Il populismo stropicciato dell'Ue

Paola Peduzzi e Micol Flammini

Come se la passano le destre estreme in Europa? C’è chi tenta la via delle proteste in stile americano e chi tratta future alleanze. Per tutte: che mestizia

Molte divisioni, molte liti, accuse tremende (anche storiche, anche impertinenti, anche comiche), confini chiusi, filiere produttive distrutte, risorse da dividersi e non sono mai abbastanza e non sono mai suddivise nel modo equo, e regole di convivenza che saltano, una dopo l’altra, di continuo. A prima vista, la pandemia del coronavirus ha avuto un effetto devastante sul progetto europeo, tanto che molti hanno parlato e parlano del “sogno nazionalista” o del “sogno populista” che accelera grazie al carburante del coronavirus: Donald Trump che sigilla l’America bloccando l’immigrazione è il punto di riferimento, la dimostrazione del teorema. Ma se si vanno a vedere i trumpiani d’Europa o più in generale i partiti di destra populisti che da tempo ambiscono a smontare il progetto europeo e ricostruirlo come una somma di nazionalismi separati e interessi “first” si vede che in realtà il sogno non si è realizzato, e anzi, forse in questa crisi le destre più che rilanciarsi si stanno consumando.

 

Politico Europe ha pubblicato un articolo dal titolo: “L’estrema destra europea sa come si spreca una crisi”, anche se poi ha messo come illustrazione Viktor Orbán che tra tutti è quello che, complice anche un tasso di contagio ridotto, è riuscito a percorrere qualche tappa in più nella sua maratona verso l’autocrazia. Qualche populista-nazionalista di successo c’è, ma per molti altri partiti si è ripetuto quel che sta accadendo nei paesi meno democratici (e purtroppo anche nell’America del trumpismo, che ha dismesso il ruolo guida in questa crisi): il coronavirus è un test di inefficienza. L’inettitudine si vede. Vale anche in Italia, come ha scritto Mattia Feltri nel suo Buongiorno sulla Stampa riferendosi al leader della Lega Matteo Salvini: “Quello schemino lì, di mettersi alla testa di un popolo spaventato e spaventarlo meglio, e stringerlo a sé, additandogli il nemico, gli immigrati, l’Europa, Soros, l’uomo nero, tutto quanto accende suggestione, non funziona più. E non funziona, semplicemente, perché il virus fa più paura di Salvini”. E cosa accade ai fratelli europei del leader della Lega? Siamo andate a vedere, ma prima abbiamo chiesto a un esperto di destre populiste di scattare una fotografia.

  

La debolezza di oggi, ma non di domani

Per il dopo Covid, occhio alla tentazione dei governi per le agende populiste, ci dice Mondon. Avete presente il meme?

