La decisione di riconoscere gli insediamenti israeliani è storica e delicata

Micol Flammini

La posizione americana è una risposta alle risoluzioni Onu contro lo stato ebraico, in attesa che Gerusalemme abbia un governo

Roma. La decisione annunciata lunedì dal segretario di stato, Mike Pompeo, secondo la quale per gli Stati Uniti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania non sono più illegittimi, è arrivata in un momento delicato per la politica israeliana. All’annuncio, che sovverte la posizione che Washington aveva mantenuto dal 1978, quando il presidente Jimmy Carter definì quei territori “contrari alle leggi internazionali”, il premier Benjamin Netanyahu ha risposto con entusiasmo – “è una verità storica!”, ha detto – mentre Benny Gantz, leader del partito Bianco e blu, ha ringraziato, ma ha preferito sottolineare che il destino degli insediamenti “dovrebbe essere determinato da accordi che diano garanzie di sicurezza e che promuovano la pace”. Tra i due sfidanti, il primo, Netanyahu, ha molto da guadagnare dalla decisione del Dipartimento di stato, il secondo, Gantz, che fino a questa sera è impegnato nel tentativo di formare un governo, ha qualcosa da perdere. L’ex generale non riuscirà a raggiungere la quota di seggi necessaria per formare un governo, 61 su 120, e sta lavorando sulla possibilità di un governo di minoranza con l’appoggio esterno dei partiti arabi. Se durante il fine settimana sembrava possibile che Gantz fosse a un passo dalla formazione di un esecutivo, il nuovo status conferito dagli Stati Uniti agli insediamenti rende più difficili i colloqui con i partiti arabi. Israele attraversa un momento di fragilità interna, con due elezioni durante l’ultimo anno, nessun partito in grado di formare una maggioranza, e dei leader, Netanyahu e Gantz, che posti davanti alla soluzione di un governo di unità nazionale non riescono ad andare avanti: non si fidano l’uno dell’altro e ognuno dei due ha degli alleati scomodi ai quali non può rinunciare. Il paese della stabilità, per il quale la stabilità è una condizione indispensabile per la sicurezza, è diventato più che mai instabile e la decisione americana rischia di incrinare ancora di più il delicato equilibrio.

 

Tuttavia la decisione ha anche un altro valore: è la risposta alle otto risoluzioni che venerdì le Nazioni unite hanno adottato contro Israele. Anche l’Unione europea la scorsa settimana, mentre il Jihad islamico lanciava missili contro Tel Aviv, ha preso una decisione grave, stabilendo che “i prodotti originari dei territori occupati dallo stato di Israele dovranno presentare l’indicazione del territorio di origine”. L’annuncio di Mike Pompeo quindi è una presa di posizione che tutte le forze politiche israeliane, chi con più chi con meno entusiasmo, non potevano che salutare con favore, pur intuendone il rischio. Il rischio maggiore nasce dalla diffidenza che domina la politica all’interno di Israele, ma anche a livello internazionale. Il rapporto tra lo stato ebraico e l’alleato americano è storico, ma ultimamente anche gli israeliani, compreso Netanyahu, hanno cominciato a fare i conti con un possibile tradimento, la frase che tormenta ogni calcolo è: “Se Trump lo ha fatto con i curdi, chi lo dice che non potrebbe farlo con noi”. L’Amministrazione americana in passato ha sì riconosciuto Gerusalemme come capitale, ha sì riconosciuto le alture del Golan, ma la decisione di cambiare posizione sugli insediamenti è stata vista anche come opportunistica, come il tentativo di distogliere l’attenzione dai guai interni del presidente. E pur di riconquistare il favore degli ambienti vicini a Israele, Trump avrebbe fatto una scelta rischiosa per i suoi alleati.

 

I leader politici dello stato ebraico sanno che non possono fidarsi di Donald Trump, di un presidente che ha insistentemente tentato di flirtare con Hassan Rohani e con tutti i vertici iraniani, la massima minaccia per lo stato di Israele. Ma c’è diffidenza anche da parte dei coloni che vivono negli insediamenti sia nei confronti del presidente americano, sia nei confronti di Benjamin Netanyahu. I coloni temono che Trump presto potrebbe volere qualcosa in cambio per le tre storiche concessioni – Gerusalemme, il Golan e gli insediamenti – e questo potrebbe comportare il sacrificio proprio dei loro territori. L’annuncio di Pompeo è un favore a Benjamin Netanyahu ma rende la pace tra israeliani e palestinesi ancora più complicata. Sullo sfondo di una politica troppo instabile per poter portare qualcosa di positivo in medio oriente – se Gantz non formerà il governo, il Parlamento ha 21 giorni per trovare un altro candidato a cui affidare l’incarico prima di convocare nuove elezioni – si attende che Jared Kushner sveli i dettagli del suo piano di pace che prevede che il 90 per cento della Cisgiordania venga dato ai palestinesi. E per i coloni israeliani non è questa la soluzione migliore.

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