La pandemia non si batte con il pol. corr.

Redazione

La star tv Bill Maher spiega ai liberal perché parlare di “virus cinese”

Bill Maher ne ha combinata un’altra delle sue. Fra una risata e l’altra, il comico ha detto che va bene chiamare Covid-19 “virus cinese”, aggiungendo che “durante una pandemia globale non è tempo di politicamente corretto”. La star televisiva americana è uno strano tipo di liberal, uno dall’immacolato pedigree democratico, progressista, ma che detesta la polizia del pensiero e la giustizia sociale. Non ha mai lesinato attacchi a entrambe e non ha mai indietreggiato di fronte alle critiche, anche pesanti, che da anni gli piovono addosso dai compagni di strada. “Non possiamo più permetterci il lusso di non giudicare un paese dove si uccidono milioni di persone”, ha martellato Maher in un monologo alla fine del suo spettacolo Hbo Real Time. “Gesù Cristo, non possiamo nemmeno avere una pandemia senza offenderci. Quando chiamano la malattia di Lyme da una città del Connecticut, la gente del posto non ne è offesa”, Maher ha riso. “Mi spaventa che ci siano persone là fuori che preferirebbero morire del virus piuttosto che chiamarlo con il nome sbagliato. Non si tratta di diffamare una cultura. Si tratta di fatti”.

 

Gli scienziati ha continuato Maher, “che sono generalmente piuttosto liberal, hanno dato il nome alle malattie dai luoghi da cui provengono. Zika proviene dalla foresta di Zika, Ebola dal fiume Ebola, hantavirus dal fiume Hantan. C’è il virus del Nilo occidentale e il verme di Guinea e la montagna rocciosa e la febbre maculata e, naturalmente, l’influenza spagnola. Mers sta per ‘sindrome respiratoria del medio oriente’. E’ scritto in tutti gli aeroporti e nessuno ne parla. Allora perché la Cina dovrebbe ottenere un’eccezione?”. Bella domanda. Forse perché la Cina non è uno stato dell’Amazzonia o dell’Africa, ma una superpotenza economica e politica. Ma Maher non si è fermato qui. “La Cina è una dittatura che, da decenni, ha imposto la politica del figlio unico, pena la sterilizzazione forzata”. Quello che ha detto la star della tv non è questione di razzismo o di stigmatizzazione, ma di common sense.

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