Aurelien Mondon è tra i maggiori esperti di estrema destra, tra i primi a raccontare quella tentazione facile e pericolosa della politica di lasciarsi incuriosire dalle agende populiste e nazionaliste. Anche a questo tema è dedicato il suo ultimo libro, Reactionary Democracy, scritto assieme ad Aaron Winter e che spiega come i movimenti di estrema destra siano diventati mainstream. Mondon è francese, ma insegna all’Università di Bath, nel Regno Unito, e da lì vive l’emergenza sanitaria e ha osservato come le estreme destre, pur avendo di fronte agli occhi il mondo dei loro sogni fatto di confini chiusi, di dissapori tra europei e di caos non siano state in grado di sfruttare il momento. “Sono tante le ragioni che possono spiegare questo fenomeno, ma basta elencarne due – ci dice Mondon – per prima cosa i riflettori erano tutti puntati sui governi, c’è stato un ritorno alla politica, all’interesse da parte dei cittadini, e alle opposizioni è rimasto poco spazio. Il secondo motivo riguarda i temi di questo dibattito, molti di quelli cari all’ultradestra sono stati toccati da questa crisi. I confini erano una delle loro idee fisse e sono stati chiusi, parlavano di intervento statale nell’economia, e questo a causa della crisi c’è stato. Perciò a loro non è rimasto altro che gridare contro quello che facevano i governi, senza sapere cosa dire”. Dall’AfD in Germania a Vox in Spagna, ma anche la Lega in Italia oppure gli olandesi dell’FvD, hanno dato il via a una politica contraddittoria, a urla e rimostranze senza un’idea di fondo. E’ la politica della contrarietà che non persegue mai veri valori ma solo l’attenzione degli elettori, secondo Aurelien Modon. Le destre chiedevano i lockdown quando ancora non erano iniziati e chiedevano la riapertura quando ormai gli isolamenti erano stati imposti. Questo ha portato molti partiti a organizzare alcune manifestazioni. La scorsa settimana è successo a Berlino, anche Forza Nuova ha tentato di organizzare manifestazioni e Matteo Salvini ha chiesto ai suoi sostenitori di scendere in piazza. “Questi richiami servono da un lato a reclutare, dall’altro a mostrarsi. Nessuno parla di loro e loro si fanno largo. Non è detto che credano davvero che il lockdown sia sbagliato, ma sanno che quello è il modo di catturare l’attenzione. Faccio un esempio. Jean-Marie Le Pen, quando faceva i suoi commenti revisionisti sull’Olocausto, sapeva che la stampa avrebbe parlato di lui e sapeva perfettamente che sarebbe stato contestato, ma quelle contestazioni gli davano la visibilità che cercava. Così questi politici di estrema destra non fanno le cose che ritengono giuste o sbagliate, fanno quelle che faranno parlare di loro. Ma questa volta non aiuterà”. I sondaggi dicono che calano tutti, l’AfD ha perso 5 punti, la Lega 4 anche se Fratelli d’Italia ha guadagnato 2,8 punti. Vox ha perso quasi 2 punti e FvD 3 (dati di Politico). Rimangono forti invece Fidesz che è al governo in Ungheria e il PiS in Polonia. Quando la crisi sarà passata e l’effetto di raccolta attorno al governo sarà svanito, questi partiti cercheranno di riprendersi il loro spazio, lo fecero dopo la crisi finanziaria e dopo quella dei migranti, viene da supporre che potrebbero farlo ancora, e che potrebbero trovare di nuovo un elettorato pronto a confidare nelle loro soluzioni. Non sarà così secondo Aurelien Mondon: “Superare la pandemia richiederà uno sforzo e una coordinazione globali, l’esatto opposto delle idee ristrette dell’estrema destra. Credo che il rischio sia un altro e sia dentro ai partiti di governo spesso tentati dall’agenda populista”. Sul suo profilo Twitter Mondon spiega i suoi concetti in modo fresco e agile e l’idea della politica mainstream attratta dall’estrema destra la rappresenta con il meme che ben conosciamo del ragazzo, “l’élite”, a passeggio con la sua ragazza, “la democrazia”, che si volta a guardare una seconda ragazza “la democrazia reazionaria” senza lasciare la mano della prima. E’ questo il rischio secondo lui, dopo la crisi sanitaria, dopo i lockdown, forse dopo la scoperta di un vaccino ma quando avremo ancora le nostre economie da curare, “vedremo l’ultra destra che probabilmente rimarrà seduta nelle file posteriori della politica, ma le sue idee potrebbe arrivare in prima fila”. All’Ue spetta un compito importante anche questa volta: “Dovrà sorvegliare, essere più dura, fermare certe tentazioni”.

  

Gli alleati tedeschi dell’AfD

La protesta dell’AfD a Berlino non ha avuto successo, non soltanto perché gli assembramenti fanno paura

Avevamo lasciato l’Alternative für Deutschland che faceva traballare la Turingia e con essa anche tutta la Germania: un patto scellerato tra liberali e AfD ha costretto la Cdu merkeliana a misure estreme, comprese le dimissioni di Annegret Kramp-Karrenbauer, e a grandi tensioni con i partner di governo, gli insofferenti socialdemocratici. L’AfD insomma continuava il suo arrembaggio, conquistando consensi soprattutto nell’ex Ddr e riempiendoci di terrore rossobruno. Questo accadeva a febbraio, quando il Covid-19 era già parecchio in circolo ma non ce ne eravamo accorti. Domenica scorsa, l’AfD ha cercato di imitare le proteste trumpiane in America, quelle con i suv, senza mascherine e contro i lockdown. Il partito ha organizzato una marcia illegale, che non ha avuto molto seguito nella Berlino che riapre ufficialmente ma, se si guardano le foto, continua a restare molto vuota. La paura dell’assembramento ha pesato certamente, ma molto di più pesa l’assenza di una proposta alternativa: si urla contro il lockdown senza fornire alternative così come prima si diceva che le misure adottate dalla cancelliera erano troppo lasche (è lo stesso balletto salviniano). La differenza con la Merkel si vede molto bene (questo purtroppo non vale soltanto per l’AfD, sospiro) e in più si aggiunge una crisi identitaria che va avanti da tempo: spingersi più a destra come vorrebbe “l’ala” che domina per l’appunto in Turingia, o normalizzarsi. Il coronavirus ha dato una risposta sbrigativa ma netta: ci importa poco, perché dell’improvvisazione urlata oggi i cittadini se ne fanno ben poco.

