David Koch (Foto LaPresse)

L'epopea di un arciamericano

Mattia Ferraresi

In morte del discusso miliardario David Koch, il più influente campione del conservatorismo libertario

Ucciso da un tumore a 79 anni. Le tifoserie politiche si sono accanite  sul cadavere. Con il fratello è stato per decenni finanziatore del Gop

Il filantropo miliardario e storico finanziatore della causa conservatrice David Koch è uno dei pochi personaggi pubblici che non ha avuto l’onore delle armi nemmeno da morto. La settimana scorsa, alla notizia della scomparsa a 79 anni dopo una lunga battaglia con un tumore, le tifoserie politiche si sono accanite sul cadavere senza nemmeno formalmente fare tappa dalle parti della pietà umana e del decoro civile. Bill Maher, caustico anchorman di sinistra, ha detto “devo rivalutare la mia fin qui pessima opinione sul tumore alla prostata”, ha bastonato Koch per essere stato uno dei più abietti negazionisti del cambiamento climatico, gli ha imputato la colpa dei roghi in Amazzonia e ha serenamente concluso: “Che se ne vada affanculo, sono contento che sia morto”. In un coccodrillo senza lacrime, il Guardian ha ricordato che l’azienda della famiglia Koch, colosso petrolchimico, è al diciassettesimo posto nella classifica dei produttori di CO2 in America e al tredicesimo in quella degli inquinatori di acque, ha violato centinaia di regolamentazioni ambientali, ha generato affari profittevoli pagando laute tangenti in paesi in via di sviluppo, ha rubato terre ai nativi americani, ha dato finanziamenti immani a chi nega i cambiamenti climatici, è stato responsabile della morte di due ragazzi per via di un oleodotto che non era stato mantenuto a dovere, ha contribuito a diffondere il cancro più di chiunque altro e poi, in una solenne piroetta dell’ipocrisia, ha iniziato a donare fondi alla ricerca sui tumori soltanto quando è stato lui ad ammalarsi. “Morte e distruzione. Questa è l’eredita di David Koch”, ha concluso Alex Kotch. The Nation, storico magazine progressista, ha aperto così il suo ricordo di Koch: “La celebrata filantropia di David Koch diventa più difficile da applaudire dopo che uno scopre che le radici della sua fortuna vanno cercate in affari che hanno rafforzato Joseph Stalin e Adolf Hitler”. Il riferimento è a Fred Koch, il padre di David, che negli anni Trenta ha contribuito alla costruzione di raffinerie in Unione sovietica e nel Terzo Reich, certificazione del legame di responsabilità, almeno indiretta, fra il miliardario morto, l’Olocausto e i gulag. Una lista di imputazioni che fa sembrare Jeffrey Epstein un benefattore da piangere e rimpiangere.

 

Giudicava Trump politicamente pericoloso, ma la sua pervasiva azione di kingmaker è stata decisiva nel portarlo alla Casa Bianca

Al netto delle maldicenze postume, inevitabili per una figura tanto potente e politicamente esposta, Koch ha scritto, assieme al fratello maggiore Charles, pagine fondamentali della storia politica americana, gettandosi con tutto il suo bagaglio di contraddizioni, le sue ombre e le sue rivendicazioni da epopea arciamericana di Horatio Alger, in uno spazio pubblico rimodellato dalla sua capacità di influenza. E’ difficile rintracciare nella storia del mondo conservatore americano – e forse dell’intero spettro politico – una figura più influente di quella di Koch, metà dei proverbiali “fratelli Koch”, gente che ha immesso nel ciclo elettorale per decenni centinaia di migliaia di dollari a tornata, rivaleggiando con la struttura stessa del Partito repubblicano in quanto a finanziamenti, e dunque spavaldamente orientando la linea del Gop secondo la sua logica liberista e libertaria. Nessuno come i fratelli Koch ha lottato per la liberalizzazione dei finanziamenti elettorali e nessuno ha dunque celebrato la storica sentenza della Corte suprema su Citizen United che ha sancito l’equivalenza fra l’esborso in politica e la libertà di parola, rendendo la kochiana American For Prosperity, veicolo politico dei milioni di famiglia, un partito nel partito, anche più potente di quello ufficiale.

