maggioranza individuano il capro espiatorio (Autostrade per l’Italia, Benetton) e lo mettono alla gogna nella piazza pubblica e social. “Non può esserci un’altra strage senza colpevoli e qui hanno nomi e cognomi ben precisi. Qualcuno deve finire in galera”, dichiara il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Dopo nove mesi, le indagini sono ancora in corso.

  

A fine settembre il Consiglio dei ministri approva il decreto su immigrazione e sicurezza tanto voluto da Salvini. Il testo viene convertito in legge dal Parlamento due mesi dopo. Il decreto, oltre a cancellare il permesso di soggiorno per motivi umanitari, nega la possibilità di iscriversi all’anagrafe utilizzando il permesso di soggiorno per richiesta di asilo. Una norma fortemente criticata da molti sindaci, ma che appare poco chiara e di difficile comprensione, soprattutto se si considera che già prima dell’entrata in vigore del decreto Salvini chi era in possesso di un permesso di soggiorno non aveva diritto all’immediata iscrizione anagrafica, che invece si basava (e si basa) su un procedimento amministrativo ben più complesso (fondato sulle dichiarazioni degli interessati, sugli accertamenti disposti dall’ufficio e sulle comunicazioni dello stato civile). E’ per queste ragioni che diversi tribunali (in primis quelli di Bologna e di Firenze) smentiranno quanto propagandato dal ministro dell’Interno, consentendo l’iscrizione all’anagrafe anche ai richiedenti asilo attraverso un’“interpretazione costituzionalmente orientata” della norma, visto che un divieto “impedirebbe l’esercizio di diritti di rilievo costituzionale, come quello all’istruzione e al lavoro”. Dal decreto sicurezza spicca anche un’altra norma che prevede l’espulsione del richiedente asilo nel caso in cui questi subisca una condanna in primo grado. Una misura in palese contrasto con il principio di presunzione di innocenza stabilito dall’articolo 27 della nostra Costituzione (“l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”). E’ probabile, quindi, che la norma finirà molto presto di fronte alla Consulta per un giudizio di costituzionalità.

  

Il 18 dicembre il Parlamento approva la riforma anticorruzione, ribattezzata “legge spazzacorrotti”, un inno definitivo al giustizialismo

Il 18 dicembre il Parlamento approva in via definitiva la riforma anticorruzione, cavallo di battaglia del M5s. I grillini festeggiano il via libera alla legge, ribattezzata “legge spazzacorrotti”, brindando in piazza e sventolando cartelli con slogan come “Bye bye corrotti”. I contenuti della riforma rappresentano un inno definitivo al populismo giustizialista: ennesimo inasprimento delle pene previste per una serie di reati contro la Pubblica amministrazione, inasprimento delle pene accessorie (con in particolare l’introduzione del divieto, cosiddetto daspo, di contrattare con la Pa in caso di condanne superiori a due anni, revocabile solo dopo dieci anni), introduzione dell’agente sotto copertura, cioè di un agente delle forze dell’ordine che lavora da infiltrato per scovare i casi di corruzione (figura che nessuno sa come dovrebbe operare visto che i casi di corruzione coinvolgono non organizzazioni criminali, bensì singoli individui), introduzione di una causa di non punibilità per chi denuncia un caso di corruzione entro 4 mesi dalla commissione del reato e contribuisce all’individuazione degli altri responsabili (col rischio che i delatori si trasformino in veri e propri agenti provocatori). E poi la vera perla, inserita nella legge attraverso un inaspettato emendamento: la riforma della prescrizione. La norma prevede la sospensione dei termini di prescrizione dopo il primo grado di giudizio, sia la sentenza di condanna o di assoluzione. In altre parole, vista la lentezza della giustizia italiana, l’istituzione del processo a vita, attraverso cui mantenere i cittadini sulla graticola giudiziaria per venti o trent’anni. Su quest’ultima misura la Lega aveva mosso timidamente alcune critiche (il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, aveva parlato di “bomba atomica” sulla giustizia italiana), ma poi si è accontentata di uno spostamento della sua entrata in vigore al 1 gennaio 2020, in attesa che sia varata la riforma del processo penale (di cui, sei mesi dopo, ancora non vi è traccia). A dispetto di ogni presunto distinguo garantista, quindi, la Lega vota a favore della “legge spazzacorrotti” insieme al M5s. E Di Maio, in piazza, ringrazia Salvini: “E’ la rivincita degli onesti. Grazie anche alla Lega, con questa legge nulla sarà più come prima”. Ignorate le critiche espresse all’unanimità da giuristi, magistrati e avvocati durante le audizioni alla Camera, così come l’astensione indetta dall’Unione delle camere penali italiane (Ucpi).

