“L'Europa è una civiltà che merita di essere preservata”, dice Finkielkraut

La caduta del Muro di Berlino, la voglia di identità dell’Est europeo, la crisi francese, Orbán e Soros

Un Foglio internazionale. Ogni lunedì, segnalazioni dalla stampa estera con punti di vista che nessun altro vi farà leggere, selezionate per voi da Giulio Meotti


 

Le Temps: “À la première personne”, il suo ultimo libro, prende la difesa di “quei cittadini svegliatisi dal torpore dell’evidenza che non vogliono più allinearsi al multiculturalismo dominante, che non vogliono cadere nel ridicolo di proclamarsi unici detentori dell’universale”. La formula da lei scritta riguarda la Francia. Ma può essere applicata anche ai cittadini dell’Europa dell’est, usciti “vincitori” dopo la caduta del Muro, nel 1989?

 

Alain Finkielkraut: La Francia è in procinto di diventare una società multiculturale, e questa non è la sua vocazione. Continuerà a essere sé stessa solo se i nuovi arrivati accetteranno di essere gli eredi della sua cultura e della sua storia. Questo paese non è programmato per diventare una giustapposizione di comunità, accompagnata da una certa gestualità religiosa e identitaria, che nel velo islamico trova una delle sue principali espressioni. Ciò vale anche per l’Europa? Credo di sì. Mi colpisce vedere quanti cittadini dell’Europa dell’est, quelli per cui la caduta del Muro, a partire dal novembre 1989, ha rappresentato l’uscita dal totalitarismo comunista, ci ricordino questa evidenza: l’Europa è una civiltà che deve essere preservata. Applicare norme e procedure come fa l’Unione europea da trent’anni a questa parte, non basta a soddisfare la sete di identità dei popoli. Non si può ignorare questa realtà semplicemente umana. 

 

 

Questi trent’anni di riunificazione del continente e di allargamento dell’Ue sono dunque anzitutto un fallimento culturale? 

 

La spaccatura tra l’Europa occidentale e l’Europa centrale o orientale è evidente. Ieri, c’era una cortina di ferro politica. Oggi, c’è un divario culturale. Gli europei dell’est non vogliono diventare cittadini di società multiculturali. Vogliono preservare l’eredità europea. Mi rendo ben conto che dietro questa volontà vi siano anche delle tentazioni politiche autoritarie, ma dobbiamo smettere di guardare ciò che sta accadendo a est con un atteggiamento di superiorità! Un ex consigliere di Václav Havel, ex presidente ceco e grande difensore delle libertà, mi ha detto che non desiderava che la sua città, Brno, diventasse “la Marsiglia dell’Europa dell’est”. Sul piano del lavoro e delle opportunità economiche, i nostri paesi attirano i giovani dell’est. Ma per una parte della popolazione di questi paesi, la Francia non è più un faro. Siamo diventati un repellente. E ciò fa parte del bilancio degli ultimi tre decenni.

 

Ma l’errore più grande non è stato forse quello di credere troppo nell’economia? In una prosperità portatrice, a est, di democrazie, libertà e convergenza culturale? 

 

Ciò che non mi piace negli economisti è che riducono tutto alla loro disciplina, allo studio dei mercati, alle statistiche del lavoro o del consumo. Ebbene, è soltanto una parte del vissuto delle popolazioni. Le reazioni accese, oggi, nell’Europa dell’est ci mostrano che siamo di fronte a uno scontro di civiltà che non è solubile nell’economia! L’immigrazione e il suo corollario, l’emigrazione, non sono un fattore di crescita in questi paesi, disertati dai loro giovani. Gli individui non sono dei viaggiatori senza bagagli. Non sono interscambiabili, come sostengono gli economisti. E’ questo l’errore che è stato fatto. Ci si è dimenticati che, dietro questi regimi comunisti uniformi, sigillati dall’ex Urss, si nascondevano identità diverse, una storia ricca, una grande cultura e segmenti di memoria dolorosi. Anche in relazione all’islam. 

 

 

Eppure, gli storici europei abbondano. Conoscevamo quei paesi. Conoscevamo il loro passato. I loro cittadini, inoltre, volevano soltanto viaggiare dopo lo stravolgimento del 1989, conoscere un altro sistema, essere liberi… 

 

L’Europa dell’ovest è stata traumatizzata, e lo resta, dall’apocalisse nazista. Tutto viene da lì. La nostra parte dell’Europa è uscita dalla sua storia nella speranza di non ricadere nella follia. Gli europei non hanno più voluto escludere, per paura di imboccare nuovamente la strada razzista. Ci siamo accecati per non vedere questa dimensione dell’esistenza che è l’identità. Abbiamo così creato – e l’integrazione comunitaria vi ha contribuito – una sorta di “homo economicus” europeo standard e formattato. Gli europei dell’est, invece, non sono cresciuti in questa ossessione dell’apocalisse.

 


E vediamo bene quali sono le conseguenze. Tra queste, un ritorno dell’antisemitismo…

 

L’antisemitismo resta molto forte in Polonia, dove non è mai sparito. La Polonia continua a presentarsi al mondo come una nazione vittima e non vuole condividere questo statuto con nessuno, chiudendo gli occhi sull’innegabile ruolo che l’antisemitismo polacco ha avuto negli orrori della Shoah. Sull’Ungheria, invece, va fatto un discorso diverso (…) Non ho una propensione positiva nei confronti di Viktor Orbán, ma diffido di un George Soros che odia le nazioni e promuove una trasformazione globale dell’Europa in una società multiculturale. Trovo difficile, dopo le crisi finanziarie che abbiamo conosciuto, dare ragione a uno speculatore che si presenta come un esempio di virtù umanistiche. E’ anche questa l’eredità dei trent’anni dalla caduta del Muro: gli europei dell’est hanno imparato a conoscerci, a decodificare le nostre menzogne”. 

 

Questo articolo è stato pubblicato su Le Temps il 6 novembre

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