 

Nel 1980, l’anno di Reagan, si era candidato come vicepresidente nel ticket del Partito libertario. Con un vasto programma

Il movimento conservatore così com’era stato modellato da Ronald Reagan era il prodotto di una fusione (“fusionismo” era appunto la dottrina elaborata dal filosofo che stava alle spalle di Reagan, Frank Meyer) fra l’anima tradizionalista, quella conservatrice classica e quella libertaria. Koch rappresentava quest’ultima inclinazione, tanto che si era candidato, proprio nel 1980, l’anno della vittoria di Reagan, come vicepresidente nel ticket del Partito libertario, allora capitanato da Ed Clark. Avevano un vasto programma: abolire il fondo pensionistico minimo, le tasse per le aziende, i sussidi per l’agricoltura, il welfare, il board della Fed, l’autorità di controllo della borsa, l’Fbi, il dipartimento dell’energia, l’agenzia per la protezione dell’ambiente, la commissione per il controllo dei finanziamenti elettorali, e un’altra manciata di agenzie federali giudicate inutili, anzi dannose. Non si sono stupiti troppo quando hanno preso meno di un milione di voti, pari all’1 per cento dei consensi, ma per Koch si trattava di un pacato atto di ribellione contro il consenso repubblicano pressoché totale che regnava nel suo Kansas. Quando gli hanno chiesto perché si era candidato, ha risposto: “Dio sa che non avevo bisogno di un lavoro, ma credo in quello che dicono i libertari. Suppongo che se non fossero fatti avanti, sarei stato un gran repubblicano di Wichita. Ma diamine, in Kansas sono tutti repubblicani!”. Quattro anni dopo ha abbandonato il Partito libertario, perché voleva eliminare le tasse – tutte, di qualunque tipo – ed è tornato ad essere un repubblicano “normale”, ma senza mai dimenticare le sue radici. Pochi anni fa, in un sondaggio fatto fra gli ex alunni dell’Mti, gli hanno chiesto quale fosse la conquista di cui andava più fiero. Lui non ha citato i successi aziendali, che lo hanno reso l’undicesimo uomo più ricco d’America, con un patrimonio stimato in oltre 50 miliardi di dollari, e nemmeno i suoi ingenti contributi filantropici, ma la sua fallimentare candidatura nel ticket libertario.

 

Quando si pensa ai fratelli Koch si materializza l’immagine di una fiumana di soldi, ovviamente sporchi e insanguinati, che vanno ad ingrassare un partito monolitico e senza contrasti interni, un monocolore Wasp irrorato da ideali evangelici e in combutta con le fazioni più retrograde della destra religiosa. Ma David, che dei fratelli era il più politico, era in tensione con molte delle posizioni maggioritarie nell’agenda del Gop. Era favorevole al matrimonio gay, all’aborto, alla fecondazione assistita in tutte le sue forme, alla ricerca sulle cellule staminale embrionali, nettamente aperturista sul tema dell’immigrazione, tanto che ogni volta che chiedono conto a Bernie Sanders della sua posizione sull’immigrazione, aspettandosi un’anti-trumpiano endorsement delle frontiere aperte, lui ribatte che quella è la posizione dei fratelli Koch. Sul tema della carcerazione di massa era aspramente critico, tanto che ha lavorato per una riforma del sistema assieme all’amministrazione di Barack Obama, che pure considerava un “socialista hardcore” che “ha fatto più danni al sistema della libera impresa di qualunque altro presidente abbiamo mai avuto”. In politica estera era, come tutti i libertari di quella generazione, un avvocato del disimpegno americano, un antimilitarista con tendenze isolazioniste fermamente contrario alla guerra in Iraq, uno dei molti punti di divergenza con George W. Bush, che considerava un baciapile militarista ossessionato dall’esportazione della democrazia. Ciò non gli ha impedito, da una parte, di continuare a finanziare generosamente il Partito repubblicano, in nome del mercato, del taglio alle regolamentazioni e della politica fiscale, e, dall’altra, di collaborare con il finanziere George Soros, che nell’immaginario collettivo repubblicano è la personificazione di tutti i complotti sinistri e dunque l’opposto dell’ethos dei Koch. Qualche mese fa i fratelli Koch e Soros hanno dato scalpore fondando insieme il Quincy Institute for Responsible Statecraft, un think tank che ha lo scopo di reagire al “letargo intellettuale della comunità di politica estera di Washington” e di creare una “nuova politica basata sull’impegno diplomatico e il disimpegno militare”. Chi aveva prestato attenzione alla traiettoria politica di Koch non si è stupito: il progetto era in linea con la sua filosofia di riferimento.

