Israele fa i conti con l'instabilità e con due pericolose prime volte

Micol Flammini

Il presidente Rivlin ha comunicato alla Knesset che il mandato di formare una nuova coalizione ora è nelle sue mani. Intanto il procuratore Mandelblit ha annunciato la sua decisione di incriminare Netanyahu per corruzione

Roma. Ieri, mentre Israele entrava in una fase politica mai conosciuta prima e mentre attendeva il via libera al processo decisivo per le sorti di Benjamin Netanyahu, tra i seggi della Knesset i deputati iniziavano a contarsi. Benny Gantz, il leader del partito Blu e bianco, ha comunicato mercoledì che non sarebbe stato in grado di formare un governo, nemmeno di minoranza, nemmeno con l’improbabile alleanza dei partiti arabi. Prima di lui aveva fallito Benjamin Netanyahu, il primo ministro e leader del Likud, ed era fallita anche la proposta del presidente israeliano Reuven Rivlin di formare un governo di unità nazionale. In quel caso Netanyahu e Gantz avrebbero assunto la premiership a rotazione, due anni l’uno due l’altro, ma chi avrebbe iniziato per primo avrebbe avuto un’arma sull’altro. Mancava la fiducia e il tentativo di un governo di unità nazionale è naufragato.

 

Ieri il paese è entrato in una nuova fase, mai esplorata, “una fase oscura”, come l’ha definita il presidente Rivlin, che ha comunicato alla Knesset che il mandato di formare una nuova coalizione ora è nelle sue mani. Se il sostegno di almeno 60 deputati convergerà su un parlamentare entro 21 giorni, a partire da ieri, il parlamentare designato avrà a disposizione due settimane per formare un governo. E’ iniziata la lotta di sguardi, tra chi si nasconde, chi volta le spalle, chi accenna amicizie, ma si fa fatica a riconoscere i volti, a indovinare il nome di chi sarà in grado di smuovere abbastanza deputati per non far dissolvere, ancora una volta, la terza in un anno, la Knesset.

 

Reuven Rivlin ha posto tutti di fronte a una domanda: “In questi 21 giorni non devono esserci blocchi o partiti, Ognuno di voi dovrebbe guardare alla propria coscienza e rispondere a una domanda: qual è il mio dovere verso lo stato di Israele?”. Il tentativo di affidare al Parlamento il compito di estrarre un leader, di sceglierlo, sembra non avere soluzioni. La politica israeliana è molto polarizzata, e sullo sfondo si anima una situazione internazionale pericolosa. La scorsa settimana contro lo stato ebraico il Jihad islamico ha lanciato da Gaza una pioggia di missili, costringendo gli israeliani, anche a poca di distanza da Tel Aviv, a correre nei rifugi antimissile per due giorni. C’è l’Iran, che dalla Siria lunedì ha colpito le alture del Golan con quattro razzi e la frammentazione politica aumenta i rischi, altissimi, per la sicurezza.

 

Rivlin ha chiesto ai parlamentari di ritrovare l’anima dello stato ebraico tra i banchi della Knesset, evitare un nuovo voto e cercare una coalizione, ampia, il più possibile. Ma tra quei banchi, senza volto e senza nome, si sussurra già la data delle prossime elezioni, il 20 marzo, il giorno di Purim, perché se nessuno sembra convinto che in questi 21 giorni sarà possibile trovare una maggioranza, c’è chi invece dice di avere una ricetta, ma serve il voto, anzi ne servono due. Uno nazionale, ma da tenersi soltanto dopo quello interno al Likud. Uno dei membri del partito, Gideon Sa’ar, lo scorso mese aveva lanciato la sua prima provocazione gridando su Twitter “sono pronto”, pronto a sfidare Benjamin Netanyahu, il leader del Likud e primo ministro dal 2009. Quel “sono pronto” era arrivato come un fulmine, aveva riempito il partito di domande e Benny Gantz di speranze, ma Netanyahu aveva escluso le primarie, meglio aspettare.

 

Ormai lo stallo del Likud sembra assomigliare a quello del Parlamento. Sa’ar è stimato, è pronto al compromesso, ha buoni rapporti nel partito, si è conquistato la fiducia di altri compagni, e ha giurato che se dovesse vincere le primarie, sarà in grado di dare a Israele un governo. Il Likud è in parte sfinito, ma come tutto il paese rimane aggrappato a un’èra importante, storica, di sicurezza e stabilità legata a un primo ministro a cui tutti sanno di dovere molto, quindi Sa’ar vuole agire con cautela, di tradimenti non se ne parla, dentro al partito non piace sapere che qualcuno stia tramando contro Netanyahu, soprattutto in un momento di difficoltà. Ieri il procuratore Avichai Mandelblit, ex segretario di gabinetto del premier, ha annunciato la sua decisione, attesissima, di incriminare Benjamin Netanyahu per corruzione in una delle tre inchieste a suo carico, confermando l’accusa di frode e abuso di ufficio. E anche questa è una prima volta per Israele, la prima volta che un premier in carica viene accusato di corruzione. Il pericolo legale per il leader non è immediato, Netanyahu chiederà l’immunità al Parlamento che però non è ancora riuscito a formare le sue Commissioni, quindi non ci sono organi, al momento, per decidere sull’immunità. Anche per questo servono elezioni.

 

Israele sembra guardare più ai novanta giorni di campagna elettorale che lo attendono che ai venti di trattative interne alla Knesset. Oltre Benjamin Netanyahu Israele fa fatica a trovare il suo futuro, troppi volti anonimi troppo persi per ritrovare l’anima dello stato, come ha chiesto il presidente. Rimane una sovrapposizione di paralisi, di blocchi dentro al Likud e dentro al Parlamento.