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Dieci piccoli indiani al Giro d'Italia 2019

Da Tom Dumoulin a Simon Yates, da Vincenzo Nibali a Primož Roglič, da Miguel Ángel López a Davide Formolo. Chi possono essere i protagonisti della corsa rosa

8 Maggio 2019 alle 18:57

Non ci sarà nessun signor Owen ad attenderli. Nessuna villa ad accoglierli. Nessuna Nigger Island a far da scenario al loro incontro. L'orizzonte è più ampio e molteplice, un album di panorami che riempirà occhi (e schermi), che scorrerà veloce e ininterrotto per tre settimane. Lo scenario ruoterà su un nastro d'asfalto dalla piana padana, supererà gli Appennini, abbraccerà il Gargano e poi si muoverà verso Alpi e Dolomiti, prima di chiudersi, come un sipario, non sul balcone che fu di Giulietta, ma davanti agli archi che chiudono l'ellissi dell'Arena di Verona.

 

Dieci piccoli indiani si muoveranno tra Bologna a Verona, lungo la via più lunga possibile, quella del Giro d'Italia 2019.  A differenza del romanzo di Agatha Christie non si chiameranno Anthony Marston, John Macarthur, Emily Brent, Lawrence Wargrave, William Blore, Edward Armstrong, Philip Lombard e Vera Claythorne, non troveranno ad attenderli i due domestici Thomas ed Ethel Rogers. Ma dieci piccoli indiani restano, ognuno con i propri obbiettivi, ognuno con una parte precisa, anche se per ora ignota, in questo romanzo ciclistico.

 

Tutte le tappe del Giro d'Italia 2019

Il Giro 102 partirà da Bologna sabato 11 maggio, arriverà a Verona domenica 2 giugno. In mezzo ventun tappe e 3566,8 chilometri, una nuova pagina di una storia nata 110 anni fa

 

Il padrone di casa, almeno dell'anno scorso, guarderà (forse) da lontano, la maglia rosa in un cassetto, lo sguardo rivolto Oltralpe, la testa concentrata a un altro viaggio, quello che inizierà da Bruxelles il 6 luglio. Chris Froome non sarà al via di questa edizione, non difenderà il trono conquistano un anno fa riscrivendo una corsa che sembrava ormai persa con un viaggio solitario ad alta quota, iniziato lì dove finiva l'asfalto e iniziava la polvere del Colle delle Finestre, continuato valicando il Sestriere, finito in cima al monte Jafferau.

 


Chris Froome durante la Venaria Reale–Bardonecchia, 19esima tappa del Giro d'Italia 2018 (foto LaPresse)


 

A contendergli la successione ci proveranno in tanti.

 

Primo tra tutti Tom Dumoulin, nel 2018 secondo sia al Giro d'Italia sia al Tour de France (dietro a Geraint Thomas). Proverà a rifare ciò che gli riuscì nel 2017, ossia chiudere in maglia rosa sul gradino più alto del podio finale. L'olandese ha sino a oggi corso bene e vinto niente, ma non si cruccia. Non è uno che si lagna, non è uno che ha bisogno di traguardi intermedi, gli basta quello grosso, il massimo palcoscenico. In un'intervista alla Rai ha detto di stare bene, di aver preparato la corsa in altura, a Tenerife, di schierarsi al via con l'obbiettivo, ovviamente, di vincere. A 28 anni sa che il futuro è dalla sua parte, ma che stanno venendo fuori una generazione di gente tosta e quindi meglio arraffare il possibile ora, che chissà cosa può succedere in futuro.

 

 

Della stessa idea di Dumoulin è Primož Roglič, che rispetto all'olandese ha un anno in più e qualche anno in meno di pedalate in gruppo. Prima di fare il corridore saltava con gli sci e forse lo farebbe ancora se non si fosse infortunato, prima, e stufato di piazzarsi senza più vincere, in seguito. E così si è messo a pedalare e pedalando ha capito che staccare gli altri era una sensazione paragonabile a quella del salto. Una libidine. C'ha preso sin troppo gusto. L'anno scorso l'ha provata al Tour de France, a Laruns, chiudendo quarto il suo primo grande giro da uomo di classifica. Quest'anno ha vinto tutte le gare a cui ha partecipato: UAE Tour, Tirreno-Adriatico, Giro di Romandia. Ma dice che tutto ciò vuol dire poco o nulla, che "i conti si faranno sulle strade", e che "la sfida più grande sarà provare guidare i ragazzi (della Jumbo-Visma)", perché "sarà la mia quarta corsa da tre settimane in carriera, il mio secondo Giro, ma è la mia prima volta come un capitano. E il ciclismo non è soltanto ciò che puoi fare da solo, la sfida più grande è avere una squadra forte intorno e saperla guidare".

 

Tra loro vuole inserirsi Simon Yates, che il Giro lo sembrò dominare per oltre dieci giorni un anno fa, ma che, prima verso Pratonevoso e poi sul Colle delle Finestre, lo vide scappare, prendere una strada che non era più la sua. E così proverà quest'anno a riprendere da dove aveva interrotto dodici mesi fa, con un Vuelta in più in saccoccia e la consapevolezza di sapere quali sono i suoi limiti reali. "Ho grandi ricordi dell'anno scorso, ma soprattutto un bel po' di amaro in bocca, quindi voglio cercare di finire il lavoro", ha detto a Cycling today.