  

Intanto una parte della legge finisce subito di fronte alla Corte costituzionale: quella che inserisce i reati contro la Pa tra quelli ostativi alla concessione dei benefici penitenziari, non prevedendo alcuna regolamentazione della fase transitoria. La norma ha consentito nei primi mesi del nuovo anno di applicare la legge anche ai procedimenti riguardanti reati commessi prima della sua entrata in vigore, e quindi di spedire in carcere persone che avrebbero potuto accedere ai benefici penitenziari (come permessi premio, assegnazione al lavoro esterno e misure alternative alla detenzione). Il caso più celebre riguarda l’ex governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, condannato in via definitiva per corruzione e sbattuto nel carcere milanese di Bollate nonostante abbia più di 70 anni e quindi, prima della riforma, avrebbe potuto espiare la pena ai domiciliari. Ma i casi sono numerosi. Un obbrobrio su cui sarà chiamata a esprimersi la Consulta.

   

Nel frattempo Salvini e Di Maio aizzano gli istinti più forcaioli dell’opinione pubblica, commentando alcune sentenze ritenute troppo morbide e su cui si scatenano le proteste sui social. Lo fa Salvini in seguito alla sentenza di appello sull’omicidio di Marco Vannini che riduce le pene nei confronti degli imputati: “Con tutto il rispetto sono d’accordo con i parenti del povero Marco: è una vergogna”. Lo segue a ruota Di Maio, definendo “incomprensibile” la sentenza del tribunale di Avellino sulla tragedia del bus precipitato da un viadotto autostradale che, pur condannando otto imputati, assolve i vertici di Autostrade: “Il grido di dolore delle vittime lo capisco e mi fa incazzare”. Anche per Salvini la sentenza “assolve qualcuno che ha la responsabilità dei morti”. Il copione della gogna mediatico-giudiziaria si ripeterà in tanti altri casi, come attorno alla sentenza del tribunale di Genova sulla fantomatica “tempesta emotiva” che attenuerebbe l’omicidio (in realtà le argomentazioni dei giudici sono ben più complesse): “Non ho parole. Non c’è delusione o gelosia che possa giustificare un omicidio. Chi ammazza in questo modo deve marcire in galera”, dichiarerà Salvini. Oppure sul caso del presunto stupro alla stazione Circumvesuviana di Napoli: “Presunti stupratori scarcerati, è una vergogna”, dirà Di Maio dopo la scarcerazione dei tre ragazzi indagati e scagionati dai giudici del Riesame, che avevano ritenuto inattendibili le ricostruzioni della donna. Nel mezzo una raffica di “in galera!” (con la variante “in galera e buttare via la chiave”) twittati quasi quotidianamente da Salvini per commentare i fatti di cronaca che vedono coinvolti immigrati.