 

L’alleata francese Marine

Quando è arrivato il virus, Marine Le Pen, leader del Rassemblement national che l’anno scorso alle elezioni europee aveva superato di un soffio il partito di governo di Emmanuel Macron, ha tentato la via dell’unità. A modo suo, naturalmente, delineando i contorni del sogno nazionalista e dicendo che il presidente si stava avvicinando, persino lui, a quel perimetro. La Le Pen celebrava il fatto che i confini si stessero chiudendo, che “il modello ultraliberale fosse messo in discussione”, che l’esecutivo avesse smesso di parlare di privatizzazione e invece facesse “un’ode al servizio pubblico”. Il presidente stava capendo “i suoi errori”, insomma, e la Le Pen si congratulava. Per poco, perché ben presto la strategia è cambiata (il balletto, sempre il solito), e la Le Pen ha iniziato a denunciare “la debolezza e le bugie” di Macron, “l’impreparazione” di fronte alla pandemia. Non ha fornito alternative praticabili, ma non ha nemmeno tentato di replicare il trumpismo dei suv: l’operazione della Le Pen è più di lungo periodo. Vorrebbe ritrovarsi, quando l’emergenza sarà finita, come la rappresentante del discontento sociale, da quello dei gilet gialli fino a quello generato dalla crisi economica dovuta alla pandemia. La sua manovra è quella cui più si deve badare, e in sintesi è: evitare di ricreare le condizioni pre-pandemia.

 

Gli alleati spagnoli di Vox

Il partito di estrema destra della Spagna sta facendo opposizione al governo fin dall’inizio. Ma non ha offerto alternative alle misure scelte dal governo di Pedro Sánchez e soprattutto non ha avuto quell’approccio compassionevole e pietoso che molti si aspettavano. Anzi, i toni sono sempre gli stessi, contro le “menzogne” del governo e contro Fernando Simón, il virologo che guida il Centro per il coordinamento degli avvisi sanitari e delle emergenze del ministero della Salute, definito “uno psicopatico”. I numeri segnalano un continuo calo dei consensi di Vox.

  


Il deputato di Vox Jose Maria Sanchez Garcia, con una mascherina, siede nel quasi Parlamento spagnolo semideserto, mentre la maggior parte dei suoi colleghi segue la sessione online (Mariscal via AP)


 

Gli alleati olandesi

Da tempo Geert Wilders, leader del partito di estrema destra Pvv, è stato rimpiazzato. Gli occhi dei suoi ex elettori sono tutti per Thierry Baudet che è alla guida di un altro partito di estrema destra, l’FvD. Wilders non ha seggi all’Europarlamento, ma con Salvini aveva partecipato alla riunione milanese di Identità e democrazia prima delle elezioni europee. Baudet invece a Strasburgo ci è arrivato e sta tra i Conservatori e riformisti assieme a Giorgia Meloni. Non si sa chi tra i due copi l’altro, sicuramente non nel look, ma durante la crisi sanitaria i due leader euroscettici e nazionalisti hanno assunto lo stesso atteggiamento apprensivo, facile da adottare contro un governo incapace di pronunciare la parola lockdown e che parlava di immunità di gregge. Baudet e Wilders hanno accusato Mark Rutte di giocare con la salute dei cittadini. Baudet si è anche fatto portavoce di una campagna per incrementare i tamponi e ha cercato la strada della pace, ha detto che questo è il momento dell’unità, poi ci sarà tempo per voltarsi indietro e valutare.

Gli alleati belgi

Vlaams Belang, l’estrema destra delle Fiandre, è tra i partiti di ultradestra che alle elezioni europee e a quelle nazionali erano riusciti a ottenere un buon risultato, erano arrivati secondi, ma con il tempo si sono persi e la crisi sanitaria li ha lasciati senza voce. Hanno deciso di appoggiare la linea del governo belga e di non creare polemiche, dicono che anche loro rimanderanno le domande e le rimostranze al dopo.

