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Il volo di Eddy. Il romanzo sul Tour de France 2019 / 17

Il tempo di Matteo Trentin al Tour de France

A Gap il corridore trentino scatta sul Col de la Sentinelle e conquista la diciassettesima tappa della Grande Boucle. Domani arrivano le Alpi

24 Luglio 2019 alle 17:38

Matteo Trentin l'aveva detto a inizio Tour, l'aveva ribadito giorno dopo giorno, fuga dopo fuga: mi piacerebbe vincere una tappa. È stato di parola. Matteo Trentin ha vinto la diciassettesima tappa del Tour de France 2019, la Pont-du-Gard-Gap, 207km. Lo ha fatto con uno scatto a 16 chilometri dall'arrivo, con un'azione solitaria sul Col de la Sentinelle grazie alla quale ha staccato tutti i compagni di fuga. Julian Alaphilippe è ancora in maglia gialla.

 

Quest'anno su Girodiruota il Tour de France sarà solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire la diciassettesima puntata (oltre il prologo) del feuilleton della Grande Boucle, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]

 


 

Nubi nere avevano coperto il sole che per tutta la mattina baldanzoso aveva inondato la camera. Fuori il vento aveva iniziato a spazzare la polvere dell’estate mentre il signor Ugo, quello della casa davanti, iniziava a imprecare nel vedere il lavoro di una mattinata spargersi per tutto il lavoro. Nonno Ottavio sogghignò felice mentre spegnendo il ventilatore dava un po’ di pace alle sue orecchie. 

“Nessun uomo sano di mente può potare la siepe di luglio”, borbottò con il busto sporto fuori dalla finestra. “Ben gli sta, perché vedi Eddy c’è un tempo per tutto e questo non è il tempo per tagliare le siepi”.

“E di cosa è tempo?”. Il vecchio ammonì il ragazzotto con lo sguardo, quasi la sua domanda fosse talmente sciocca da non dover neppure essere fatta. “Luglio è il tempo di dar acqua all’orto, di mangiare ciliegie e, soprattutto, del Tour de France”, disse risedendosi sulla sua sedia da regista ormai logora da anni di attese e giornate in giardino. 

 

Nubi nere come quelle che avevano in un attimo incupito il cielo francese sopra le teste dei corridori. Uno scroscio d’acqua a rinfrescare le loro schiene, nulla più che un momento di sollievo che serviva giusto a interrompere quella canicola opprimente che costringeva tutti a svuotare una borraccia dopo l’altra.

 

 

 
“Ma non possono correre di mattina presto come fanno tutti i ciclisti?”. 

“Eh, fosse per loro mi sa che farebbero così”. 

“E allora perché non lo fanno?”. Nonno Ottavio voleva parlagli di sponsor e di pubblicità, di soldi e di necessità televisive, di altre cose che però annoiavano pure lui. Si limitò ad alzare le spalle e dire che è tutto un casino lo sport moderno. “Sai che una volta le corse iniziavano di notte?”. 

“Ma va? E come facevano a vederci?”, chiese Eddy stupito. 

“C’avevano le lanterne. Lanternini a petrolio che puzzavano da morire”. 

“E anche tu quando correvi ce li avevi?”. 

“Mica sono così vecchio”. 

“Ah no? Pensavo di sì”.

 

Nonno Ottavio mandò a quel paese il ragazzino prima di riempire di parole l’attesa che qualcosa accadesse tra i trentatré uomini che pedalavano minuti e minuti davanti a un gruppo che altro non faceva che aspettare il domani. La voce del vecchio portava Eddy in notti senza luna lungo strade in ciottoli e ghiaia rischiarate soltanto da lumini che sobbalzavano incerte a un metro da terra. E il ragazzo vedeva gruppetti di uomini nascosti dietro agli alberi apparire all’improvviso davanti ai corridori per cercare di fermare i rivali del loro beniamino. Tifosi di Lucien Pothier provare a rallentare Maurice Garin, tifosi di Maurice Garin provare a bloccare Fernand Augereau, tifosi di Hippolyte Aucouturier buttare per terra Hippolyte Aucouturier. 

“Ma come?”. 

“Si erano sbagliati, Aucouturier aveva detto loro di lasciar passare solo quello vestito di bianco, solo che il suo maglione bianco se l’era dimenticato a casa e non aveva avvisato i suoi tifosi che con tutto il buio che c’era non l’avevano riconosciuto”. 

 

Le parole del nonno rimasero sospese nel vuoto quando il vuoto comparve alle spalle di Matteo Trentin. Eddy cacciò un urlo di pura gioia. “Non c’è vero Simon Yates stavolta?”. Il vecchio fece di no con un cenno del capo. “Bene allora vince lui”, esclamò il ragazzino mentre il corridore della Mitchelton spariva dalla visuale di chi come lui aveva provato la fuga sin dall’inizio della tappa. 

 

Gli occhi di Trentin guardavano le montagne che riempivano l’orizzonte ma che all’orizzonte sarebbero rimaste. L’indomani quelle cime avrebbero preso il centro del palcoscenico, si sarebbero trasformate in un crocicchio di desideri e paure, sogni e incubi, nel quale ogni pedalatore avrebbe trovato la sua definitiva dimensione. Ma il domani è attesa, mentre il presente è azione e Trentin è da una vita che preferisce agire invece di attendere.  

 

Trentin scese il Col de la Sentinelle, riconquistò la pianura, si specchiò sotto le punte pelate delle Alpi, superò il traguardo a braccia alzate. “Sai che c’è nonno? Che è bello arrivare da solo, senza nessuno attorno. Così sembra che tutte le persone siano lì per te”. 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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