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Il volo di Eddy. Il romanzo sul Tour de France 2019 / 21

La fine del Tour de France è un pugno all'estate. E il saluto è di Ewan e Bernal

Caleb Ewan vince lo sprint di Parigi poco prima dell'incoronazione di Egan Bernal sul podio della Grande Boucle davanti all'Arc de triomphe

28 Luglio 2019 alle 23:14

Caleb Ewan appare sotto il traguardo di Parigi. Appare perché la sua volata, l'ultima di questa Grande Boucle, è un'epifania. A centocinquanta metri dall'arrivo l'australiano infatti sembrava tagliato fuori dai giochi. Troppo avanti Niccolò Bonifazio e Dylan Groenewegen. Eppure la ventesima tappa del Tour de France 2019, la Rambouillet-Parigi, 127 km è riuscita a conquistarla proprio lui Caleb Ewan, con una sparata negli ultimi cinquanta metri. Sul gradino più alto del podio che ha per sfondo l'Arc de triomphe è salito Egan Bernal. Al secondo posto è terminato Geraint Thomas davanti a Steven Kruijswijk. La maglia verde l'ha conquistata Peter Sagan, quella a pois Romain Bardet, quella bianca di miglior giovane lo stesso Bernal.

   

Quest'anno su Girodiruota il Tour de France è stato solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire la ventunesima e ultima puntata (oltre il prologo) del feuilleton della Grande Boucle, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]

 


 

L’odore di caffè che saliva dalla cucina prese possesso della stanzetta. Le finestre erano chiuse, la sveglia segnava l’una, ma le lame di luce che entravano dalle persiane ancora abbassate gli fecero supporre che dovesse essere già giorno. Non aveva mai dormito così tanto. Sicuramente non ce l’aveva mai fatta dopo il volo con lo skate, forse neppure prima. All’una del pomeriggio di solito aveva già finito di mangiare. Era l’ora nella quale aspettava soltanto il ciao di sua mamma e il rombo della macchina scomparire verso la provinciale, i segnali del suo andare al lavoro, quelli della libertà di poter fare, almeno per qualche ora, ciò che voleva. Le sue estati erano fatte di fughe verso la capanna del bosco, attese che qualcuno degli amici apparisse e poi erano chiacchiere, partite a pallone, arrampicate sugli alberi, qualche videogioco e poi, quando il caldo diventava meno intenso, discese verso lo skate park per due o tre evoluzioni. Al massimo erano attese canna da pesca in mano giù al fiume.

 

Così era sempre stato. Ma non quell’estate. Quando arrivavano il ciao della mamma e il rombo della macchina che scompariva verso la provinciale in quelle settimane aveva iniziato a contare i minuti che mancavano all’arrivo del nonno.

 

I minuti passavano, l’odore del caffè era sempre meno invadente e la voce del nonno non si sentiva. Dal piano di sotto riusciva a sentire solo quella di sua madre, i borbottii di suo padre.

 

Si sentiva bene. I dolori dei giorni prima erano scomparsi e la mamma gli aveva detto che non doveva prendere più la pasticchetta perché l’indomani doveva andare all’ospedale e se tutto era a posto sarebbe mancato poco al giorno nel quale avrebbe potuto rialzarsi. “Me lo ha detto il dottore”, gli disse per darsi un tono. E poi il giorno dopo sarebbero venuti tutti i suoi amichetti a trovarlo. Era stato Enver a organizzare tutto. D’altra parte a lui piaceva prendere per mano le cose: lo chiamavano il ds proprio per questo. Il Trap avrebbe portato la Playstation, Silver la canotta di Teodosic che chissà come era riuscito a trovare, Attimo il cappellino della Ceramiche Ariostea e quello della corsa che era andato a fare non si sa dove sulle Alpi, Nic la maglia gialla del Tour de France che diceva di aver vinto, anche se nessuno gli credeva. E poi ci sarebbero stati pure Luca e Filippo. Sarebbe mancato solo Rubio, ma era in colonia col fratello. Sarebbe stata una bella festa. E non vedeva l’ora di vederli tutti.

 

La sveglia illuminò le due e mezza. Accese la tv ma le immagini del Tour ancora non c’erano. E il nonno?

 

Sul tablet scoprì che a Parigi sarebbero arrivati al tramonto. Alle nove e passa. Strana cosa che a Parigi il tramonto sia alle nove e passa pensò. Guarda te 'sti franzosi, sibilò. Forse per questo il nonno tardava ad arrivare.

 

Si riappisolò, si sentiva stanco.

 

Sua madre lo svegliò verso le nove. Aveva i capelli raccolti in uno chignon che ne esaltava la dolcezza del viso. Nei suoi occhi era ritornato un bagliore di contentezza che sembrava essere sparito nelle settimane precedenti. Gli sorrise mentre i corridori in tv correvano a tutta per le strade di Parigi.

“Come stai?”, gli chiese.

“Oggi bene, non ho quasi più male”.

“Il dottore ha detto che domani ti visita alle nove e che se tutto è a posto tra qualche giorno potrai rimetterti in piedi. Per fortuna a parte la frattura non c’è nessun altro problema. Sei stato fortunato”.

“Lo so. Per fortuna sta per finire tutto”.

“Ti sei rovinato l’estate. Mi spiace”.

“Ma no dai mamma. Alla fine ho visto il Tour, mi sono anche divertito”.

“Me lo hanno detto”.

“Ma il nonno?”

“Il nonno?”. Lo sguardo di sua madre si fece scuro. La sua fronte si corrugò in preda allo stupore mentre Julian Alaphilippe prendeva la testa del gruppo a un chilometro dall’arrivo quasi a ringraziare tutti i compagni di squadra per il lavoro fatto nei giorni passati in maglia gialla. “Ma che dici Eddy?”.

“Perché il nonno non è venuto?”.

 

Niccolò Bonifazio prese la testa del gruppo. Mancavano poche centinaia di metri all’arrivo. Sperò ce la potesse fare.

 

Sua madre alzò lo sguardo quasi a cercare le parole nel soffitto o ancora più su. “Eddy tuo nonno è da anni che non viene più qui, da quando ha litigato con tuo papà. È già tanto che si ricordi di farci una chiamata a Natale e Pasqua e se risponde suo figlio mette giù”.

“Ma come? E questi giorni?”.

 

Caleb Ewan sbucò alle spalle di Bonifazio come una furia, come una tempesta, quella di ieri che aveva spazzato via pure il caldo. Lo superò. Primo. Che volata incredibile dell’australiano.

“Questi giorni cosa? Antonia mi aveva detto che eri un po’ strano, che parlavi sempre di biciclette… stai bene?”.

 

Fece cenno di sì con la testa. Gli disse che stava scherzando, ma che aveva sonno.

 

Sua madre le diede un bacio in fronte. Chiuse la televisione mentre Egan Bernal saliva sul podio. La maglia gialla a brillare sotto i riflettori, le luci rosse di Parigi sullo sfondo quasi a incorniciare l’Arc de triomphe.

 

Eddy le sorrise. Una lacrima scese dal suo viso. Gli vennero in mente le parole che il nonno gli disse anni fa dietro la solita nuvola di pipa: “L’estate finisce quando finisce il Tour de France”. Lui gli chiese perché. “Perché sai che la parte più bella dell’estate, quella delle sorprese e dell’attesa è finita. E da lì in avanti i ricordi saranno maggiori delle scoperte”.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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