(Foto LaPresse)

Il non detto del rapporto del Kgb su Vladimir Putin, agente solerte ma di serie B

Micol Flammini

Da una serie di documenti declassificati dall'archivio statale russo emerge il ritratto di un presidente fin troppo indulgente con la sua intelligence

Roma. Nei documenti declassificati in mostra a San Pietroburgo per celebrare i novant’anni dell’archivio statale, sono apparsi anche i rapporti sul “compagno V. V. Putin”. Parole lusinghiere riservate a uno studente dedito alla causa, all’ideologia e al lavoro. Un funzionario modello, “disciplinato, affidabile”, che nel tempo libero è uno sportivo che si dedica al judo e al sambo, un wrestling tutto russo. I dettagli pubblicati sono stati scelti con cura, ma nel delineare la carriera del presidente russo, da quando entrò a far parte del Komsomol e poi del Kgb, bisogna leggere in controluce il galateo della lingua con cui questi profili venivano scritti. Mark Galeotti, esperto di Russia di origini britanniche che su Twitter si definisce “analista di argomenti oscuri, dalla politica russa al crimine globale”, da dietro ogni parola e definizione affibbiate al giovane Putin ha estrapolato, in un articolo apparso sul sito Raam op Rusland, i significati delle frasi che hanno dei riflessi anche nel presente della politica russa. La “stabilità morale”, spiega Galeotti, è un modo per dire che Putin non è né un ubriacone né un donnaiolo. La frase “impegnato nella rete educativa del Partito”, significa che partecipa alle riunioni, fa applausi al momento giusto e non dice cose fuori posto. Da tutto il profilo sono assenti elogi, importanti apprezzamenti. E’ assente la parola “leadership”, il profilo è buono, ma senza sfizi, senza decorazioni. Un bravo ufficiale, ma mai manager. Un agente solerte e attento, ma di serie B.

 

La carriera di Vladimir Putin nel Kgb inizia nel 1975, è lui a presentarsi alla scuola numero 401 e viene assegnato alla Seconda direzione generale, responsabile del controspionaggio. Fa un po’ di carriera, ma non viene mai mandato in occidente, a Leningrado si occupa di reclutare stranieri che potrebbero offrirsi come spie e poi viene mandato a Dresda, conosceva bene il tedesco. Nella Germania dell’est raccoglieva rapporti, collaborava con la Stasi e, come scrive Galeotti, per certi versi viveva in un mondo ancora più sovietico dell’Unione sovietica. Quando tornò in Russia, l’Urss stava scomparendo, lui venne congedato con il grado di tenente colonnello. Rientrò poi nell’Fsb, l’erede del Kgb, ma anche lì fu più una figura di supporto . Comprendeva le sfide, dice l’analista, era entusiasta, meticoloso, ben informato, determinato, ma si lasciava guidare dagli altri. Nulla di sbagliato, ma questo senso di rispetto da “aspirante cekista” gli è un po’ rimasto addosso, anche ora che grazie alla sua determinazione è il presidente della Federazione russa da vent’anni. Il Kgb continua a guidare le sue scelte e la sua politica, sono i servizi di intelligence a modellare il suo approccio nei confronti del mondo e questo lo ha spesso condotto a compiere degli errori, come l’intervento nel Donbass.

 

Il presidente prende più in considerazione i servizi che i suoi ministri. I servizi di intelligence sono diventati sempre più potenti e rilevanti dal punto di vista politico, la loro libertà di azione negli anni è diventata corruzione con il conseguente impoverimento delle capacità delle agenzie. E’ sufficiente citare un caso: Salisbury. Nel marzo del 2018, due agenti del Gru, l’intelligence militare russa, si sono recati in Gran Bretagna per avvelenare Sergei Skripal, ex spia russa, accusata di diserzione. Tentarono l’omicidio con un agente nervino, il Novichok, poco usato e di produzione sovietica, Skripal e sua figlia si salvarono, qualche settimana dopo però morì una donna, Charlie Rowley, che era venuta per caso a contatto con la sostanza. I due agenti agirono in modo talmente incauto e poco professionale che per i due siti investigativi Bellingcat e The Insider non ci volle molto ad arrivare ai loro nomi. Il caso ha aperto una serie di domande anche a Mosca: Putin sapeva o non sapeva? Ma come possono due agenti segreti agire in modo così maldestro? Più le domande si accumulano più i russi si chiedono se davvero possono sentirsi al sicuro con queste agenzie di intelligence. Galeotti chiarisce che esiste un limite alle considerazioni che possono essere fatte partendo dal rapporto, ma l’impressione è che il perenne ufficiale della seconda fila che mai ha avuto a che fare in modo diretto con la gestione dei servizi segreti si sia lasciato condurre nelle scelte dalle sue agenzie di intelligence. Le ha ascoltate, le ha lasciato libere, le ha trattate con indulgenza, fino a ritrovarsi un sistema di intelligence antico, corrotto e poco sicuro.

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