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Il volo di Eddy. Il romanzo sul Tour de France 2019 / 18

Quintana e l'insegnamento del Galibier: non è mai troppo tardi

Nella diciottesima tappa del Tour de France il colombiano conquista la vittoria davanti a Romain Bardet. Egan Bernal recupera 32" sui rivali

25 Luglio 2019 alle 17:39

Nairo Quintana l'avevano dato per finito sui Pirenei, quando si era staccato sulle erte del Tourmalet. Nairo Quintana si è ripreso oggi quello che aveva lasciato una settimana fa. Il colombiano ha conquistato la diciottesima tappa del Tour de France 2019, la Embrun-Valloire, 206 km. Il capitano della Movistar si era infilato nella fuga di giornata e sul Col du Galibier è riuscito a staccare tutti i rivali. Alle sue spalle si è piazzato Romain Bardet a 1'35" che ha preceduto Alexey Lutsenko e Lennard Kamna e Damiano Caruso. Egan Bernal è riuscito a staccare tutti gli altri uomini di classifica e ha guadagnato 32" alla maglia gialla, Julian Alaphilippe.

 

Quest'anno su Girodiruota il Tour de France sarà solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire la diciottesima puntata (oltre il prologo) del feuilleton della Grande Boucle, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]

 


 

Quelle strade che si raggomitolavano verso cime pietrose gli sembrarono immensi serpenti in fuga da qualcosa. C’era qualcosa di magnifico e pauroso in loro, qualcosa che lo attraeva e lo respingeva allo stesso tempo. Il ragazzino le montagne le aveva sempre e solo sentite raccontare, erano parole che diventavano immagini, ricordi che non erano nient’altro che storie di neve e bufere e camminate e salvataggi con piccozze e corde in mano. Lui non era mai stato e forse mai sarebbe stato come il nonno. Quando chiudeva gli occhi e immaginava, i suoi desideri erano sempre stati panorami marini, spiagge enormi e partite infinite di pallone, surf lanciati sulle onde e tiri a canestro a due passi dal mare. Certo non avrebbe mai immaginato di poter provare gioia a vedere uomini su di una bicicletta arrampicarsi verso cime che credeva impossibile raggiungere sui pedali. Vedeva corridori zompettare verso altitudini vertiginose sparsi in gruppetti più o meno nutriti tra due filari di persone che chissà come, chissà quando e soprattutto chissà perché si era arrampicate sino a lassù. 

 

Provò a girarsi sul letto, ma una fitta di dolore dal bacino salì la spina dorsale e da lì raggiunse tutto il suo corpo. Vide il profilo del vecchio sfumare, trasformarsi in nebbia. Il suo profilo allungarsi, le sue rughe appiattirsi, i suoi zigomi ingrossarsi, le sue labbra trasformarsi e sparire sopra un mento lungo quanto una zappa e sotto una nuvola di ricci biondi e stopposi. Come se l’Antonia si fosse impossessata del nonno. Un altro brivido lo scosse. Ma era un brivido di disgusto. Sbatté le palpebre ripetutamente, provò a stropicciarsi gli occhi, ma quell’immagine non voleva andarsene, quasi si fosse impossessata della sua mente. Decise di chiuderli, di dimenticare, si concentrò su quel nome, Izoard, duro e cattivo come quello che merita un gigante cattivo. E su quell’altro, Galibier, che sembrava adatto invece a un re buono. Uno di fronte all’altro come fossero due mondi magici che si opponevano. Due mondi che in realtà erano uno soltanto: un universo a verticale di spiriti che cercavano di elevarsi, di sparire dagli occhi degli altri. 

 

E mentre il gruppo degli avanguardisti iniziava a sgretolarsi verso la cima dell’Izoard, la stanza si riempì di nuovo di un suono che gli sembrò bellissimo. Una voce così roca e profonda da far vibrare le orecchie del ragazzo. Quella del nonno. 

“Sai cos’è strano Eddy? Che la bici ti permette di goderti la compagnia, di stare a contatto con tutto e tutti mentre il ciclismo non è altro che un tentativo di trovare la solitudine. È per questo che è la montagna il suo ambiente naturale. Perché i monti attraggono soltanto chi sa stare bene con se stesso, chi sa apprezzare le cose semplici, quelle che non hanno bisogno dei lustrini”. 

 

Anime leggere e solitarie avevano preso possesso della salita, si erano ritrovate e riunite a naso all’ingiù verso valle, lungo quella grande mamma che è la discesa, capace di dare conforto e aiuto a chi rischiava di cedere alla disperazione dell'ascesa. 

 

Erano rimasti in pochi avanti a tutti. E pochi erano anche rimasti dietro all’inseguimento, come se la montagna non fosse altro che uno scalpello e il gruppo un pezzo di marmo a cui dare forma. E verso le rocce che dominavano il Col du Galibier la mano della montagna aveva iniziato a scolpire i lineamenti da indio di Nairo Quintana. 

“Ma perché dicono che Quintana non attacca mai?”, chiese Eddy al nonno. 

“Perché in tanti pensano che se uno è forte deve sempre dimostrare di essere il più forte, scattare in continuazione, come se avesse energie infinite. Il problema è che ogni tanto ci facciamo un’idea strana delle persone, le consideriamo migliori di quanto sono in realtà”. 

 

Quintana era rimasto solo, si arrampicava leggero verso la cima e una volta raggiunta si gettava pesante verso l’arrivo. Alle sue spalle, ma lontano, Romain Bardet era intanto rimasto solo. Così come la solitudine l’aveva raggiunta Egan Bernal, ma la sua era una solitudine ottenuta di potenza, di forza spiattellata in faccia a tutti i migliori corridori della classifica generale.  

“E pensare che davano per finiti sia Quintana che Bardet”, sospirò Eddy. 

“I corridori sono come una fenice, gli ci vuole poco per risorgere dalle ceneri. È questo il bello di questo sport, regala sempre una seconda possibilità se si ha la volontà di cercarla davvero”. 

 

E dopo essere stato staccato in salita, Alaphilippe si costruiva la sua seconda possibilità nello scendere verso Valloire. Il francese trasformò la bicicletta in un compasso, utilizzò il manubrio come fosse il bastone di un rabdomante.

 

 

La maglia gialla conquistò la compagnia perduta, poi cercò di abbandonarla subito, un tornante dopo l’altro. Ma l’acqua che aveva iniziato a scendere dal cielo gli suggerì prudenza, gli sussurrò di non rischiare troppo. E mentre Eddy si lamentava per il mancato coraggio, il vecchio gli mise una mano sulla spalla. “Non agitarti, molte salite ci sono ancora e un grande corridore deve avere la pazienza e l’intelligenza per capire che esiste un tempo per l’assalto e uno per l’attesa”.

 

[continua...]

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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