Il “test Israele” a Parigi

Giulio Meotti

I macroniani contro l’antisionismo, Corbyn ne mette in discussione il “diritto a esistere”

Roma. Lo scorso 16 febbraio, a margine di una manifestazione dei gilet gialli, il filosofo ebreo francese Alain Finkielkraut venne aggredito per strada: “Merda sionista” gli dissero, e lo minacciarono di morte. Pochi giorni dopo l’aggressione a Finkielkraut, Emmanuel Macron dichiarò che l’antisionismo rappresenta “una delle forme moderne dell’antisemitismo”. L’episodio ha spinto il deputato macroniano Sylvain Maillard a convincere i colleghi parlamentari a votare una proposta di risoluzione sull’antisemitismo. Il test intende affermare che “gli atti antisionisti possono talvolta nascondere realtà antisemite”.

 

Il deputato di Parigi propone di adottare la definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per il ricordo dell’Olocausto (Ihra). Nonostante il sostegno del presidente, l’iniziativa divide la maggioranza in Assemblea. Maillard ha così riscritto la risoluzione attenuandola: l’antisionismo ora è “a volte” e non “spesso” la maschera dell’antisemitismo. La proposta è firmata da un terzo del gruppo della République en marche, pochi considerando che il presidente del gruppo, Gilles Le Gendre, e il capo del partito, Stanislas Guerini, ne sono i firmatari. Contraria alla risoluzione la leader del Rassemblement national Marine Le Pen. “Questa definizione dovrebbe consentire di stabilire un quadro per insegnanti, magistrati e polizia”, ha detto Francis Kalifat, presidente del Consiglio delle comunità ebraiche di Francia, per il quale la negazione dell’esistenza di Israele è “uno dei fattori essenziali dell’antisemitismo nel nostro paese”. In un appello sul Monde, 127 esponenti della sinistra ebraica chiedono ai parlamentari di non votare la risoluzione, perché inibirebbe la critica a Israele, sebbene sia stata adottata nel 2017 dal Parlamento europeo, nel 2018 dal Consiglio della Ue e sia considerata la carta fondamentale contro il nuovo antisemitismo contemporaneo.

 

“La risoluzione non proibisce le critiche a Israele”, dice Frédéric Potier, delegato interministeriale per la lotta al razzismo e all’antisemitismo. La discussione arriva a poche settimane dalla visita di Macron in Israele e un voto positivo da parte della Francia verrebbe accolto favorevolmente a Gerusalemme, dove il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva già assicurato al presidente francese la sua “stima” quando quest’ultimo lo aveva informato del suo desiderio che la Francia adottasse la definizione di antisemitismo.

 

“Possiamo criticare il confine, le colonie, ma non possiamo mettere in discussione lo stato di Israele, per noi questo è antisemita”, continua il parlamentare parigino Maillard, promotore della risoluzione. Che è proprio quello di cui, in Inghilterra, viene accusato il leader del Labour, Jeremy Corbyn.

 

Ieri è uscita la clip di un’intervista rilasciata da Corbyn alla tv del regime iraniano Press Tv. In un documentario che esaminava le accuse di pregiudizio della Bbc nei confronti di Israele, Corbyn, allora deputato laburista, si domandava se Israele avesse il “diritto di esistere”. “Penso che ci sia un pregiudizio nel dire che Israele è una democrazia in medio oriente, che Israele ha il diritto di esistere e che Israele ha i suoi problemi di sicurezza” ha detto Corbyn, che non a caso si era duramente opposto alla risoluzione dibattuta a Parigi.

 

Intanto, dall’Ihra, ci si aspetta che anche l’Italia adotti la risoluzione contro l’antisemitismo dopo che è stata già approvata da quindici paesi europei. “In data 4 ottobre 2018, la Camera dei deputati della Repubblica italiana, mediante apposite risoluzioni, ha impegnato il governo ad adottare la definizione Ihra di antisemitismo. Malgrado la convergenza di tutti i partiti su tale impegno, il governo non ha ritenuto di dargli alcun seguito”.

 

La volontà delle democrazie europee di combattere l’antisemitismo si misura anche dalle famose “tre D” indicate da Nathan Sharansky nel test per distinguere la critica legittima a Israele dall’attacco antisemita: la delegittimazione, ovvero negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione; il doppio standard, cioè applicare a Israele una morale differente rispetto ad altri paesi, e la demonizzazione, dove si fa dello stato ebraico l’oggetto di un complotto malvagio. Quante delle critiche a Israele oggi supererebbero questo test?

  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.