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Gaudu de Pinot

Nel primo arrivo in salita pirenaico Alaphilippe regge il ritmo dei migliori, anche perché nessuno lo attacca. Vince il francese che deve rngraziare (e non poco) il compagno di squadra

20 Luglio 2019 alle 18:10

Thibaut Pinot ha vinto la quattordicesima tappa del Tour de France 2019. Il francese ha preceduto sul primo arrivo in salita pirenaico la maglia gialla Julian Alaphilippe. Geraint Thomas si stacca nel finale. Prima del gallese a perdere la ruota dei migliori sono stati Romain Bardet, Nairo Quintana, Daniel Martin.
 
Quest'anno su Girodiruota il Tour de France sarà solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire la quattordicesima puntata (oltre il prologo) del feuilleton della Grande Boucle, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]
 

 


 

[leggi la puntata precedente] Le cime dei Pirenei galleggiavano su di un mare di umidità mattutina, mentre i borbottii del vecchio si palesarono dietro una nuvoletta azzurra di fumo. Aveva un giornale in mano e osservava con insistenza l’altimetria della tappa che scorreva nel televisore. Lo lanciò stizzito sul letto sottolineando il tutto con uno sbuffo di insofferenza. Si riaccese la pipa. Sbuffò ancora.

“Che c’è nonno?”, chiese il ragazzino.
“C’è che questi del Tour mi hanno rotto”.
“Perché?”.
“Perché? E me lo chiedi? Perché fanno tappe di duemila chilometri in pianura dove non succede mai niente e poi fanno delle tappette da cento chilometri quando ci sono le montagne. E poi si lamentano che non ci siano distacchi”.
“Ma quelli della tv dicono che così c’è spettacolo”.
“Spettacolo un corno. Fagli fare 250 chilometri tra i monti come si faceva ai tempi miei e vedi che ritornano a crescere i distacchi. E soprattutto non se ne può più degli arrivi in salita. È una discriminazione bella e buona: e tutto perché sono dei cagasotto che hanno paura delle discese. Una discesa è solo una salita fatta al contrario, mi spieghi perché non ci deve essere? E non rispondermi che lo fanno per lo spettacolo che è una cavolata bella e buona. Se è spettacolare aspettare l’ultimo chilometro per scattare…ma dai…”, inveì più contro il televisore che nei confronti di Eddy, che, del tutto disinteressato alle polemiche del nonno, vedeva Vincenzo Nibali scattare davanti a tutti e provare a riscattare un Tour de France che sinora non gli aveva sorriso.
 

E mentre sul Col du Soulor lo Squalo faceva fuori quasi tutti i compagni di avventura, tenendo a suo fianco soltanto Tim Wellens ed Elie Gesbert, la Movistar aveva deciso che il primo colle di giornata doveva essere una sfacchinata per tutti. Gli spagnoli si erano messi in testa di tirare il collo per bene agli avversari e Romain Bardet si era così ingobbito sulla bici da sembrare Caleb Ewan. Era scomparso dal gruppo, sparito nelle retrovie proprio nel momento nel quale una bella mucca pezzata faceva capolino anch’essa ad applaudire i corridori. “Hai visto nonno? Pure quella vacca voleva fare il Tour”, constatò divertito Eddy.
“Se si mette a correre di certo va più forte di Bardet”, ironizzò il vecchio.
“E pure di Yates. Ben gli sta, così impara ad andare riprendere Trentin”.
“Ma mica era lui, era il gemello”. Eddy alzò le spalle.

Le creste di roccia che dominavano il Tourmalet iniziavano ad apparire in lontananza negli occhi dei corridori, mentre gli avanguardisti venivano ripresi e molti di quelli che dovevano fare la rivoluzione in montagna venivano respinti: Adam Yates, Daniel Martin, Nairo Quintana, uno dietro l’altro lasciavano le ruote dei migliori.
“Ma si chiama davvero Tourmalet?”, chiese Eddy con una faccia per niente convinta, come se dietro quel nome ci fosse una trovata pubblicitaria.
“Certo, dicevano che in cima a quel monte ci fosse uno scrigno con dentro tutti i mali del mondo. Ma io non ci credo mica. Dicevano così solo perché avevano il culo pesante e non gli andava di fare tanta fatica a salire sino in cima e allora si sono inventati sta storia. Pensa che la prima volta che è stato scalato Octave Lapize, un francese che in bici andava forte forte, urlò agli organizzatori che erano degli assassini”.
“Davvero?”.

“Sì, e secondo me anche gli avversari stanno dando dell’assassino a Gaudu”. Il giovanotto francese stava picchiando così forte sui pedali che in testa alla corsa restavano ben pochi. E quando si spostò a 3.500 metri dall’arrivo nonno Ottavio sbuffò ancora. “Peccato, era il più forte. Ora se Pinot non vince sarebbe da andar lì a schiaffeggiarlo”.

 

Pinot forse aveva sentito le minacce di nonno Ottavio e alla sua faccia ci teneva parecchio. Così di mise avanti a controllare, timoroso di scegliere il momento sbagliato per scattare per non far torto al vecchio. Ma era così in forma e si sentiva così bene che a qualche centinaia di metri dall’arrivo si alzò sui pedali e scattò. E quando si girò e vide che un po’ di vuoto era apparso alle sue spalle a sfumare i contorni degli avversari sorrise così tanto che per poco non si slogò la mascella.
 

Il vecchio si accese di nuovo la pipa e sprofondò sulla sedia da regista. Si grattò il mento perplesso. “Hai visto che avevo ragione? Uno scatto in tutta la tappa. Quello buono per far scrivere che ha vinto. Tutti gli altri si sono staccati da soli. Tutti a dire che c’è strada per attaccare, che è il giorno buono per staccare Alaphilippe e intanto Alaphilippe è lì e nessuno lo ha ancora staccato. Per far la rivoluzione contro uno come Alaphiippe bisogna essere più matto di lui. E lui è matto vero”.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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