 

Vincenzo Nibali guarda i rivali con la solita serenità e la solita determinazione di sempre. Sa che ogni anno è la stessa storia, un'attesa sociale del suo prepensionamento. È abituato a tutto questo lo Squalo, al fatto di partire tra lo scetticismo generale, ai commenti snob di chi lo considera più fortunato che bravo, di chi lo continua a ridimensionare, come se tutto ciò che ha fatto, tutto ciò che sinora ha vinto in carriera, non fosse sufficiente per considerarlo un campione. Nibali ha l'obbiettivo del terzo Giro d'Italia da mettere in bacheca, ha dalla sua lunghe salite nelle quali poter liberare la sua fantasia ciclistica, lunghe discese dove planare a suo modo, chilometri a cronometro che non gli sono troppo indigesti. Avrà una squadra compatta, di gente fidata e ascensionale. E la fame di vittoria di chi sa che l'impresa non è poi così improbabile.

 


Foto LaPresse


  

Miguel Ángel López al Giro invece proverà a trasformarsi da promessa a realtà. Ha detto che "i 25 anni sono un'età buona per prendersi responsabilità, per conquistare qualcosa di buono, anche una maglia che non sia soltanto bianca". Ha detto che "la salita è una cosa meravigliosa" e come ogni cosa meravigliosa "per conquistarla è sempre una faticaccia". Ha detto che "scattare in salita è un atto di liberazione" e proprio per questo "qualcosa che ti svuota il corpo e ti riempie l'anima". Un po' come il futuro, "ora però bisogna afferrarlo".

 

E chi vorrebbe riafferrare un futuro che sembrava magnifico, salvo poi sbiadirsi un po' è Mikel Landa. Ricorda il basco che "il Giro ha determinato un po’ una svolta all’interno della mia carriera da corridore. Ricordo ancora la mia vittoria nella tappa di Aprica dell’edizione 2015, in una tappa in cui scalammo una salita mitica come il Mortirolo. Quel giorno volavo, sentivo sensazioni incredibili". Ma è un ricordo che vuole avere un futuro. "Ho attraversato mesi duri. Ho avuto una serie di contrattempi che non mi hanno mai permesso di essere al 100 per cento. Ho finito la scorsa stagione cadendo e ho iniziato questa allo stesso modo, è stato un periodo frustrante. Ma ho sempre mantenuto la calma, ricordando che il Giro sarebbe iniziato a maggio e che ci sarebbe stato tutto il tempo per guadagnare la migliore condizione possibile".

 

Al ballo dei sei in quattro si vogliono unire.

 

Bob Jungels quando era giovane aveva le idee chiare: voleva diventare una leggenda. Quando è passato al professionismo, voleva conquistare una corsa a tappe. Intanto si è "dovuto" accontentare di una Liegi-Bastogne-Liegi. Ma quando ha capito di andare fortissimo pure nelle corse di un giorno ecco che le cose si sono complicate: "Sono molto versatile, ma non è sempre un bene. Perché non è facile scegliere cosa fare. Probabilmente la sfida più difficile per me è quella sui grandi giro, perché non ho il fisico giusto per andare forte in salita e quindi tutto può essere più difficile. E mi gasa molto tutto ciò", aveva detto a Rouleur. Ben più semplice era invece stata la decisione per Ilnur Zakarin. Non c'era alternativa alla specializzazione per le corse a tappe per uno che non aveva scatto e spunto, e che solo nella resistenza riusciva a eccellere. "Ho dovuto lavorare molto, capire che le qualità ce le ho, tocca solo tirarle fuori. Ho voglia di correre, di stupirmi. Faticare è quello che mi piace di più, farlo al Giro ha un sapore migliore".

 

E poi ci sono i sogni.

 

Quelli di Ivan Ramiro Sosa, che al Giro d'Italia non ci doveva neppure essere, poi Egan Bernal si è rotto una clavicola e il Team Ineos ha deciso di buttarlo nella mischia. A 21 anni non gli si può chiedere di giocarsi la vittoria, ma non si sa mai. Dice che non si pone limiti, ma nemmeno obbiettivi, che vedrà giorno dopo giorno e poi chissà. Visto come va in salita è quel chissà che preoccupa. Gli altri.

 

Quelli di Davide Formolo, che alla Liegi-Bastogne-Liegi ha sfiorato l'impresa e che al Giro d'Italia vuole riprendere un discorso iniziato nel 2015 giù dalla Biassa, lanciato al successo verso La Spezia. Negli ultimi anni ha collezionato due decimi posti e una sensazione che ci sia in lui un potrei ma non voglio grande quanto il suo talento. La strada dirà se è così. A 26 anni non è comunque la sua ultima possibilità

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    08 Maggio 2019 - 20:08

    Bene e speriamo che ci sia battaglia, non dei soliti pochi secondi, ma di minuti, almeno nelle tappe di montagna. Bisogna ritornate al ciclismo epico e tanto romantico di una volta, con lotta vera tra i big.

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