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Il Bernal dimezzato. Al Tour de France tappa sospesa sull'Iseran

La diciannovesima tappa della Grande Boucle è stata interrotta prima di Val d'Isère a causa di una frana. Tempi presi in cima alla cima e maglia gialla data al colombiano. Prima le lacrime di Pinot

26 Luglio 2019 alle 18:24

Egan Bernal è la nuova maglia gialla della Grande Boucle. Eppure non c'è sorriso nel volto del colombiano, solo stupore. Perché Bernal ha vinto la diciannovesima tappa del Tour de France 2019, la Saint-Jean-de-Maurienne-Tignes, 123km, senza averla vinta, senza aver superato il traguardo di giornata. Il corridore del Team Ineos era scattato sull'Iseran e aveva staccato tutti i rivali, stava affrontando la discesa verso Val d'Isère quando la corsa è stata sospesa a causa di una frana che aveva interrotto la strada dopo una grandinata. Il direttore di corsa ha deciso di fermare il cronometro in cima alla vetta più alta del Tour.

 

Quest'anno su Girodiruota il Tour de France sarà solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire la diciannovesima puntata (oltre il prologo) del feuilleton della Grande Boucle, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]

 


 

Il vecchio si mise la mano destra davanti la bocca. Con l’altra iniziò a grattarsi la nuca. Poi lasciò cadere le braccia sui poggioli della sua sedia da regista, quasi in preda a un sincero sconforto. “Di una cosa si può essere certi. Il momento Pinot arriva sempre”, borbottò dietro a una nuvoletta di pipa più densa del solito. 

“Cosa vuol dire il momento Pinot?”. 

“Il colpo di sfiga, quello che manda a quel paese tutto”. 

 

In televisione un uomo piangeva sotto gli occhialoni. Si toccava la gamba, pedalava a fatica mentre tutti i corridori che si erano staccati in precedenza lo superavano sin con troppa facilità.

“Ma che è successo?”. 

“Non lo so di preciso, è il momento Pinot. Non ci sono spiegazioni”. 

 

 

La voce del nonno diventò meno roca, si ingentilì all’improvviso, divenne femminea e sgraziata come quella dell’Antonia. Eddy rimase interdetto come se avesse sentito il sussurro di un fantasma. Brividi gelidi si impossessarono del suo corpo mentre una fitta di dolore del tutto simile a quella del giorno prima lo scosse da testa a piedi. Il dottore era passato presto la mattina. L’aveva visitato sotto gli occhi vigili della mamma e gli aveva detto che non aveva trovato niente che non andava, che tutto procedeva come doveva procedere. Sotto il naso a patata e i baffi a spazzolone la voce dell’Antonia chiedeva se era tutto a posto, se gli serviva qualcosa, “che ne una pastiglietta”. Le rispose che tutto andava bene, ma che una pastiglietta l’avrebbe presa volentieri.  

 

Che cosa strana però ‘sto momento Pinot. Che cosa strana. Un momento vai, il momento dopo sei finito, chiuso in ammiraglia mentre la corsa va avanti come nulla fosse successo.

 

Il Col de la Madeleine si colorava di mille macchie. Maglie colorate che si arrampicavano verso la cima. Uno sparpaglio di facce che si allungavano con gli occhi verso l’alto a cercare la fine della montagna. Un disperdersi di gambe che attendevano la discesa per trovare un po’ di sollievo ma che si portavano in giro la consapevolezza che altra salita le attendeva, altre decine e decine di minuti piene di imprecazione che sapevano sarebbero uscite loro di bocca.

 

E per una Madeleine che passava, un Iseran appariva all’orizzonte si avvicinava, diventava presenza, fiato corto, respiro accelerato. 

 

Negli occhi di Eddy apparve il ghigno baldanzoso di Julian Alaphilippe trasformarsi in sofferenza, poi in rammarico mentre le ruote che voleva non mollare si erano allontanate. Non c’era abdicazione però in lui, ma una determinazione che cresceva metro dopo metro e una voce “non mollare, non mollare, dai non mollare”. Il suono roco e profondo che aveva sentito in quei giorni. Il vecchio era seduto in punta di seggiola con i pugni stretti e lo sguardo attento. “Non mollare, dai non mollare, che nulla è detto”. Si girò verso il ragazzo. “È sempre brutto quando un sogno finisce”.

  

 

Eddy convenne che doveva essere proprio così. Soprattutto quando quel bel giallo che indossava iniziava a perdere d’intensità.

 

E la maglia del francese si stingeva chilometro dopo chilometro nei colpi di pedale che Egan Bernal. Il colombiano era piegato sulla bicicletta, ma in lui sembrava non esserci fatica, ma una gioia che esplodeva sempre più forte ad ogni pedalata. Anche lui inseguiva il suo sogno. “Va sempre a finire così ragazzo mio. Quando due sogni si scontrano non si sa mai quale desiderare che si avveri. Ma io sono vecchio e i vecchi sono sempre poco inclini ad accettare i cambiamenti”. E mentre lo diceva stringeva i pugni: “Non mollare, non mollare”. 

 

Nubi veloci sfrecciavano sulla cima del passo. Nubi che rincorrevano altre nubi, che mascheravano il sole, nemmeno fosse diventato un ospite sgradito. 

 

Bernal inseguiva un’idea, De Plus e gli altri uomini che gli stavano a ruota il colombiano, Alaphilippe il colore che stava fuggendo dalla sua maglietta. Tutti inseguivano qualcosa mentre la strada aveva smesso di farsi pedalare e concedeva loro il brivido della planata.

 

Poi un battere di piedi sul pavimento. Un “che cazzo succede?” gridato con rabbia stupita. Un muoversi di braccia che rallentava il rincorrersi verso valle. “Ma che succede?”. Immagini di strade bianche, fango scivolato dalla montagna, facce perplesse. Volti che non spiegavano niente ma che raccontavano tutto. 

 

“Il momento Pinot?”, chiese Eddy. 

 

Nonno Ottavio rimase perplesso, incapace di rispondere. “Sì, il momento Pinot”.

 

Poi si celò nel silenzio di chi cercava di capire cosa fosse successo. 

“E ora?”. 

“E ora non si corre più. Si aspetterà domani per ripartire. La tappa è stata interrotta e quello che sarebbe potuto succedere non lo sapremo mai. Ha vinto Bernal senza vincere. Vestirà la maglia gialla, ma senza un palco. Il miglior scalatore tradito dalla montagna”. 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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