 

Favorevole al matrimonio gay, all’aborto, alla fecondazione assistita, in politica estera era un avvocato del disimpegno americano

Questo particolare aspetto rappresentava una virtuale convergenza con la politica “America First” di Donald Trump, che a parole era un interprete di istanze isolazioniste care anche agli epigoni della tradizione libertaria. Ma era una consonanza minore in un componimento altrimenti tutto dissonante. Koch e Trump gravitavano su orbite diverse, rispondendo a due immaginari conservatori diversi, benché con qualche area di intersezione. Trump era arrivato all’America First attraverso la tradizione dei paleoconservatori di Pat Buchanan, isolazionisti per ragioni tutt’altro che libertarie, con un retaggio tradizionalista forte sui temi sociali e ampie dosi di scetticismo circa l’onnipotenza del libero mercato e del free trade, segni di un pervasivo potere globalizzato in contrasto con l’orizzonte nazionalista che avevano ereditato dalla Old Right, la destra americana così com’era prima della Seconda guerra mondiale. Koch arrivava a conclusioni simili, sui temi di politica estera e circa il ruolo dell’America nel mondo, da posizioni libertarie ben codificate e che non incidentalmente avevano trovato un loro spazio di diffusione presso l’elettorato nella stagione del Tea Party, foraggiata in modo massiccio dai fratelli di Wichita. E’ all’interno di questa faida intraconservatrice che Trump e i Koch si sono scontrati.

 

Durante la campagna del 2016, Charles, il fratello maggiore, ha detto che “scegliere fra Hillary Clinton e Trump è come scegliere fra il cancro e un infarto” e Trump, dal canto suo, sbertucciava i magnati definendoli “globalisti” (termine tossico presso l’elettorato trumpiano) e dicendo che erano diventati “una barzelletta totale nei veri circoli repubblicani”, lui che aveva scelto l’affiliazione con un’altra famiglia facoltosa impegnata nella causa populista, i Mercer, quelli di Cambridge Analytica. David Koch disprezzava Trump e lo giudicava politicamente pericoloso, specialmente per le posizioni protezioniste e le pulsioni anti-globaliste, che erano invece elementi decisivi per la fortuna e la cultura politica in cui il filantropo era cresciuto. Koch era il figlio libertario di un magnate che aveva fatto fortuna sulla base della libera circolazione di merci e servizi, un filantropo educato all’Mti, istituzione che per decenni, e in una certa misura ancora oggi, ha rappresentato più di tutte l’abbraccio fra la cultura corporate americana e i processi della globalizzazione. Eppure, la sua pervasiva azione di finanziatore e kingmaker è stata decisiva nel portare Trump alla Casa Bianca, e questa è la grande ironia dell’eredità kochiana. Formalmente i fratelli Koch si sono rifiutati di finanziare direttamente la campagna di Trump, ma attraverso Americans for Prosperity hanno creato una mostruosa macchina di mobilitazione elettorale specialmente in Wisconsin, Pennsylvania e Michigan, gli stati che giudicavano decisivi per eleggere un presidente repubblicano. In questi stati hanno messo in campo già dal 2015 uno staff di 650 persone per guidare le operazioni che avrebbero portato gli swing States dalla parte del Gop. Sognavano di trasformare il Wisconsin in un laboratorio di idee libertarie, seguendo il faro di Paul Ryan e del governatore Scott Walker, due promesse politiche mai mantenute, e hanno versato 4,3 milioni di dollari in contributi elettorali in quello stato, contro i soli 3 milioni investiti dall’intera campagna di Hillary da quelle parti. I loro calcoli erano giusti, ma ha vinto il cavallo sbagliato. Trump ha preso in ostaggio l’intera macchina conservatrice, compreso il partito nel partito dei Koch, e ha cavalcato verso la Casa Bianca sospinto da denari e strutture elettorali che a quel punto non potevano più essere demolite o revocate. E’ stato il beneficiario quasi involontario di una strategia elettorale vincente che era stata disegnata per qualcun altro. Qualunque repubblicano tranne Trump.

 

Una simile eterogenesi dei fini si è vista nella dinamica che ha portato all’affermazione del Tea Party. David Koch ha sempre dichiarato di non avere nulla a cha fare con il Tea Party, di non essere connesso formalmente alle strutture del movimento che negli anni Dieci ha infiammato le piazze e modificato l’orientamento della destra americana, ma questo proliferava anche grazie agli investimenti che i Koch avevano sparso generosamente sul territorio, creando le condizioni per generare a destra quel capitale di rabbia sociale che poi Trump avrebbe reinvestito a proprio vantaggio. L’ultimo atto politico di David Koch è stato eleggere il suo peggiore avversario.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.