Il presidente Trump arriva al Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera (foto LaPresse)

Trump ora piace alla gente di Davos e infierisce sull'Europa che va male

Daniele Raineri

Il presidente snobba la prima udienza dell’impeachment a Washington e si gode il consenso del Forum economico

Roma. Il presidente americano, Donald Trump, ha trovato nel Forum economico mondiale di Davos un’occasione perfetta per sfuggire alla pressione di Washington, dove oggi c’era il primo giorno del processo di impeachment contro di lui. È molto probabile che il contrasto tra i due avvenimenti fosse stato studiato dallo staff di Trump come una tappa della sua campagna elettorale: da una parte il presidente che parla soltanto dei risultati spettacolari dell’economia americana davanti a una platea di gente importante, dall’altra il Senato che finge di dibattere l’impeachment perché tutti sanno che alla fine la maggioranza repubblicana dirà di no al tentativo di rimuovere Trump. Di queste immagini sono fatte le campagne che funzionano.

 

Trump ha detto che gli Stati Uniti “stanno vincendo come mai era successo prima” e che parte di questo successo è merito degli “accordi straordinari sul commercio che abbiamo fatto con la Cina da una parte e con il Messico e il Canada dall’altra: sono i migliori accordi di sempre”. Ha detto anche che i numeri dell’economia americana sono “grandiosi” e che il tasso di disoccupazione non è mai stato così basso, “mentre da voi in Europa le cose non vanno così bene”. Come a dire: se io sono un disastro populista, perché il mio paese va così meglio dei vostri? In realtà Trump si prende anche meriti che non sono suoi, la curva di crescita economica dell’America durante il suo mandato è semplicemente la continuazione della curva che c’era sotto l’Amministrazione Obama, stesso andamento e stessa inclinazione, anzi il prodotto interno lordo ha leggermente rallentato.

 

Epperò come scriveva due giorni fa il New York Times i numeri da record raggiunti in Borsa, la diminuzione delle tasse, la minore regolamentazione e gli accordi ancora nella fase iniziale con la Cina hanno creato attorno al presidente americano un clima molto più favorevole rispetto agli anni passati nel pubblico di Davos, che include molti degli uomini più ricchi del mondo. Inoltre c’è la sensazione che Trump potrebbe vincere alle elezioni di novembre e quindi “se ancora non lo stanno abbracciando, lo stanno comunque accettando”. Il fatto che fra i suoi sfidanti democratici ci siano candidati come Elizabeth Warren e Bernie Sanders, che hanno programmi che piacciono poco al forum di Davos, rende Trump ancora più simpatico. E lui oggi ne ha approfittato, sentiva che era il suo momento, girava fra gli amministratori delegati e si dichiarava molto dispiaciuto di non poter comprare azioni delle loro aziende perché impedito dal suo ruolo presidenziale. Ha evitato con cura qualsiasi domanda sul processo di impeachment in corso a Washington e quando non è riuscito a sottrarsi ha detto: “Just a hoax”, è soltanto una bufala.

 

Oltre all’ottimismo straripante, Trump ha tirato contro Greta Thunberg, l’attivista contro il climate change che era l’altra ospite più attesa di oggi, e ha detto che “è il momento di essere più ottimisti e di non fare i profeti di sventura”. E anche contro i democratici: “Non lasceremo che i socialisti radicali distruggano il nostro paese e ci tolgano la libertà. Siamo un’economia di mercato”.

 

Trump ha sottolineato molto una verità strategica: l’America ha raggiunto l’indipendenza energetica e non è più legata a paesi problematici come nel passato – vedi i produttori arabi di greggio – anche grazie agli investimenti in ricerca e tecnologia. “Oggi non dobbiamo più importare energia” e “l’America è diventata il primo produttore al mondo di gas naturale”, ha detto il presidente americano, mentre invece molti paesi europei – e di nuovo c’è stato un paragone impietoso – hanno ancora problemi di dipendenza e li avranno per molto tempo.

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)