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Dannati Pirenei

I Pirenei sono un altrove, qualcosa che non rientra nelle lingue parlate. Come non esistessero. Eppure ci sono corridori che li amano. Il Tour de France li affronterà questo fino settimana

20 Luglio 2019 alle 06:03

Dannati Pirenei

foto LaPresse

Quello era il suo grande appuntamento, ciò che aveva sognato a lungo. Aveva percorso 130 chilometri quasi senza accorgersene, ma quegli ultimi cinquanta gli si erano conficcati tra capo e collo, nonostante fossero i più facili. Solo una lunga discesa e poi un falsopiano a scendere sino all’arrivo. Aveva sentito un magone strano, un’idiota paura di non farcela. Così quando superò il traguardo prima di tutti gli altri, il suo sguardo si era perso nell’incredulità. Poi una gioia beata gli aveva riempito il viso. Un giornalista gli si avvicinò e lui disse una parola soltanto: “Finalmente”. Perché finalmente? Era pur sempre il suo primo Tour de France. Aveva già vinto tre tappe, si era dimostrato il migliore sulle Alpi, cosa voleva dire quel finalmente? René Vietto lo ripeté: “Finalmente”. Poi, con un sibilo: “Ho vinto sulle Alpi. Vero. Ma le Alpi sono per tutti, i Pirenei soltanto per chi li sceglie. Io li ho scelti. Finalmente”.

  

Era il Tour del 1934 e Vietto aveva dimostrato di essere il migliore scalatore della Grande Boucle. Tre vittorie domando tutto il meglio che le Alpi hanno da offrire. Aveva esplorato avanti a tutti pure le ultime resistenze montane verso Cannes, la città dalla quale veniva (era nato a Le Cannet, una dozzina di chilometri a nord del paese costiero). Ma sui Pirenei era sempre arrivato dietro. Verso Aix les Thermes, giù dal Puymorens dove aveva dato la ruota anteriore al suo capitano, la maglia gialla Antonin Magne. Verso Luchon, giù dall’Ares, quando non vedendo più Magne, caduto, era risalito verso la cima e gli aveva lasciato la bicicletta. O ancora verso Tarbes, sull’Aspine, quando lo videro piangere a bordo strada fermato dalla quarta foratura di giornata. I Pirenei per lui sembravano dannati, diventarono “la mia più grande vittoria, un sogno che si realizzava. Perché quelle montagne hanno la magia”.

  

Si estendono per poco più di quattrocento chilometri, sono pressoché disabitati, non hanno mai rappresentato un luogo d’interesse turistico, almeno sino agli ultimi trent’anni. Al massimo sono stati luoghi di resistenze, di eremitaggi, baluardi solitari per affossare le volontà d’invasione dei nemici. Fratelli di serie b dell’altra grande catena montuosa europea. Perché le Alpi sono maestose e regali, sono smeraldine e imponenti, montagne nobili, lussureggianti. Sono ricche in modo parsimonioso quando resiste in loro la dignità montanara. Sono eccessive e un po’ kitsch se è il mondo cittadino ad averle conquistate e sedotte. Sono il centro dell’immaginario di chi ama la montagna. D’altra parte chi va in montagna è un alpinista, non un pirenista. E così quando si porta il bestiame in montagna si va in alpeggio, ovunque.

  

I Pirenei sono un altrove, qualcosa che non rientra nelle lingue parlate. Come non esistessero. Nel leggere i nomi dei passi e delle cime la differenza è evidente. Serre Chavalier, Col de la Madeleine, Galibier, Izoard, Col du Glandon. Le Alpi sono epica fatta toponomastica. Rimandi a un mondo antico di eroi, santi e cavalieri erranti, un poema divenuto montagna: chanson de geste. Quella dei Pirenei al massimo sembra uscita da un romanzo d’appendice o di genere, giallo. E non certo giallo Tour: Tourmalet, Peyresourde, Aubisque e Hautacam sono nomi degni di un romanzo di Maigret.

  

Sono cime un po’ brulle, un po’ spoglie. Come tante ce ne sono, ma senza la maestosità lunare del Mont Ventoux. Perché neppure il vento arriva sempre lassù, quasi fosse infastidito da tanto vuoto. E quando non arriva e magari il sole batte e inonda tutto di luce, i suoi pendii si trasformano in una serra, l’asfalto diventa colla e per scalarli in bicicletta bisogna appellarsi a qualche santo amico. Charly Gaul, uno degli scalatori più forti della storia del ciclismo, i Pirenei li chiamava “merde de routes”, oppure “les lieux infâmes”. Non gli erano mai piaciuti, non è mai riuscito a vincere in quella parte di Francia. Gaul aveva un caratteraccio, odiava ciò che non riusciva a conquistare. Eppure se queste montagne “non hanno nulla da dire ai tecnici, esse parlano e continuano a parlare al cuore dei poeti”, scrisse Alfonso Gatto.

 

Quest’anno i corridori i Pirenei li hanno assaggiati giovedì verso Bagnères-de-Bigorre, li occuperanno questo fine settimana. Sabato su verso quel “circo di roccia viva in un azzurro che prende alla gola” (a dirla con Gianni Mura) che è il Tourmalet e domenica verso il calvo panettone del Prat d'Albis

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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