“Gli utili covidioti”. Il regime cinese inonda i giornali europei di pubblicità

Giulio Meotti

Il Telegraph rinuncia ai soldi di Pechino. E in Italia?

Roma. Sette anni fa, Bloomberg News pubblicò una inchiesta sull’élite cinese arricchita. I giornalisti americani avevano messo il naso anche negli affari della famiglia del presidente cinese Xi Jinping. Ora si scopre che la stessa Bloomberg decise di non pubblicare l’inchiesta per timori di rappresaglie di Pechino. Da anni la Cina investe miliardi in propaganda in occidente. Ci sono 1.500 sedi dell’Istituto Confucio in 140 paesi e, secondo Matt Schrader, esperto di Cina che lavora presso l’Alliance for Securing Democracy, sono “strumenti di propaganda”. Ci sono le lautissime donazioni alle università occidentali, dove il Tibet, l’indipendenza di Taiwan, la carcerazione di massa degli uiguri, la feroce “politica del figlio unico” o il dissidente premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo sono argomenti tabù. Questa è la pressione indiretta del regime. Poi c’è quella palese.

 

Il quotidiano in lingua inglese China Daily del Partito comunista aveva stretto accordi con almeno trenta giornali stranieri – tra cui il New York Times, il Wall Street Journal, il Washington Post, il Figaro in Francia, Handelsblatt in Germania e il Telegraph nel Regno Unito per citarne solo alcuni – per pubblicare a pagamento inserti di quattro o otto pagine sotto il titolo di “China Watch”. Titoli grotteschi, per chi ne sa un po’ di Cina, come “Il Tibet ha visto quarant’anni di brillanti successi” e “Xi elogia i membri del Partito comunista cinese”. Il Telegraph veniva pagato 750 mila sterline all’anno per far uscire l’inserto una volta al mese. China Daily ha speso 20,8 milioni di dollari in campagne di influenza negli Stati Uniti dal 2017 ed è il beneficiario di una grande quantità di investimenti di Pechino perché il suo aspetto e contenuto soddisfino certi standard giornalistici internazionali.

 

Per liberarsi di questa propaganda cinese, ora il Daily Telegraph fa sapere che non diffonderà più pubblicità pagata dai media statali cinesi, accusando Pechino di avere usato la pandemia per accrescere la sua influenza sui media in lingua inglese rivolti al pubblico occidentale. Da giorni, il Telegraph aveva iniziato già a eliminare dal suo sito web alcuni degli articoli cinesi più ridicoli, come “Perché alcuni definiscono disumani gli eroici sforzi della Cina per fermare il coronavirus?”, oppure “La medicina tradizionale cinese aiuta a combattere il coronavirus” e “L’epidemia di coronavirus non sia un’opportunità per attaccare la Cina”. La decisione del quotidiano britannico dovrebbe essere recepita in Italia.

 

Il 12 aprile, sfogliando il Sole 24 Ore, su ventidue pagine di foliazione spiccavano quelle dalla undici alla quindici sotto il titolo di “Focus China”. L’inserto si apre con un peana al presidente cinese Xi Jinping, definito “in prima linea accanto al popolo cinese nella lotta contro il coronavirus”. E poi articoli sull’amicizia Italia-Cina e sui medici cinesi. Già, i medici cinesi. Come quelli scomparsi a Wuhan?

 

La sinistra è diventata l’utile covidiota della Cina”, titola un commento del Telegraph dopo la rinuncia ai fondi cinesi. Più che la sinistra, certa stampa, quella che in due mesi di pandemia si è rifiutata di seguire le tracce del disastro cinese, pubblicando servizi sulla Cina irriconoscibili da quegli inserti a pagamento.

Di più su questi argomenti:
  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.