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Il volo di Eddy. Il romanzo sul Tour de France 2019 / 16

Caleb Ewan vince a Nîmes tra il passato che ritorna

Tra Cévennes e Camargue il velocista australiano batte al Tour de France Viviani, Groenewegen e i ricordi che non si riescono a dimenticare

23 Luglio 2019 alle 17:58

Tra Pirenei e Alpi c'è spazio per i velocisti. Nella sedicesima tappa del Tour de France 2019 Caleb Ewan ha regolato Elia Viviani e Dylan Groenewegen nello sprint di Nîmes. Una caduta a 28 chilometri dall'arrivo ha costretto al ritiro Jakub Fuglsang che occupava la nona posizione in classifica generale. Anche Geraint Thoimas è finito a terra, ma (sembra) senza grosse conseguenze fisiche. Julian Alaphilippe è ancora in maglia gialla.

 

Quest'anno su Girodiruota il Tour de France sarà solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire la sedicesima puntata (oltre il prologo) del feuilleton della Grande Boucle, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]

 


 

“Ma non si possono nascondere poco dopo la partenza?”. La domanda di Eddy invase il silenzio della stanzetta. Il vecchio sorrise, pensò che il ragazzino non aveva poi torto. Partenza e arrivo distavano infatti soltanto pochi chilometri e proprio per questo quei 177 da percorrere sotto un sole che batteva come un martello sulla testa dei corridori, sembravano una crudeltà del tutto gratuita.

 

Non era difficile sparire in quel territorio dimenticato da Dio, tanto meraviglioso e affascinante quanto adatto a trasformare chiunque in ombra, in apparizioni senza nome, senza forma alcuna se non quella del peso del proprio passato. D’altra parte per secoli Nîmes è sempre stata una città che faceva da crocevia tra due fughe dal mondo. Quella verso nord, tra le grotte della Cévennes, e quella verso sud, tra le paludi della Camargue. Lì, prima o poi, si ritrovavano per forza le anime erranti, una miriade di diverse solitudini, molte volte necessarie. 

 

A quei tempi non c’era passato o futuro, solo un presente che sembrava non avere fine. C'erano nuovi battesimi che trasformavano nomi e cognomi in appellativi di battaglia, perché quello e nient’altro contava. Un soprannome che altro non era l'inizio di qualcosa di nuovo, il seguire quello che chiamavano ideale. Era fuggito dalla realtà per trovarlo e mai si era chiesto, almeno sino a quel momento, cosa fosse in realtà o se davvero si potesse sacrificare tutto per qualcosa che nemmeno si poteva sfiorare. Aveva addirittura superato la sua naturale paura per il mare, quella che ogni buon uomo di montagna ha dentro come fosse un marchio impresso a fuoco nel cuore.

 

E il mare era nero quella notte e il vento imperversava, urlava, scuoteva, ribaltava distanze e prospettive mentre la barca galleggiava cercando di non essere travolta, appesa alla necessità di centrare le colonne d’Ercole e di non disperdere ciò che doveva per forza di cose essere la linfa per l’inseguimento dell’ideale. Perché così come ogni pianta ha bisogno di radici che assorbano acqua, ogni lotta ha bisogno uomini che acquisiscano finanze. E le loro venivano da lontano, dall’altro capo del mondo. Erano senza forma, polvere di polvere che sarebbe finita chissà dove ad allietare vite e serate altrui per dare a loro la possibilità di continuare ciò che avevano iniziato. Avevano una forma così diversa da ciò che aveva immaginato un tempo, ossia buon cuore e sentimento, che non riusciva più a comprendere cosa stava davvero seguendo: se quello a cui credeva oppure ciò da cui non riusciva più a fuggire.

 

Su quella barca quel giorno si sentì come un gregario intrappolato in un gioco di squadra che iniziava a stargli stretto. E non tanto per volontà di vittoria e nemmeno per ambizione di ribalta, quanto per desiderio di evasione. Strano destino per uno che aveva fatto della latitanza la sua dimensione. Avrebbe voluto essere soltanto un Gougeard, un Rossetto, un Bak, un Wisnowski o un Ourselin, insomma uno spirito libero che scorrazzava nei dintorni di Nîmes, un sognatore che per quanto spacciato e braccato dal gruppo, provava in ogni caso la fuga, la rivolta contro tutto e tutti. Oppure essere un Tony Martin, sempre avanti a tutti, a prendere vento per altri, del tutto indifferente di portarsi dietro un nuvolo di ruote. Uno che sapeva che quello lì era il suo posto, la sua missione: trovare il piacere sacrificarsi completamente per il benessere di qualcun altro.

 

Cercava di trovare nella televisione un richiamo a quegli anni. Fu sollevato di non trovarlo. Il sole su Nîmes aveva diradato la nebbia dei ricordi. Il serpentone di ruote lanciate a tutta verso l'arrivo gli aveva donato un soffio di vento ben più forte di quello che usciva dal ventilatore. E quei duecento metri a tutta di Caleb Ewan, mentre schivava avversari incapaci di raccogliere tutto ciò che aveva dento, gli diedero la certezza che non sempre sembrare spacciati vuol dire esserlo davvero, che la speranza prima o poi può trasformarsi in realtà.

 

[leggi la puntata precedente]

[continua...]

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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