Un pensiero triste alla Polonia

Il voto polacco del 10 maggio ha tre problemi: nessuno sa cosa sia il voto via posta, è soggetto a brogli e non c’è stata campagna elettorale

Il PiS che continua ad andare benissimo nei sondaggi, cresce di quasi quattro punti, vuole che il 10 maggio i polacchi votino per scegliere il nuovo presidente. I polacchi non vorrebbero votare, i sondaggi dicono che l’80 per cento della popolazione è contraria, ma nonostante questo il consenso per il partito di Jaroslaw Kaczynski rimane alto e molto. Il PiS ha cambiato la legge elettorale e per la prima volta in Polonia si potrà votare per posta, molti anche all’interno del partito sono contrari, ma il tempo stringe e si sa che l’opinione pubblica, dopo una crisi che è sì sanitaria ma anche economica, è volubile. Il maggior partito di opposizione, il Po, dice che boicotterà il voto, anche Donald Tusk, ex primo ministro e presidente del Ppe, ha detto che votare in queste condizioni non ha senso. I problemi sono tre: un sistema elettorale via posta non si inventa in due settimane, va testato, perfezionato e in Polonia non stanno facendo nulla di tutto questo; un voto via posta così vago e improvvisato è facilmente soggetto a brogli, e i polacchi hanno chiesto l’intervento dell’Unione europea per sorvegliare; terzo problema è che non c’è stata una campagna elettorale, o meglio, l’unico ad averla fatta è stato l’attuale presidente Andrzej Duda, gli altri candidati hanno dovuto sospendere tutti gli eventi per il coronavirus. Ieri la Commissione europea ha avviato una nuova procedura di infrazione contro Varsavia, la quarta, per la legge contro la magistratura in vigore da febbraio. Non andrà lontano nemmeno questa, ci sarà sempre il veto ungherese a bloccarla. Il PiS ha perso la maggioranza in Senato, vuole essere sicuro che il presidente sia uno dei suoi, anche per questo ha fretta, ha un piano illiberale che necessita delle firme presidenziali per essere attuato e non ha paura dell’Ue e dei suoi interventi, tanto, ha detto Kaczynski, l’Ue può poco e in questo momento guarda altrove.

   


Kaczynski durante una sessione parlamentare a Varsavia, venerdì 3 aprile 2020 (Foto AP / Czarek Sokolowski)


  

Un pensiero speciale alla Grecia che ha annunciato il piano di riapertura nello stesso giorno di Francia e Spagna, ma è stata guardata molto meno. In Grecia sono stati fatti pochi test, quindi non si sanno le dimensioni del contagio, ma ci sono stati 138 morti su una popolazione di quasi 11 milioni di persone, con un’età media elevata. Durante il lockdwon, vissuto con l’idea che fosse meglio salvare vite umane più delle finanze, i greci hanno riscoperto la fiducia nelle istituzioni, che era scomparsa. E ora che inizia la fase due, stanno facendo un’altra scoperta: la flessibilità, la necessità di controllare di giorno in giorno se la ripartenza è possibile, e poi ovviamente, ancora una volta, fidarsi.

 

A proposito di fiducia e di idee per ripartire

A proposito di idee per la ripartenza: il sindaco di Vilnius concede il suolo pubblico a bar e ristoranti per farli vivere all’aperto

Per riaprire i bar e i ristoranti, Vilnius vuole trasformare buona parte della città in zone pedonali e magari verdi. La Lituania, che ha registrato 1.344 casi e 44 decessi su una popolazione di quasi 3 milioni di persone, ha iniziato ad allentare le misure del lockdown in questi giorni favorendo i ristoranti che hanno spazi all’aperto. E quelli che non ce li hanno? Il sindaco di Vilnius ha fatto la sua offerta: potete occupare lo spazio pubblico senza dover pagare nulla per tutta la stagione (il centro storico della città è patrimonio dell’Unesco). Così stanno sbucando tavolini ovunque, la vita ritorna con la mascherina e le distanze rispettate, 400 mila euro in voucher da distribuire a medici e infermieri della città – un ringraziamento – da spendere in questi bar e ristoranti. Stimoli incrociati, li chiamano. E se la Regina d’Inghilterra ha ragione, se ci rincontreremo, l’appuntamento è lì, a un tavolino all’aperto di Vilnius.

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