  

Con la riforma del voto di scambio si rischia una reclusione da 10 a 15 anni, la nuova pena è la stessa prevista per l’associazione mafiosa

E’ in questo clima che nella mente della maggioranza gialloverde sorge l’idea di introdurre il referendum propositivo in materia penale. Lo prevede la proposta di legge costituzionale sul referendum propositivo targata M5s-Lega e approvata il 21 febbraio in prima battuta alla Camera: con 500 mila firme i cittadini potranno presentare una proposta di legge che, se non approvata entro 18 mesi dal Parlamento, sarà oggetto di un referendum per deliberarne l’approvazione. Il referendum sarà valido se il 25 per cento degli aventi diritto avrà votato sì. Il ddl costituzionale non impone limiti al referendum, eccezion fatta per “principi fondamentali della Costituzione” e quelli “del diritto europeo e internazionale”, e offre quindi la possibilità di indire consultazioni anche in materia penale. Uno scenario inquietante.

  

A maggio il Parlamento approva in via definitiva la riforma del voto di scambio. L’ennesimo trionfo del giustizialismo e dell’antipolitica. Il testo inasprisce le pene per i politici accusati di aver siglato accordi elettorali con esponenti mafiosi. Si rischia una reclusione da 10 a 15 anni (contro la previsione precedente che andava da 6 a 12 anni), con risultati paradossali: la nuova pena è infatti la stessa prevista per l’associazione mafiosa (art. 416-bis c.p.). Non solo, se colui che ha accettato la promessa di voti risulta poi effettivamente eletto, la pena viene aumentata della metà. In caso di condanna, inoltre, segue anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il provvedimento, poi, prevede che per configurare il reato di voto di scambio non sia necessario che l’appartenenza ai clan dei soggetti che promettono di procurare voti “sia nota” al politico che accetta la promessa, come era previsto dalla normativa precedente. Come se un candidato impegnato in una campagna elettorale potesse conoscere l’identità e le relative fedine penali di tutte le persone che incontra durante gli incontri pubblici organizzati per cercare i consensi. Infine, la legge estende la condotta penalmente rilevante, aggiungendo alla promessa di procurare voti con le modalità mafiose anche la promessa di voti che provenga da “soggetti appartenenti alle associazioni” mafiose, senza però indicare gli elementi sulla base dei quali un soggetto potrebbe essere definito “appartenente” a un clan. La Lega, ancora una volta, non batte ciglio e vota in favore della riforma insieme al M5s e a Liberi e Uguali.

 

Le improvvise affermazioni garantiste fatte da Salvini nei giorni del caso Siri si rivelano occasionali gargarismi

Le improvvise affermazioni garantiste (“in un Paese civile si è innocenti fino a prova contraria”, “i processi si fanno nei tribunali e non sui giornali”) fatte da Salvini nei giorni dello scandalo che ha coinvolto l’ormai ex sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, Armando Siri, accusato di corruzione, si rivelano quindi dei semplici e occasionali gargarismi se si guarda alle riforme forcaiole votate dalla Lega in Parlamento nell’ultimo anno e alla linea giustizialista tenuta dal ministro dell’Interno sui fatti di cronaca e sulle vicende giudiziarie che hanno coinvolto altri partiti.

 

Ma se questo è il bilancio in materia di giustizia del primo anno di governo gialloverde, sul futuro non si può essere ottimisti. La prossima sfida sarà rappresentata dalla riforma del processo penale e civile, annunciata da Bonafede alla fine dello scorso anno, ma di cui ancora non sono state rese note neanche delle bozze preliminari. Il termine promesso dal Guardasigilli (metà febbraio) per la presentazione del ddl di riforma del rito civile non è stato rispettato. Sulla revisione del codice di procedura penale è circolata soltanto una bozza non ufficiale di 32 punti, ma a dispetto delle promesse ancora non vi è traccia di un testo di riforma organica. La priorità indicata da Bonafede e dalla compagine grillina è l’accorciamento dei tempi della giustizia, ma il timore – molto diffuso tra i penalisti – è che per raggiungere questo obiettivo la riforma andrà a sacrificare alcuni cruciali diritti di difesa oggi riconosciuti agli indagati e agli imputati. La rivoluzione forcaiola, a quel punto, sarebbe compiuta.

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